Alain Elkann, il viaggio degli scrittori ebrei nel ’900 italiano

Mattia Bernardo Bagnoli per “La Stampa

Gli italiani ebrei come «cinghia di trasmissione» fondamentale della cultura italiana del Novecento. La tesi è chiara e gli esempi tra scrittori, critici, editori e in generale intellettuali a tutto tondo non mancano. La lista è lunga e Alain Elkann, nel suo intervento all’ambasciata italiana a Londra, dove si è tenuta la presentazione del volume Accident of Fate di Imre Rochlitz, ha operato una cernita accorta, quella che meglio illustra il viaggio della letteratura di stampo ebraico in Italia. Tanto integrata al resto della coscienza collettiva che spesso e volentieri non viene neppure riconosciuta come tale. Ma italiana punto e basta.

Più che storia della differenza, pur tra integrazioni e discriminazioni, è dunque una storia d’incontri. Il risultato è un percorso narrativo che parte da Italo Svevo – il padre della «letteratura europea in Italia», che non a caso si scelse quel nome di penna per far capire subito, lui triestino e «praticamente austriaco», da che parte stava – a Alessandro Piperno. Nel mezzo Moravia, Primo Levi e Carlo Levi, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani. Grandi della letteratura italiana (ma non solo) che interpretano, ciascuno a modo suo, l’epopea del Novecento dal loro osservatorio privilegiato di «ebrei, mezzi ebrei, religiosi o laici». E che comunque, in quanto artisti, sono spesso «anticipatori di eventi». Allo stesso tempo, però, in quanto ebrei, vivono la contraddizione e la pena delle leggi razziali imposte dal fascismo «senza rinunciare alla loro identità, alla loro lingua». Anche quando vanno in esilio. Così facendo diventano parte integrante della storia nazionale e la loro «differenza» il più delle volte resta un dettaglio biografico.

Ecco allora che nell’incontro dedicato al «contributo degli scrittori ebrei alla letteratura italiana del Novecento» emerge un tratto che in fondo si diluisce nel turbinio della modernità nostrana: il valore internazionale di questi autori. «Da italiani – dice Elkann – dovremmo essere orgogliosi di avere una delle più importanti letterature ebraiche del mondo, scritta in italiano». Sia che ruoti intorno a tematiche più strettamente ebree, come fa Primo Levi nel suo racconto della Shoah, sia che si concentri su fatti italici, nel caso di Moravia. L’osmosi è quindi totale. Tanto da arrivare al caso limite «dell’ebreo fascista», che pure esiste. Nella sua declinazione «quasi malapartiana», come Dino Segre alias Pitigrilli, o in quella stoica di Ettore Ovazza, zio di Alain Elkann, che finisce «bruciato in una caldaia di Ispra» per aver denunciato, lui fascistissimo, le leggi razziali come crimini contro lo Stato.

Una storia vissuta appieno che proprio per questo, per certi versi, spiega anche il paradosso della vicenda di Rochlitz, che da ebreo croato si salva grazie alla protezione garantita nelle zone occupate dagli italiani – e proprio nel momento in cui tanti ebrei nel loro Paese si vedevano invece minacciati.

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