Paolo Matthiae per “Il Sole 24 Ore“
Era figlia del grande Sargon, il fondatore della dinastia di Akkad e del più antico impero della storia, che iniziò il suo lungo regno negli anni attorno al 2340 a. C. e che per le sue imprese straordinarie divenne nella tradizione della Babilonia una figura leggendaria di invincibile condottiero. Ancora verso il 720 a. C., quando un non meno grande sovrano d’Assiria, Sargon II, assunse il suo stesso nome come esplicita dichiarazione programmatica di voler rinnovare le gesta di quell’antico sovrano, un testo pseudostorico lo ricordava così: «Sargon il re dell’universo, quando egli conquistò tutti i Paesi coperti dal cielo, definì i loro confini e misurò la loro grandezza».
Uno degli snodi di quella politica, che doveva conciliare l’antica tradizione sumerica fondata sul primato economico e politico delle strutture templari con la nuova visione akkadica in cui i vincoli di sangue sostenevano una classe politica attenta a più ampli orizzonti territoriali, dovette essere la presenza di Enkheduanna a Ur, del cui secolare santuario era signore quel dio lunare Nanna che, nella teologia sumerica, della Ishtar di Akkad era il padre.
L’immagine di Enkheduanna ci è conservata in un piccolo monumento votivo dove ella compare con tre dignitari, cinta di una benda che doveva essere il segno della sua dignità sacerdotale, davanti a un tipico altare da libazioni e a un singolare edificio che potrebbe essere la più antica rappresentazione di una torre templare mesopotamica, una ziqqurat.
Due complesse composizioni inniche sumeriche in uno stile poetico fortemente caratterizzato da espressioni di lirica drammaticità connesse alla dea Inanna, la corrispondente sumerica della semitica Ishtar, sono attribuite dalla tradizione scribale mesopotamica a Enkheduanna e gli studiosi moderni tendono a riscontrare in esse analogie espressive che sembrano convalidare per i due inni l’identità dell’autrice. Più problematica è l’attribuzione alla poetessa figlia di Sargon di una non meno famosa collezione di inni in lode dei più venerati santuari di Sumer e di Akkad, anch’essi composti in una lingua letterariamente assai elevata.
La più famosa opera poetica di Enkheduanna, che era denominata Ninmesharra (letteralmente Signora di tutti i me, cioè di tutti poteri divini) in sumerico dall’incipit del primo verso e che per il suo contenuto è spesso designata oggi «L’esaltazione di Inanna», ci è giunta in oltre cinquanta diverse copie su tavolette cuneiformi, a dimostrazione della sua popolarità e diffusione negli ambienti scribali dei maggiori centri sumerici. In essa è rievocato in termini allusivi e talora oscuri un evento drammatico della vita della sacerdotessa, la sua scacciata da Ur e il suo esilio «in un antro della steppa», dove «la luce intorno a me è oscurata, le ombre avvolgono lo splendore del giorno, che è offuscato da una tempesta di sabbia, quando la mia bocca dai suoni (un tempo) incantevoli è stravolta, le mie elette sembianze sono ridotte in polvere».
Il canto, poi, assume forme di inno e di preghiera, invocando i grandi dèi perché liberino la sacerdotessa, con allusioni a una figura, molto probabilmente storica, di ribelle, un certo Lugalanne, che deve esser stato il protagonista della rivolta contro il potere di Sargon e della sua ispirata figlia e che verosimilmente agiva in nome dell’antico ordine sumerico, ma che viene presentato come uno spregiudicato e maledetto profanatore dell’ordine divino.
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