Il primo poeta, una donna

Disco di Enkheduanna, figlia di Sargon di Akkad (ca. 2285-2250 a.C.).

Paolo Matthiae per “Il Sole 24 Ore

Il primo poeta nella storia dell’umanità, il cui nome sia noto dalla tradizione antica successiva, ma soprattutto da fonti contemporanee è una donna. Principessa di sangue regale della più gloriosa dinastia della Mesopotamia, grande sacerdotessa di uno dei più venerati santuari del Paese di Sumer, personalità di impegno politico intenso in decenni cruciali dell’antichissimo Oriente preclassico, Enkheduanna visse negli anni attorno al 2300 a. C. nelle terre apparentemente desolate, ma potenzialmente fertilissime, della piana alluvionale dell’Eufrate e del Tigri, nell’area più meridionale dell’odierno Iraq.

Era figlia del grande Sargon, il fondatore della dinastia di Akkad e del più antico impero della storia, che iniziò il suo lungo regno negli anni attorno al 2340 a. C. e che per le sue imprese straordinarie divenne nella tradizione della Babilonia una figura leggendaria di invincibile condottiero. Ancora verso il 720 a. C., quando un non meno grande sovrano d’Assiria, Sargon II, assunse il suo stesso nome come esplicita dichiarazione programmatica di voler rinnovare le gesta di quell’antico sovrano, un testo pseudostorico lo ricordava così: «Sargon il re dell’universo, quando egli conquistò tutti i Paesi coperti dal cielo, definì i loro confini e misurò la loro grandezza».

Nella sua politica, fortemente riformatrice, di ristrutturazione dell’organizzazione sociale, di accentuata dilatazione dei confini, di crescente espansione economica e commerciale, di rinnovamento ideologico della regalità un significato particolare deve aver avuto la sua nomina della figlia Enkheduanna a grande sacerdotessa del tempio del dio-luna Nanna della città di Ur, uno dei principali santuari del mondo numerico, che potrebbe aver opposto qualche resistenza all’inarrestabile ascesa dell’ambizioso ed energico funzionario di ceppo akkadico cresciuto alla corte del signore di Kish. Benché non di sangue regale, ma protetto dal favore divino della grande dea Ishtar, Sargon non solo era salito sul trono dell’antichissima città di Kish, ma era riuscito ad abbattere il potere di un potente principe sumerico, Lugalzagesi, re di Umma, di Uruk e di Ur, che già aveva tentato con successo di ampliare il suo potere su un’ampia cerchia di città del mondo di Sumer e di Akkad, unificando tutta la Babilonia con una nuova organizzazione militare fondata su un esercito stabile. L’indubbio genio militare di Sargon, che lo fece considerare nella tradizione mesopotamica per due millenni, ancora certo negli anni di Alessandro Magno, un conquistatore senza rivali, vincitore di mille battaglie, fu il fondamento del suo potere senza precedenti nell’Oriente delle prime città della storia, ma la sua visione politica fu quella che permise ai suoi successori di reggere l’impero per quattro generazioni.

Uno degli snodi di quella politica, che doveva conciliare l’antica tradizione sumerica fondata sul primato economico e politico delle strutture templari con la nuova visione akkadica in cui i vincoli di sangue sostenevano una classe politica attenta a più ampli orizzonti territoriali, dovette essere la presenza di Enkheduanna a Ur, del cui secolare santuario era signore quel dio lunare Nanna che, nella teologia sumerica, della Ishtar di Akkad era il padre.

L’immagine di Enkheduanna ci è conservata in un piccolo monumento votivo dove ella compare con tre dignitari, cinta di una benda che doveva essere il segno della sua dignità sacerdotale, davanti a un tipico altare da libazioni e a un singolare edificio che potrebbe essere la più antica rappresentazione di una torre templare mesopotamica, una ziqqurat.
Due complesse composizioni inniche sumeriche in uno stile poetico fortemente caratterizzato da espressioni di lirica drammaticità connesse alla dea Inanna, la corrispondente sumerica della semitica Ishtar, sono attribuite dalla tradizione scribale mesopotamica a Enkheduanna e gli studiosi moderni tendono a riscontrare in esse analogie espressive che sembrano convalidare per i due inni l’identità dell’autrice. Più problematica è l’attribuzione alla poetessa figlia di Sargon di una non meno famosa collezione di inni in lode dei più venerati santuari di Sumer e di Akkad, anch’essi composti in una lingua letterariamente assai elevata.

La più famosa opera poetica di Enkheduanna, che era denominata Ninmesharra (letteralmente Signora di tutti i me, cioè di tutti poteri divini) in sumerico dall’incipit del primo verso e che per il suo contenuto è spesso designata oggi «L’esaltazione di Inanna», ci è giunta in oltre cinquanta diverse copie su tavolette cuneiformi, a dimostrazione della sua popolarità e diffusione negli ambienti scribali dei maggiori centri sumerici. In essa è rievocato in termini allusivi e talora oscuri un evento drammatico della vita della sacerdotessa, la sua scacciata da Ur e il suo esilio «in un antro della steppa», dove «la luce intorno a me è oscurata, le ombre avvolgono lo splendore del giorno, che è offuscato da una tempesta di sabbia, quando la mia bocca dai suoni (un tempo) incantevoli è stravolta, le mie elette sembianze sono ridotte in polvere».

Il canto, poi, assume forme di inno e di preghiera, invocando i grandi dèi perché liberino la sacerdotessa, con allusioni a una figura, molto probabilmente storica, di ribelle, un certo Lugalanne, che deve esser stato il protagonista della rivolta contro il potere di Sargon e della sua ispirata figlia e che verosimilmente agiva in nome dell’antico ordine sumerico, ma che viene presentato come uno spregiudicato e maledetto profanatore dell’ordine divino.

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