Dalla nobile virtù in Thomas Mann alla crisi educativa contemporanea
Claudio Magris per “Il Corriere della Sera“
Thomas Mann racconta come suo padre – il severo senatore di Lubecca prototipo di quella grande civiltà in borghese fondata su una schietta etica del lavoro, creatrice di benessere di ordine e di rispettabilità, aperta all’arte ma anche segretamente insidiata da essa, che celebrando la sua civiltà ne metteva in discussione la sicurezza aprendo così la strada alla sua decadenza – quando leggeva Nanà, romanzo scandaloso e immorale per quella decenza borghese che egli incarnava, avvolgeva il libro in una custodia, affinché i bravi cittadini di Lubecca non potessero vedere di quale opera si trattasse.
Nobiltà dello spirito, la raccolta di geniali saggi letterari di Mann, è a suo modo una custodia nella quale il grande scrittore della decadenza, della malattia e della fine dell’amata borghesia autentica – umanistica e insieme generatrice della barbarie che stava nascendo dalla sua decadenza – avvolgeva la propria stessa opera romanzesca, quasi per attutirne il carattere demonico. Nobiltà dello spirito, infatti, non è solo una raccolta di geniali saggi letterari su autori e capolavori della letteratura universale; è anche un’arca di Noè della civiltà ed un tentativo di trovare nell’umanesimo e nell’arte la mediazione di quei conflitti e di quelle contraddizioni – tra natura e spirito, ragione e inconscio, vita e morale, arte e sentimento, civiltà e barbarie – che stanno lacerando la cultura umanistica europea e che Mann, pur nutrendo la sua arte di quella lacerazione, cerca di esorcizzare e combattere.
L’umanesimo - nella sua essenza, nella centralità assegnata all’individuo e ai valori universali dell’uomo – è indubbiamente in crisi nella radicale trasformazione di ogni cosa, e dell’individuo stesso, che stiamo vivendo. È questa crisi che Rob Riemen vuole fronteggiare esplicitamente col suo libro che riprende intenzionalmente, pari pari, il titolo manniano La nobiltà di spirito. Riemen dirige l’istituto olandese Nexus, che da anni conduce – con incontri, congressi, con l’omonima rivista – una battaglia contro la crisi dei valori umanistici, della stessa civiltà europea ed occidentale. Non è forse un caso che egli provenga da una tradizione di libertà, di laicità, di pluralismo come quella del suo Paese, l’Olanda.
Riemen affronta e combatte l’eclissi dei valori individuali e liberali e dello stesso concetto di cultura europea; difende l’ideale della Bildung, cioè di una formazione armoniosa e completa dell’uomo, la dignitas hominis. Cosa si può fare concretamente – gli chiedo, incontrandolo a Trieste – per opporsi a quella perdita di valori denunciata nel libro?
RIEMEN - La perdita di valori non è una questione solo intellettuale, ma implica sempre gravi conseguenze politiche ed economiche e oggi lo vediamo più che mai. Già duemila anni fa Longino, nel suo trattato Del Sublime, aveva capito che una crisi finanziaria è sempre anche una crisi morale, in cui non si sa più cos’è la grandezza umana e si vive in una cultura kitsch. L’umanesimo europeo che il mio libro difende si fonda sulle cose che danno vita alla vita – amore, amicizia, giustizia, verità. Una vita piena di senso è quella capace di creare verità, giustizia e bellezza. Sono temi non certo nuovi. Michelstaedter, che entrambi amiamo tanto, aveva già detto che non conta ciò che si ha, ma ciò che si è. Non capisco perché tanti non comprendano questa verità così ovvia.
MAGRIS - Non c’è il pericolo di contrapporre alla trasformazione che ci investe con velocità incontenibile un superato umanesimo vecchio stampo, già ironizzato da Mann nella figura di Settembrini, nella Montagna magica? Lo «spirito» non può essere contrapposto alla materia, all’economia, alla politica, alla genetica che sta radicalmente cambiando la fisionomia dell’uomo, alla potenza: se esiste, lo spirito è la capacità di dare senso all’intera realtà, di stabilire frontiere morali. Come tale, esso non si identifica con l’arte o la letteratura più che con le altre attività e conoscenze dell’uomo. Altrimenti esso diviene un nobile ma inutile e patetico antiquariato, oggettivamente falso se non si immerge nella bruciante realtà del tempo.
RIEMEN - Nel 1921 Thomas Mann, pubblicando il saggioGoethe e Tolstoj, si chiedeva se la tradizione classico-umanistica fosse un valore eternamente umano oppure la caratteristica di un’epoca, quella borghese-liberale, destinata a morire con la fine di quest’ultima. È questa la domanda chiave cui dobbiamo rispondere. Nel mio libro cerco di spiegare e difendere la posizione di Mann, secondo il quale senza l’umanesimo europeo pure l’Europa è votata a morire e la nostra società a dissolversi in guerre tribali. Per Mann l’umanesimo non è una torre d’avorio per intellettuali che leggono Platone, bensì il riconoscimento di valori eternamente umani che dicono ciò che dovremmo essere, che insegnano ad acquistare dignità e a respingere fanatismo e oscurantismo. Non si tratta di negare la tragedia e la morte immanenti in ogni vita, ma di celebrare nonostante tutto la vita. L’essenza del fascismo, per Mann, era la negazione di valori trascendentali universali. Non ritengo che economia, tecnologia politica possano da sole dare senso all’esistenza, come molti invece sembrano credere.
MAGRIS - Nel tuo libro la letteratura ha un ruolo dominante in questa fondazione di valori. Ma George Steiner, nella sua splendida prefazione al tuo testo, ricorda – come del resto anche tu – che molti grandi poeti e pensatori si sono alleati alle barbarie (basti pensare a quanti, fra i grandi scrittori del Novecento, sono stati fascisti, nazisti, idolatri di Stalin). La letteratura e l’arte, se isolate dal contesto concreto in cui ogni uomo e dunque ogni artista è immerso e milita, sono un argine debolissimo alla barbarie. Anche nella vita di Mann ci sono elementi inquietanti dal punto di vista umano, nonostante la sua stilizzazione o autostilizzazione quale rappresentante ufficiale dell’umanesimo. La nobiltà dello spirito rischia di non essere migliore di quella di sangue e di danaro; essa può condurre gli scrittori – come diceva lo scrittore Stephen Spender, da te citato – alla presunzione di «esprimere opinioni su cose di cui non sanno niente»…
RIEMEN - Caro Claudio, vorrei ricordarti quella pagina in cui Canetti commenta la frase di un poeta sconosciuto, scritta alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: «Se fossi veramente un poeta, dovrei impedire la guerra». In un primo momento Canetti pensò che quel poeta fosse pazzo, ma poi riconobbe in quella frase l’essenza della poesia, la sua responsabilità, il suo dovere e potere dar senso alla vita, opponendosi così concretamente alla sua distruzione, più di quanto possano fare la scienza o l’economia. L’arte non può forzare nessuno, ma è un incoraggiamento sottovoce alla vita autentica. Primo Levi, ad Auschwitz, resiste anche grazie al ricordo di alcuni versi di Dante: «Fatti non foste a viver come bruti…». È un crimine che la ricca società dell’Occidente lasci perdere l’umanesimo privandosi così del futuro.
MAGRIS - Mann ha amato profondamente la grande borghesia liberale e la sua cultura e ne ha intravisto e patito senza illusioni la fine. Marx parlava di un Lumpenproletariat di un proletariato intellettualmente pezzente, buono ad essere operato per le manipolazioni più reazionarie, diversamente dal proletariato cosciente e impegnato. Oggi abbiamo una Lumpenbourgeoisie; una borghesia spesso moralmente e intellettualmente pezzente, che non ha nulla della borghesia classica, dei suoi valori, della sua cultura, del suo stile di vita e di comportamento, ma che è pronta e incline ad ogni indecenza, negando se stessa e perdendo il diritto di definirsi borghese, parola che per Mann, Croce, Einaudi e tanti altri significa tutt’altra cosa. Una borghesia che diventa anche politicamente il contrario di se stessa ossia populismo, democrazia per acclamazione di caudillos, ovvero – parafrasando il titolo e la tesi di un tuo recentissimo libro – fascismo eternamente pronto a ritornare (anche se, a mio avviso, in forme talmente diverse da non giustificare la definizione di fascista). Forse è il prezzo che dobbiamo pagare per la diffusione almeno di un certo livello di cultura fra masse sempre più vaste, per il rimescolamento – di per sé potenzialmente stimolante – delle identità culturali, per la metamorfosi che la genetica sta operando nella stessa natura dell’individuo, nella stessa vita biologica, mutando la specie dell’homo sapiens.
RIEMEN - Credo che Mann e Croce sapessero troppo bene come una democrazia di massa sia una contraddizione. Una democrazia si basa sulla libertà, libertà che implica l’impegno a liberarsi da violenze, arroganze, pregiudizi, angustie mentali, paure, odi. Ma se non si crede più a valori universali che trascendono il tempo, anziché un libero popolo si ha una massa che teme la libertà. Al posto dei valori subentrano passioni irrazionali e aggressivi risentimenti e partiti che li incentivano, che coltivano i bacilli del fascismo. Nel 1947 personalità quali Camus e Mann, indipendentemente uno dall’altro vedevano nella crescente società di massa il pericolo di un nuovo fascismo, cui opponevano l’amore per ciò che dà vita alla vita e che Mann chiama «nobiltà dello spirito».
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