In meno di due minuti

Paolo Rossi

Paolo Rossi, da “Il Sole 24 Ore

In un pomeriggio dell’inizio del mese di maggio del 1944, a Perugia, suonai il campanello di un appartamento del primo piano in via Cavour, ai Tre Archi, numero civico 16, dove abitavano il dottor Arturo Schiavelli, allora veterinario provinciale, con la moglie Pia Cinelli e la loro figlia Anna Pia. Quest’ultima che aveva sposato il professor Carmelo Cappuccio, era tornata da Bologna a vivere con i suoi genitori portando con sé il figlio Giammarco (che, quel giorno, non aveva ancora compiuto dieci anni).

Suo marito, come molti altri soldati e ufficiali dell’esercito, dopo l’8 settembre del 1943, era stato deportato in Germania nello stesso campo di prigionia nel quale (seppi qualche anno più tardi) erano stati deportati anche il filosofo Enzo Paci e il poeta Vittorio Sereni. In quella casa ero stato altre due o tre volte, perché Carmelo Cappuccio era stato mio professore di italiano e latino in un Liceo di Bologna e perché mio padre, che di Cappuccio era stato collega, mi aveva fornito quell’indirizzo. Non mi ero presentato alla chiamata alle armi bandita dal governo della Repubblica sociale italiana nel novembre del 1943 e, nonostante un successivo bando del febbraio del 1944, che decretava la pena di morte per i renitenti alla leva e per i disertori, dall’ottobre fino a oltre la metà di marzo, avevo vissuto abbastanza tranquillamente, con la mia famiglia, in una casa vicino al Santuario della Madonna di Canoscio (a una quindicina di chilometri da Città di Castello) dove mio padre aveva affittato quattro stanze.

Dopo aver dato pochi esami, avevo interrotto i miei studi di Filosofia e passavo le giornate leggendo con cura i pochi libri che ero riuscito a portarmi dietro. Frequentavo assiduamente un sottotenente dell’aeronautica che era capitato in quel luogo dopo essere sfuggito alla deportazione e che, come me e tutti gli altri ragazzi del posto, metteva il massimo impegno a passare inosservato e a non farsi notare. I locali carabinieri sembravano non manifestare alcun interesse a ricercare i renitenti alla leva e la vita era abbastanza, anche se non completamente, tranquilla.

Il titolare di un negozio di scarpe, anche lui sfollato a Canoscio, che tutti i giorni viaggiava avanti e indietro con Città di Castello, ogni tanto ci avvertiva che all’indomani sarebbe passato da quelle parti un reparto della Guardia repubblicana in cerca di renitenti, disertori e soldati alleati evasi dai campi di prigionia. Attingeva le notizie sui rastrellamenti da un suo molto più giovane fratello che – mi disse una volta con aria che stava a metà fra il compatimento e il disprezzo – era, oltre che un fanatico fascista, un inguaribile chiacchierone. In quei non frequenti casi, ci spostavamo in gruppi di una decina di persone e avevamo due o tre posti che alcuni ritenevano, a ragione o a torto, più sicuri. Quella falsa tranquillità scomparve del tutto quando, dopo il secondo bando, alcuni ragazzi di vent’anni furono effettivamente condannati a morte e fucilati con la sola imputazione di renitenza alla leva.

Quando suonai il campanello di casa Schiavelli, quel giorno, ero in una situazione precaria. Alla fine di marzo, dopo che mio padre era stato direttamente e rudemente minacciato perché aveva un figlio che non si era presentato alle armi, mi ero presentato al Distretto militare di Perugia con l’idea di tagliare la corda alla prima occasione. Scendendo verso Sud avrei anche accelerato la mia liberazione. Ma non avevo fatto bene i miei conti. Per un mese intero, vivemmo rinchiusi in caserma. Anche quando attuai il mio progetto di diserzione fui o poco avveduto o molto sfortunato.
Avevo una ferita alla gamba sinistra (davvero poco eroica perché mi era stata inferta da un focoso commilitone con uno sgabello di ferro che, nelle sue brave intenzioni, avrebbe dovuto spaccarmi la testa). Sembrava una faccenda di poco conto e non me ne preoccupai, anche perché era uscito pochissimo sangue. Invece, in poche ore, quella ferita mi procurò febbre alta e un gonfiore che portò il diametro della mia caviglia alla stessa misura di quella del polpaccio. Mi resi conto, all’improvviso, che non ero minimamente in grado di tagliare nessuna corda e che – al tempo stesso – non era per nulla consigliabile ritornare sui miei passi (ero uscito da una finestra assieme ad altri due ragazzi) o presentarmi a un pronto soccorso.

Fui accolto in quella casa, o, per meglio dire, in essa accuratamente nascosto, dall’inizio di maggio fino a circa il 10 giugno, pochi giorni prima della liberazione di Perugia. Il dottor Schiavelli mi disse che di piaghe peggiori della mia ne aveva curate in grande quantità sia nei cavalli sia nei bovini e che con una serie di medicazioni con il nitrato d’argento, e con la gamba in riposo la piaga sarebbe guarita e la febbre passata. Il che puntualmente avvenne. Nei giorni che passarono prima della liberazione di Perugia (il 20 giugno) feci con Giammarco innumerevoli partite a dama e lunghe chiacchierate. Solo una volta dovetti nascondermi in un rifugio che era stato appositamente predisposto in cortile e che era raggiungibile senza far uso delle scale. Un paio di militi dettero un’occhiata in tutte le stanze e non si fecero più vivi.

Il 10 o il 12 giugno, la mattina presto, qualcuno suonò energicamente il campanello. Fui raggiunto poco dopo dalla signora Anna Pia, che, con il volto pallidissimo, mi disse che, aprendo la porta, si era trovata di fronte un ufficiale tedesco. Dopo pochi istanti credo si fosse resa conto, ritengo con un certo sollievo, che l’indesiderato visitatore non era per nulla interessato a chi fosse presente in quella casa, ma che aveva invece un altro compito. Chi comprese quale fosse fu Giammarco, unico nell’intero edificio a conoscere un po’ di tedesco. Scese all’ingresso dello stabile e l’ufficiale gli comunicò che era venuto ad avvertire tutte le famiglie che l’intero palazzo, assieme ad altri due dell’incrocio, sarebbe stato fatto saltare in aria per ritardare, con un notevole mucchio di macerie, l’avanzata degli angloamericani.

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Una Risposta to “In meno di due minuti”

  1. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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