ABBASSO GARY COOPER

J.D. Salinger

da “Satisfiction.me

Nell’estate del 1946 Salinger scrive una lettera a Hemingway, dalla Germania. Resa pubblica a Boston nel 2010, Satisfiction la pubblica in Italia per la prima volta.

Hemingway e il giovane sergente J.D. Salinger si conobbero nel 1944, poco dopo la Liberazione di Parigi, all’Hotel Ritz di Place Vendôme. Tra bottiglie di champagne e bagordi notturni, in quei giorni Hemingway riceveva visite di ogni tipo, da Jean-Paul Sartre a André Malraux, passando per Marlene Dietrich. Incontrò anche Salinger, dunque, ed è difficile immaginare due uomini più distanti tra loro, almeno come immagine “postuma”. Il primo era guascone, rissoso, macho, tutto preso dalla propria parte di Grande Scrittore in guerra, il secondo fragile e introverso, pronto – di lì a qualche anno, dopo il successo de Il giovane Holden e le critiche ai libri successivi – a nascondersi ossessivamente dai propri lettori, a vivere come un recluso. Eppure a Parigi i due si intesero alla perfezione: Hemingway lodò alcuni racconti di Salinger, e Salinger si disse felice di conoscere uno degli scrittori che ammirava di più.
Due anni dopo, nell’estate del 1946, ormai segnato dalla guerra e in preda a uno stress nervoso, Salinger sarà ricoverato in un ospedale tedesco. Come sergente ha fatto il suo “dovere” fino all’ultimo, partecipando allo Sbarco in Normandia e alla battaglia delle Ardenne, liberando campi di concentramento e interrogando prigionieri di guerra. Può raccontare anche lui il suo “Addio alle armi”, ora. Ma nella lettera respinge subito qualsiasi forma di “eroismo”, con tono amaro e ironico. “Qui c’è una certa carenza di Catherine Barkley” scrive all’inizio, e non si tratta soltanto di una battuta. Catherine Barkley è l’infermiera bella e fragile di Addio alle armi, ovvero la Agnes von Kurowsky conosciuta da Hemingway durante la prima guerra mondiale, in Italia. Per Salinger non ci sono infermiere belle e fragili. Solo, depresso, traumatizzato dalla guerra, scrive a Hemingway per tirarsi su, forse per “parlare con qualcuno di sano”. In bilico tra sarcasmo e disfattismo, gli racconta della vita nell’Esercito, gli chiede del suo nuovo romanzo, accenna al suo incidente a Cuba, gli scrive dei propri progetti letterari – nominando un certo Holden Caulfield, protagonista di una commedia ancora in nuce –, e conclude con un paragrafo su Fitzgerald, allora in pieno “revival”.
Salinger ricorda davvero i giovani reduci dei Nove racconti, qui. Come il protagonista di Per Esmé, con amore e squallore, è infatti solo, nervoso, stanco, depresso, in un paese straniero. E come lui sembra cercare in una lettera – e quindi in un altrove, attraverso la parola – un rifugio contro la guerra, e un ritorno a casa.

La lettera è stata resa pubblica dalla biblioteca John F. Kennedy di Boston nel marzo del 2010, due mesi dopo la morte di Salinger. Ripresa da diversi siti americani e inglesi – come http://www.usatoday.com/ – la presentiamo ai lettori italiani per la prima volta.

Edoardo Pisani

Caro Papa,
Ti scrivo da un ospedale di Wurmberg. Qui c’è una certa carenza di Catherine Barkley, devo dire. Mi aspetto di essere dimesso domani o dopodomani. Non avevo niente di grave, ma ero in uno stato di avvilimento quasi costante e mi sono detto che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno di sano. Mi hanno chiesto della mia vita sessuale (che non potrebbe essere più normale – per fortuna) e della mia infanzia (normalissima: mia madre mi ha accompagnato a scuola fino ai ventiquattro anni – ma conosci le strade di New York), e alla fine mi hanno domandato se mi piaceva o no l’Esercito. Mi è sempre piaciuto l’Esercito.
Ho conosciuto Lester Hemingway prima che la Quarta Divisione tornasse negli States. È venuto nella nostra casa di Weissenburg e ha bevuto e chiacchierato con me. È un tipo a posto.
Rimangono pochissimi arresti da fare, nella nostra divisione. Adesso stiamo prendendo tutti i bambini sotto i dieci anni che hanno un’aria sprezzante. Bisogna concedere all’Esercito i suoi arresti vecchio stampo, bisogna gonfiare il Rapporto.
Il Capitano Ollie Appletton, il precedente CO del reparto, ha ottenuto il Congedo attraverso la Croce Rossa, tornando negli Stati Uniti sotto una pioggia di stelle di bronzo. Prima di andarsene, in nome dei vecchi tempi, ha passeggiato intorno alle foto dei suoi possedimenti in Scarsdale. Per molti di noi è stato un momento maledettamente toccante.
Come sta venendo il tuo romanzo? Spero che tu ci stia lavorando sodo. Non venderlo al cinema. Sei un tipo ricco. Come Presidente dei tuoi tanti fan club, so di parlare a nome di tutti quando dico Abbasso Gary Cooper. Perché stai davvero lavorando a un nuovo romanzo, no? Mi rendo conto che a Cuba le macchine non sono sicure.
Ho chiesto al CIC di mandarmi a Vienna, finora senza successo. Nel 1937 ci sono stato quasi per un anno intero, e ho voglia di mettere di nuovo un pattino da ghiaccio al piede di qualche bella ragazza viennese. Non mi sembra di chiedere troppo all’Esercito.
Ho scritto un altro paio di racconti incestuosi, diverse poesie e parte di una commedia. Se riuscirò a uscire dall’Esercito, potrei finire la commedia e chiedere a Margaret O’Brien di interpretarla con me. Con un taglio di capelli militaresco e una fossetta di Max Factor sull’ombelico, potrei recitare io stesso la parte di Holden Caulfield. Una volta ho fatto un’interpretazione molto sensibile di Raleigh, in Journey’s End. Molto sensibile.
Darei il mio braccio destro per andarmene dall’Esercito, ma non con un biglietto psichiatrico del tipo quest’uomo-non-è-adatto-alla-vita-militare. Ho in mente un romanzo molto sensibile, e non permetterò che l’autore passi per un idiota nel 1950. Io sono un idiota, ma non voglio che la gente sbagliata lo sappia.
Mi piacerebbe che mi mandassi due righe, se ci riesci. Lontano dalla scena, è molto più facile pensare chiaramente. Con il tuo lavoro, voglio dire.
La prossima volta che sarai a New York, spero di essere in giro e riuscire a vederti, se avrai tempo. I discorsi che abbiamo fatto qui sono stati gli unici momenti di speranza in tutta la faccenda.
Sinceramente,
Jerry Salinger

P.S. Se c’è qualcosa che possa fare per te, qualche messaggio da portare a qualcuno, ne sarei lieto.
Il progetto del mio libro di racconti è andato a pezzi. Il che è un gran bene, e non sto indorando la pillola. In questo momento sono ancora troppo legato da bugie e affetti, e vedere il mio nome stampato su una copertina polverosa rimanderebbe qualsiasi vero miglioramento di svariati anni.
Edmund Wilson ha pubblicato una specie di album di ritagli su F. Scott Fitzgerald (che cosa sporca), chiamandolo The Crack Up. Malcolm Cowley lo ha recensito per il New Yorker, o ha recensito Fitzgerald stesso in maniera dannatamente superiore rispetto ai critici medi che recensiscono uomini morti. È così facile scrivere una «buona» recensione di Fitzgerald. Le sue imperfezioni saltano agli occhi, e se un paio non lo fanno, è Fitzgerald stesso a puntarle col dito. È stupido da parte dei critici lamentarsi del fallimento di Fitzgerald di «sviluppare» le sue storie. Mi sembra ovvio che chiunque scriva un libro come Gatsby non potrebbe mai «sviluppare» un bel niente. La sua arte, o la sua bellezza, era applicabile soltanto alle sue debolezze, non ti sembra? Diversamente da molti critici, non penso che Gli ultimi fuochi sarebbe stato il suo libro migliore. Era lì lì per incasinare tutto. Lì lì per dare al libro un twist alla Gatsby. In effetti, è meglio che non l’abbia finito, credo.
Buone cose.
J.

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