Le porte cittadine narrano la Sicilia

Porta Garibaldi a Catania, foto di Gaetano Gambino

In un volume di Liliana Dufour

Sebastiano Grasso per “Il Corriere della Sera

Della Porta Aragonese, del XIII secolo, è rimasta la volta, sovrastata da tre scudi. Nel ’400, allo stemma di Randazzo, Pietro d’Aragona – durante uno dei soggiorni estivi della corte reale – aveva fatto aggiungere il proprio e quello della moglie Costanza. Da lì, attraverso corso Umberto, si arrivava in piazza Municipio e, a sinistra, si svoltava, in via degli Archi per sbucare in piazza San Nicola. Sulla destra, all’angolo c’era la casa medievale del barone Romeo e di fronte, l’enorme statua di Randazzo Vecchio. Il parroco spiegava ai ragazzi che si trattava del ciclope Piracmone: secondo la leggenda, aveva fondato la città.

Le spalle reggevano gli artigli di un’aquila che appoggiava il becco sulla sua testa, mentre due serpenti si attorcigliavano su ogni gamba. Ai suoi piedi, un leone. L’aquila rappresentava il ceppo latino; i serpenti, quello greco e il leone l’insediamento lombardo. Infatti, una volta a Randazzo si parlavano le tre lingue.

Chi lasciava il paese per proseguire gli studi al liceo classico dei collegi Capizzi di Bronte o del San Michele di Acireale si accorgeva ben presto di essere avvantaggiato rispetto ai compagni che venivano da altri centri della Sicilia: moltissimi termini latini facevano parte del loro linguaggio quotidiano, anche se non mancavano le differenze.

Superata la statua di Piracmone, sempre sulla sinistra, si raggiungevano altri palazzi gentilizi, quasi tutti con gli stemmi in pietra lavica. Uno dei essi, del ’400, aveva ospitato una prigione. Ogni qual volta i ragazzi più curiosi chiedevamo di visitarla, rispondevano loro: «Quando sarete più grandi».

La Porta Aragonese – una delle quattro rimaste, su dodici (e otto torri), della cinta lunga tre chilometri che, nel ’200, circondava Randazzo – adesso è inclusa ne Le porte della città in Sicilia di Liliana Dufour, foto di Gaetano Gambino (Domenico Sanfilippo editore, pp. 276, € 81).

Un eccellente documento di porte e portali, castelli, fortificazioni, muri di cinta, bastioni, e così via, di grandi città, paesetti, contrade nel corso dei secoli: Palermo, Agrigento, Cefalù, Trapani, Erice, Milazzo, Siracusa, Taormina, Messina, Catania, e così via.

Un racconto vero e proprio del trasformarsi di civiltà, costumi, tradizioni nel corso dei secoli, sino ai nostri giorni. Comprese, a Gibellina, La porta del Belice di Pietro Consagra e, a Lampedusa, la Porta dei migranti di Mimmo Paladino.

La storia delle città? «È iscritta nei suoi confini che si spostano, si demoliscono, ma non si cancellano del tutto, sia dalla memoria collettiva sia dal tessuto urbano» dove è possibile tuttora leggerne le tracce.

Si racconta che nel 1867 a Parigi si entrasse da 51 porte. Ma, scrisse un politico francese del tempo, le vere porte di Parigi erano ormai le dodici stazioni ferroviarie dove si arrivava nella Ville Lumière. E le altre, quelle vere? «Mere porte di servizio».

La storia dei manufatti della Sicilia è anche quella di tutti i centri urbani del mondo. In molte città si abbattevano le mura, si colmavano i fossati. «Le città non sono più che grandi agglomerati – scriveva Goethe nel 1809 – e quando in viaggio si osserva questo spettacolo, si crederebbe che la pace universale sia assicurata e l’età dell’oro alle porte». Si sa, i poeti amano sognare.

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