Se l’arte è preda di media e finanza, l’artista diventa una popstar

Nel libro del critico Luca Beatrice, i casi di Dalí, Warhol, Pollock, Basquiat, Koons, Hirst e Cattelan. All’insegna di scandali e popolarità

Pierluigi Panza per “Il Corriere della Sera

Le metamorfosi della figura dell’artista sono una costante. L’artista è stato innanzitutto un proletario: «Se diventerai artista – ammoniva Luciano – non sarai altro che un uomo da nulla confuso con la plebaglia». E questa figura è durata secoli. La rivendicazione dell’artista «libero professionista» è arrivata solo tra il Quattro e il Settecento; quella di genio solo nel Romanticismo. Nei secoli, gli artisti sono stati dei depressi asociali (Pontormo), dei solitari intrattabili come Michelangelo, ma anche persone ben inserite nella società come Bernini e Rubens o ricchi esibizionisti come sir Joshua Reynolds, che acquistò una carrozza con le ruote d’oro per farsi notare in città.

Oggi, dopo la lunga stagione dell’artista ricercatore d’avanguardia e dell’artista(spesso fintamente) engagé , siamo di fronte a una nuova trasformazione. La nostra età, che tratta l’arte come un hedge-fund o un future, cioè come una scommessa simbolica di valore, ha promosso un nuovo tipo di artista-mediatore. Un manipolatore dei media, capace di «bucarli» con trovate più o meno choccanti. È l’artista popstar, un po’ Lady Gaga e un po’ protagonista dei romanzi di Houellebecq (La carta e il territorio). Ma, soprattutto, conforme al sistema di marketing culturale che sostiene l’investimento finanziario del collezionista. Un tipo che sa apparire, nascondersi e creare consenso intorno a sé indipendentemente dall’opera.

All’analisi di questa figura di artista pop, il critico e curatore Luca Beatrice ha dedicato il suo nuovo divertente libro: Pop. L’invenzione dell’artista come star (Rizzoli). Beatrice prende in considerazione le vite di Dalí, Warhol, Basquiat, Koons, Hirst e Cattelan. E, prima fra tutte, quella di Jackson Pollock, che con la divulgazione di un filmato del suo dripping nel 1950 iniziò ad ottenere successo.

Questi artisti sono dei veri e propri creatori di consenso, chi attraverso opere-scandalo e chi, come Koons, anche attraverso ardite acrobazie con la moglie, la ex pornostar e parlamentare radicale Ilona Staller. Più che facitori di opere artigianali, sono pedine nelle mani di finanzieri-collezionisti (come Pinault, Abramovich, magnati cinesi o sauditi) che se li possono scambiare al pari di hedge-fund. L’invenzione dell’artista come star è l’esito di un uso dell’arte non educativo ma come chiave d’accesso al mondo apolide e radical-chic, o come brand che spiana la strada alla successiva produzione mass market. Non a caso, molti collezionisti sono stilisti di moda. E anche l’opposizione alla consumer-society, la provenienza da ghetti emarginati come in Basquiat, con il tempo finisce con l’essere fagocitata dalla stessa società dello spettacolo. Questi artisti, in definitiva, sono tutti figli di Debord. Hanno spostato l’arte nel settore delle merci, e la merce in quella dello spettacolo. Sono dei trend-setter, dei «venditori di se stessi – scrive Beatrice – divi contemporanei: artisti che hanno intuito e sfruttato il potenziale della società dello spettacolo».

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