Il secolo della pace

Steven Pinker

Steven Pinker, da “la Repubblica”

Il giorno in cui leggerete questo articolo, verrete a conoscenza di uno sconvolgente atto di violenza. Da qualche parte nel mondo ci sarà stato un attentato terroristico, un omicidio insensato, una sanguinosa rivolta. Venire a conoscenza di queste atrocità e non pensare “fino a che punto arriveremo?” è impossibile. Una domanda più appropriata, in realtà, potrebbe essere: “Quanto atroce è stato il mondo in passato?”. Che lo si creda o no, in passato la vita su questa Terra è stata di gran lunga peggiore. La violenza è in calo da migliaia di anni a questa parte e oggi molto probabilmente viviamo nell´epoca più pacifica nella storia della nostra specie. Certo, il calo della violenza non è stato omogeneo. In ogni caso si è trattato di un progresso storico costante, quantificabile nell´ordine dei millenni e visibile negli anni, dalla dichiarazione delle guerre alle sculacciate ai bambini. Sono consapevole che questa mia affermazione susciterà scetticismo, incredulità, e in qualche caso collera. Noi siamo portati a valutare la probabilità di un evento dalla facilità con la quale possiamo richiamare alla mente esempi analoghi e senza dubbio le scene di massacro hanno maggiori probabilità di entrare nelle nostre case e di restare impresse nella nostra memoria di gran lunga più delle immagini di gente che muore normalmente di vecchiaia. Ci saranno sempre abbastanza morti violente da riempire i telegiornali.
Non è difficile trovare le prove del nostro sanguinario passato. Basti pensare ai genocidi del Vecchio Testamento e alle crocifissioni del Nuovo, alle mutilazioni cruente delle tragedie di Shakespeare e alle fiabe dei fratelli Grimm, ai monarchi britannici che decapitavano i loro parenti e ai primi coloni americani che sfidavano a duello i loro nemici. Oggi la drastica riduzione di queste pratiche violente può essere quantificata: dando un´occhiata ai numeri si evince che nel corso della Storia il genere umano è stato benedetto da sei significative fasi di diminuzione della violenza. La prima fu un iter di pacificazione: la transizione dall´anarchia delle società dedite alla caccia, alla raccolta e all´orticultura alle prime civiltà agricole, con città e governi, iniziata circa cinquemila anni fa.
Per secoli, sociologi come Hobbes e Rousseau hanno formulato varie ipotesi dalle loro comode poltrone su come dovesse essere la vita allo “stato di natura”. Oggi possiamo fare di meglio: l´archeologia forense – una sorta di “CSI Paleolitico” – può desumere il tasso di incidenza della violenza dalla percentuale di scheletri reperiti nei siti archeologici che presentano crani spaccati, decapitati o frecce ancora conficcate nelle ossa. Gli etnografi possono appurare le cause di morte nelle popolazioni tribali che hanno vissuto in tempi recenti fuori dal controllo statale. Da queste indagini risulta che in media il 15 per cento circa delle persone vissute in epoche antecedenti alla nascita degli Stati moriva di morte violenta rispetto al 3 per cento circa delle persone vissute dopo la nascita degli stati. Il secondo calo della violenza fu un processo di civilizzazione molto evidente in Europa. Dagli archivi storici risulta che tra la fine del Medioevo e il XX secolo i paesi europei assistettero a una contrazione del tasso degli omicidi da dieci a cinquanta volte. Tali cifre sono compatibili con ciò che ci è raccontato dei bui e spietati tempi medievali. C´erano così tante persone alle quali era mutilato il naso che nei testi medici dell´epoca si facevano congetture varie sui metodi e sulle tecniche più adatte a farlo ricrescere. Gli storici attribuiscono il calo della violenza al consolidarsi di un insieme variegato di territori feudali in grandi regni dotati di un´autorità centralizzata e infrastrutture di commercio. La giustizia penale divenne di competenza dello Stato e i saccheggi a somma zero cedettero il posto a redditizi commerci. La terza transizione, denominata talora Rivoluzione umanitaria, fu innescata infine dall´Illuminismo. Nel XVIII secolo si andò diffondendo l´abolizione della tortura giudiziaria. Al tempo stesso molte nazioni iniziarono a sfoltire la lista dei reati passibili della pena capitale. Sempre più paesi cominciarono altresì ad abolire passatempi sanguinari quali i duelli, la caccia alle streghe, le persecuzioni religiose e la schiavitù.
La quarta transizione verso una sensibile riduzione della violenza è l´astensione dai conflitti internazionali alla quale stiamo assistendo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Gli storici chiamano talvolta questo periodo “la Lunga Pace”. Il luogo comune secondo il quale il XX secolo è stato “il più violento della Storia”, pertanto, non tiene affatto conto della seconda metà del secolo (e in ogni caso l´assunto potrebbe non essere vero neppure in relazione alla prima metà, se si calcolano le morti violente in rapporto all´intera popolazione terrestre). Il quinto trend, che mi piace definire “la Nuova Pace”, interessa la guerra nel mondo inteso nel suo insieme, comprese quindi le nazioni in via di sviluppo. Dal 1946 parecchi organizzazioni hanno tenuto conto del numero dei conflitti armati e soprattutto del bilancio complessivo delle vittime in tutto il pianeta. La cattiva notizia è che per svariati decenni al calo di guerre tra nazioni diverse si è accompagnato un aumento delle guerre civili. La notizia un po´ meno cattiva è che le guerre civili tendono in genere a falciare meno vittime tra la popolazione rispetto alle guerre tra Stati. La notizia positiva, invece, è che dal picco raggiunto durante la guerra fredda negli anni Settanta e Ottanta i conflitti organizzati di ogni possibile tipo sono in costante diminuzione a ogni latitudine e il bilancio delle vittime è ancor più sensibilmente in calo.
Forse che la violenza è stata letteralmente estirpata da noi, lasciandoci più pacifici per natura? È molto più probabile che della natura umana abbiano sempre fatto parte una certa propensione alla violenza e altre propensioni a controbilanciarla – tramite l´autocontrollo, l´empatia, l´onestà e la ragione – quelle che Abraham Lincoln aveva definito “i migliori angeli della nostra natura”. La violenza è in calo perché le circostanze storiche hanno salvaguardato sempre più i nostri angeli migliori. La più ovvia di queste forze pacificanti è stata lo Stato, col suo monopolio sul legittimo uso della forza. Altra forza pacificante sono stati i commerci, attività dalla quale tutti possono trarre profitto. Una terza forza profondamente pacificante è stata il cosmopolitismo, l´espandersi dei piccoli mondi campanilistici delle varie popolazioni attuato tramite l´istruzione, la mobilità, la cultura, la scienza, la storia, il giornalismo e i mezzi di comunicazione. Queste tecnologie hanno altresì alimentato un´espansione della razionalità e dell´oggettività nelle questioni umane. Gli esseri umani hanno sempre meno probabilità di privilegiare i propri interessi a discapito di quelli altrui.
Quando si diventa consapevoli del calo storico della violenza, il mondo inizia ad apparire diverso. Il passato sembra meno innocente, il presente meno sinistro. Si iniziano ad apprezzare i piccoli doni della coesistenza che sarebbero sembrati utopistici ai nostri antenati: la famiglia interraziale che gioca al parco, il comico che fa una battuta di spirito sul capo del governo, i paesi che con calma fanno passi indietro rispetto al deflagrare di una crisi invece di lanciarsi in un´escalation bellica. Malgrado tutte le difficoltà del nostro vivere, e tutti i problemi che restano ancora irrisolti nel mondo, il calo della violenza è un risultato che possiamo apprezzare e che deve essere di incitamento ad aver care le forze della civiltà e dell´Illuminismo che l´hanno reso possibile.
*(Traduzione di Anna Bissanti)
© 2011 Dow Jones & Company, Inc. All Rights Reserved. Questo articolo è stato pubblicato sul Wall Street Journal

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