Il saggio di Maurizio Serra su Pétain
Giovanni Belardelli per “Il Corriere della Sera“
Il crollo della Francia nel giugno del 1940, con l’esodo di milioni di civili da Nordest a Sudovest (quella specie di 8 settembre d’Oltralpe descritto da Irène Némirovsky in Suite francese), ebbe la sua causa anche in correnti profonde della cultura del Paese, anzitutto in un sentimento di disaffezione per la democrazia che s’era diffuso negli anni precedenti. È anche di questo che tratta un libro importante di Maurizio Serra (La Francia di Vichy. Una cultura dell’autorità, Le Lettere, pp. 292, € 28), che analizza appunto le radici culturali della sconfitta e i caratteri del progetto autoritario formulato a Vichy dal maresciallo Pétain, capo del governo nella Francia rimasta formalmente indipendente. Ma il volume studia – ed è la parte più interessante – quel fenomeno cupo e inquietante che fu il collaborazionismo degli intellettuali nella Parigi occupata dai tedeschi.
Pétain apparve ai francesi come colui che, garantendo l’indipendenza di una parte almeno del Paese, aveva salvato la Francia una seconda volta (la prima era stata, nel 1916, a Verdun). Il consenso estesissimo del quale godeva lo indusse a formulare un ambizioso progetto di «rivoluzione nazionale» che riformasse la società francese alla luce del trinomio «lavoro, famiglia, patria». Progetto che riprendeva le tradizionali critiche dell’estrema destra al regime democratico e alla rivoluzione francese, irrealistico vista la debolezza di uno Stato che di fatto dipendeva dai tedeschi.
Dal libro di Serra emerge bene la differenza tra questo progetto autoritario e reazionario e le posizioni di una nuova destra intellettuale che si coagulò in quegli stessi anni a Parigi, nella zona occupata dai tedeschi (ma dal novembre 1942 l’occupazione si sarebbe estesa anche alla Francia di Vichy), in un clima per molti aspetti ambiguo e paradossale. La Parigi controllata dai nazisti è una città ricca di fermenti culturali e artistici: vi si pubblicano libri importanti, da Antigone di Anouilh a Lo straniero di Camus; vi si rappresentano opere teatrali di rilievo; nel solo 1942 vengono girati ben 72 film. Ma è anche la città che subisce la razzia di molte opere d’arte e dove, nel maggio 1943, vengono distrutti migliaia di quadri di pittori «degenerati», come i nazisti definivano gli artisti appartenenti alle correnti di avanguardia e perciò soggetti al «morbo giudaico».
È lì che alcuni intellettuali francesi sposano la causadel nazismo, visto come l’occasione per un’estrema sfida alla società borghese, lo strumento per distinguersi – in una scelta politica ed estetica – dalle masse e dagli uomini comuni. Scriverà Drieu La Rochelle nel diario: «Sono stato tra gli happy few, tra quei pochi ragazzi che nel collaborazionismo non c’erano per collaborare, ma per non essere altrove, nel gregge che sudava paura e odio». Se i collaborazionisti militanti furono pochi, nota Serra, molti di più furono i fiancheggiatori o simpatizzanti. Più che una corrente vera e propria, gli intellettuali collaborazionisti impersonarono un insieme di aspirazioni, fobie, atteggiamenti fondati sul rifiuto di ogni posizione intellettualmente coerente, sulla critica dell’Occidente materialistico e della «contaminazione ebraica», sul richiamo alla «sana violenza giovanile», senza più alcuna nostalgia per l’esaltazione nazionalistica di ciò che è tradizionalmente francese. Un’esaltazione che trovava posto invece nell’ideologia ufficiale di Vichy.
Erano posizioni che rifiutavano la distinzione tra destra e sinistra, affiancando alla simpatia per Hitler quella per Stalin, all’apprezzamento per il fascismo quello per il comunismo, entrambi definiti da Robert Brasillach «la poesia stessa del XX secolo». Tutto questo in un’atmosfera di esaltato nichilismo, di fascinazione per la rovina e la morte. E con la morte si concluse nel 1945 l’esistenza sia di Drieu sia di Brasillach, i due scrittori forse più rappresentativi del collaborazionismo parigino: suicida il primo, giustiziato il secondo, nonostante un appello in suo favore firmato anche da intellettuali che avevano partecipato alla Resistenza. Per una singolare coincidenza nei loro ultimi giorni entrambi, come ricorda Serra, si erano dedicati alla lettura di Shakespeare.
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