E un’opera lirica da recuperare: «Eliogabalo» di Francesco Cavalli
Alberto Arbasino per “Il Corriere della Sera“
Già un secolo dalla nascita di Giulio Einaudi… Eppure oltre cinquant’anni sono ben passati da quando pubblicò il mio primo libro. Non lo ricordo lì, mentre Italo Calvino mi consigliava: «Per incominciare, non troppe pagine, perché se è lungo non ti leggono e non ti recensiscono. Ma se adesso ti piange il cuore, pensa che quando il primo libro va bene (perché uno ci ha messo dentro tutta la sua vita), poi tutti sparano volentieri sul secondo, più improvvisato. Però non temere, perché il tuo secondo è già qui: sono i racconti che non mettiamo nel primo». Calvino aggiungeva: «Lui ha già ventisette anni, non lo si può mettere fra i debuttanti». (E nessuno rise).
Einaudi era piuttosto presente quando gli imitavo il birignao di certi suoi coetanei alla Scuola di Guerra di Pinerolo, brillanti uffizialetti squattrinati sulla soglia delle pasticcerie signorili di Voghera, con la «caramella» di prammatica a un occhio, il bicchiere di vermut in mano, e il tipico tic ippico di allargare e stringere le chiappe, commentando le passanti di Voghera. Sede allora illustre di Cavalleggeri, prima di perdere così malamente la guerra. Avendo zii e cugini in Cavalleria, era facile rifare quel Piemonte di occhialetti e falsetti, oltre alle fasce azzurre e alle sciabole di gala. Ma piaceva poco, in quei corridoi editoriali.
Impopolari memorie risalgono invece agli orribili anni Settanta. Giulio Einaudi celebrò la sua Enciclopedia con una festa d’altri tempi a Castel Sant’Angelo, illuminato con torce. E lì Giulio Bollati e altri redattori chinavano la testa negando ogni responsabilità nell’evento, mentre frotte di traduttori e collaboratori e ausiliari non pagati vedevano dissolversi ogni possibilità di compensi, in quelle bicchierate. Ivi ricordo che passeggiando con Elena Croce scorgemmo su una parete il tipico struzzo, logo della Casa. Temendo un teppismo graffitista, si andò in cerca della direttrice. Ma lei rispose che quel logo era lì, documentato, da secoli.
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Impietosi e scomodi, nella terza età, fisiologicamente e fortuitamente ritornano alla memoria battute e canzoni stupidissime dalla lontana infanzia. Quante. Troppe. Casuali, imprecise. Uffa.
Ecco la versione nazionale di «Blue Moon», canticchiata da tanti gagà nelle rotonde sul mare e in mezza montagna. «Ma tu, pallida luna perché?», mentre «la luna allor, col suo pallido chiaror, sorrideva di lassù», ammiccando a chissà quali «peccati di gioventù, che non ritornano mai più». Altri tempi. «E nevica, sapessi come nevica»… Ma la luna sempre pallida. Mai un po’ florida, o machiavellica, o postbellica, negli squallidi anni Quaranta. «Che schifo», ringhiava opportunamente Tina Pica.
Quando poi,«la pastorella sa, che un dì si sposerà» e «sarà una festa per tutta la vallata, ridente e colorata, di biancospini in fior» (colorate di bianco? uhm), ci si chiede cosa commenteranno i valligiani: se invece che in bianco (tipo biancospini) «sarà più bella in abito da sposa, un paltoncino rosa, trapunto tutto d’or».
Nel celeberrimo «Azzurro» di Celentano, si evoca tutta un’atmosferica storica di bar a Giambellino, Cerutti Gino, Drago o Mago, Gaber, Testori, Simonetta, Iannacci, Maria Brasca. Per chi non è mai andato a un oratorio o a un refettorio, ma solo a qualche bar sport, poteva sembrare intrigante «neanche un prete, per chiacchierar», benché i preti abbiano preferito sempre i più piccoli, e non quelli con già la ragazza. Ma quando «il treno dei desideri, dei miei pensieri all’incontrario va» (o forse viceversa), da bimbi era complicato raccordarlo con «conduttor, ferma il treno per favor, ho veduto sulla strada una ragazza che è un amor». Però anche «o macchinista, metti il carbone, quel macchinone, fallo volar!». E magari subito: «oh come vorrei (col treno?) poter partir, e poi tornar, per la gioia di star con te!». «E non scapperai perché, voglio dirti che mi piaci, voglio stringerti sul cuor, e in un impeto di baci sfogar tutto il mio furor! (o calor?)».
D’altra parte, «Drinn drinn (ecc.) corre e va la diligenza». E lì, reverenza, pazienza, prudenza, niente penitenza … «Passa il monte, passa il mare… Se lungi sia la meta, che fa?… La frusta schiocca, la dolce bocca»… Ma per i piccoli utenti delle fiabe dei Grimm, niente era più pauroso di «Vieni, c’è una strada nel bosco»…
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L’Eliogabalo di Francesco Cavalli sembra ormai un fantasma operistico che da tre secoli si aggira fuori d’Italia e lontano da Roma. Alla Monnaie di Bruxelles l’altro anno, poi in questo autunno a Dortmund (diretto da Fausto Nardi), e in altre sedi certamente dopo. Come gli altri capolavori di Cavalli recentemente ripresi e applauditi - L’Egisto, La Calisto, L’Erismena, L’Ormindo, L’Oristeo, L’Ercole amante – nacque con successo nei teatri veneziani alla moda, intorno al 1650: S. Cassiano, S. Apollinare, SS. Giovanni e Paolo. E le riprese attuali hanno ottenuto applausi, buon box office, buone incisioni piene di Arsamene, Amastri, Aldimire, Atalante, Erimanti, Tradimedi, Ariadeni, Erici, Erisbi, Romilde, evidentemente per la gioia di pubblico e fans non solo d’epoca barocca.
Alla felice mostra capitolina sui Ritratti del Potere, fra le teste di busti degli imperatori romani, e anche in Roma, i volti dell’Impero di F. M. Ricci e Cariparma, Eliogabalo è un giovanetto praticamente implume e imberbe, con occhietti vaghi e sopracciglia esili. Baffini quasi inesistenti, classiche ciocche di capelli tradizionali e strane basettine arricciolate di tipo israelitico. Regnò solo per quattro anni, morì a diciotto, e così non si capisce come fece a vessare con arroganza il popolo romano. Con languore, si direbbe. Mentre invece Lucio Varo, tra i meravigliosi marmi Borghese provvisoriamente rientrati dal Louvre, risulta bellissimo quale mirabile esempio di romanità maschia e ricciolina.
Secondo Erodiano e altri autori, oltre a numerose eccentricità e sregolatezze, e a parecchi orientalisti scenografici, malgrado il look così poco «fighetto», Eliogabalo adolescente fece costruire un tempio grande e magnifico, dotato di importanti festività annuali.
Insomma parrebbe opportuno presentare finalmente quest’opera così eponima di Cavalli anche a Roma.Possibilmente nell’Anfiteatro Castrense, «grandiosa costruzione ellittica destinata agli spettacoli della corte imperiale» secondo la guida del T.C.I., ed «eretta al principio del sec. III da Eliogabalo o da Alessandro Severo». Nei discussi e contesi Orti della Basilica di S. Croce in Gerusalemme. Coi nostalgici verzieri già accuratamente rinverditi dal sommo giardiniere Paolo Pejrone, e un suggestivo cancelletto dovuto a Yannis Xenakis.
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Un altro doveroso recupero, con la necessaria pompa magna, finalmente a Roma, sarebbe l’ormai centenario Palestrina , di Hans Pfitzner, giacché il primo e terzo atto si svolgono appunto nella Città Eterna, con notturni fragranti di ponentino. Mentre nel secondo atto ha luogo il Concilio di Trento, in quel capoluogo della Controriforma, con gran movimento e tanti personaggi: i cardinali di Lorena e Borromeo e Madruzzo, il patriarca degli Assiri, il vescovo di Budoja, il Conte di Luna…
Lo si replica adesso all’Opera di Monaco, ai bei tepidi Wolfgang Sawallisch, in allestimenti del nostro Filippo Sanjust, che avendo studiato dai gesuiti a Mondragone era praticissimo di cerimoniali ecclesiastici. E fra i tanti arcivescovi esotici, vi appaiono figure familiari: il cardinale (poi Santo) Carlo Borromeo insiste col vedovo e stanco Palestrina perché componga una Messa polifonica molto rinascimentale, mentre gli apprendisti più giovani trovano che la vera avanguardia è a Firenze.
Ma nella notte un grande coro di illustri angeli e predecessori lo ispira a comporre in estasi o trance la Missa Papae Marcelli. E nel finale arriva lo stesso Pio IV a congratularsi con Palestrina poiché nella Cappella Sistina la sua Messa è stata un successo. E le plebi applaudono in strada, nel prestigioso mattino romano.
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