Abramovic: sono nata a 60 anni

Marina Abramovic

Alessandra Farkas per “Il Corriere della Sera

NEW YORK — Si è trafitta le mani coi coltelli e tagliuzzata il ventre con le lamette. Si è sdraiata per ore sopra una croce di ghiaccio, lasciandosi avvinghiare da cinque pitoni affamati. In una performance uno sconosciuto le ha puntato una pistola carica alla tempia; in un’altra è finita all’ospedale con ustioni gravi quando la stella comunista a cinque punte onnipresente nella sua opera ha preso fuoco. Ma se in quarant’anni di carriera Marina Abramovic ha inflitto inenarrabili autoflagellazioni al proprio corpo, dall’aspetto non si direbbe.

A 65 anni compiuti lo scorso 30 novembre e con due matrimoni alle spalle (l’ultimo, con il 48enne scultore italiano Paolo Canevari naufragato di recente) la leggendaria «matriarca della performance art» ne dimostra venti di meno. Forse perché la felicità creativa, per lei, è arrivata a 60 anni. «Le mie ultime opere newyorchesi sono le più importanti — spiega l’artista serba — il rigore di quei tour de force ha impresso in me una metamorfosi mentale e fisica profonda, trasformandomi come persona».

Seven Easy Pieces — omaggio ai pionieri della performance art Bruce Nauman, Vito Acconci, Valie Export, Gina Pane e Joseph Beuys che inaugurò al Guggenheim nel 2005 — durava una settimana. Gli altri due — The House With The Ocean View alla Sean Kelly Gallery e The Artist Is Present al Moma — 12 giorni e tre mesi rispettivamente. Per quest’ultima, («La performance più radicale della mia vita»), è rimasta per sette ore al giorno seduta a «fissare dentro gli occhi, pieni di dolore, i visitatori»: «736 ore e 30 minuti muta e immobile, senza mangiare, bere o andare alla toilette», puntualizza l’artista che tra le sue «muse» annovera la scrittrice Susan Sontag, la fotografa Cindy Sherman, l’artista iraniana Shirin Neshat e soprattutto Maria Callas ma non Yoko Ono («Amo i suoi primi lavori ma non capisco proprio cosa stia facendo oggi»).

Prima di lei, il Moma non aveva mai visto code del genere. Oltre 850mila visitatori — un record — si sono messi in fila sin dalla sera prima per una seduta con lei. Su My- Space e Facebook sono spuntati diari dal titolo «Io e Marina». I più «fortunati», quelli che sono riusciti ad avere più di dieci one-on-one, hanno formato dei club mentre fuori dal museo un gruppo di artisti distribuiva spille con la scritta «Ho pianto con la Abramovic» a chi, ogni giorno, scoppiava in lacrime durante la performance.

Quando si è appreso che alcuni Vip — Sharon Stone, Isabella Rossellini, Björk e Lady Gaga — erano entrati saltando la fila, è scoppiato il pandemonio. «Ma almeno Lady Gaga è un’artista generosa — ribatte la Abramovic —, l’unica che ringrazia sempre i suoi ispiratori. Al contrario di Madonna che deruba a piene mani i performance artist, senza mai ammetterlo. Il mondo della moda, la pubblicità e il marketing fanno lo stesso».

Per prepararsi alla fatica del Moma, si è sottoposta ad un «massacrante training messo a punto dalla Nasa». «Però — precisa — devo ai miei genitori e alla Jugoslavia di Tito la disciplina e la forza di volontà che esibisco nelle mie opere». Sua madre Danica veniva da una delle famiglie più ricche e potenti del Paese; il padre Vojo era di origine contadina. Entrambi combatterono coi partigiani e dopo la guerra conquistarono posti di prestigio nel governo comunista che mise a loro disposizione viaggi, domestici, una casa al mare e un enorme appartamento a Belgrado confiscato dai nazisti a una ricca famiglia ebrea.

Ma nonostante l’infanzia agiata («Eravamo la borghesia rossa»), Marina deve fare i conti con un padre playboy che abbandona la famiglia, lasciando lei e il fratello Velimir (oggi un rispettato filosofo) in balia dei metodi «militari» della madre, un ex maggiore dell’esercito che andava a letto con la pistola sotto al cuscino e la picchiava. «Mi incuteva timore, però è stata lei a insegnarmi l’autodisciplina», rivela la Abramovic. In un’intervista nell’ambito dell’opera Delusional, nel 1994, Danica spiega alla figlia perché il dolore fisico non la sfiora: «Nessuno mi ha mai sentita, né mi sentirà mai gridare».

Una notte, quando, a 29 anni già compiuti, torna a casa dopo le 22, sua madre chiama la polizia. Da lì a poco lascia il suo primo marito Nesa, come lei studente dell’Accademia di Belle Arti di Belgrado, e scappa con l’artista tedesco Ulay (Frank Uwe Laysiepen), figlio di un soldato nazista che lo ha reso orfano a 15 anni. Dal 1976 al 1988 Ulay (nato come lei il 30 novembre) e Marina vivono come nomadi tra gli aborigeni australiani, Amsterdam e una vecchia Citroen, poi finita tra i cimeli del Moma.

Il loro addio, «allestito» sulla Grande Muraglia cinese, («Io partii dal lato orientale, lui da quello occidentale») pose fine a una collaborazione unica nel mondo dell’arte. «La carriera della Abramovic è divisa in tre periodi — teorizza oggi il “New Yorker” —: prima, con e dopo Ulay». Al «dopo» appartiene l’intervista in cui lui l’accusa di «non avere mai voluto figli perché sposata al lavoro » e bolla come «false» le sue ultime performance «ripetitive»: un ossimoro per un’artista il cui motto è «odio il teatro perché il suo sangue, i suoi coltelli e le sue emozioni sono falsi».

«Ulay è amareggiato perché, 23 anni dopo, ha molta meno fortuna di me», ribatte la Abramovic, la cui consacrazione artistica è avvenuta «dopo», nel 1997, quando vinse il Leone d’oro alla Biennale di Venezia con la performance Balkan Baroque, dove, per tre giorni, ha grattato e pulito una montagna sanguinolenta di ossa di animale, tra litanie e video del suo Paese dilaniato dalla guerra: «Quella è l’unica opera che non riallestirei mai. È una metafora contro tutte le guerre e non ha bisogno di essere ripetuta».

«L’Italia ha creduto in me sin dall’inizio e l’ho sempre sentita amica», precisa. Ma il collante non è il cattolicesimo. «Vengo da una famiglia serbo-ortodossa e nel mio lavoro manca il senso di colpa del cattolicesimo, coi suoi cilici e le sue autoflagellazioni per rafforzare lo spirito e la vita interiore — teorizza —. Io lavoro con la nudità, la sessualità e la politica. Piaccio più agli italiani che ai norvegesi perché le mie performance sono molto emotive».

La più importante della sua carriera? Anche questa italiana: Rhythm Zero, tenuta a Napoli nel 1974, quando rimase sdraiata per sei ore circondata da 72 strumenti, tra cui lamette, fiammiferi, una rosa, chiodi, piume, miele e una pistola carica. Il pubblico, invitato a «usarli come crede», si scatenò. «Le donne non mi toccarono, limitandosi a suggerire agli uomini come infierire — racconta —. La platea si spaccò in tre gruppi: chi mi vedeva come una madre, chi come una Madonna e chi una puttana. Ho sfiorato per un pelo la morte e, da allora, so cos’è la paura e come evitarla».

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