Moby Dick, Trotzkij, i Khmer rossi: la Bibbia parla della modernità

Gianfranco Ravasi per “Il Corriere della Sera

L’affascinante itinerario biblico che George Steiner, docente delle più prestigiose università di Occidente, propone nel suo saggio smentisce ininterrottamente un’ermeneutica «ascetica», pronto ad andare oltre i sentieri d’altura o le sole piste della steppa.

Egli, infatti, rimane fedele al suo programma critico generale, insofferente del new criticism formalistico: quest’ultimo nega o ignora i contesti storici, le referenzialità, la soggettività autoriale, il pre-testo e il para-testo che procedono ed eccedono ogni singola opera, ed esclude il rilievo del lettore coinvolto dallo scritto. Tutte queste dimensioni valgono, invece, a livello supremo per il Libro per eccellenza com’è la Bibbia, una realtà vivente trasmessa nei secoli dalla selce al silicio e simile al «mormorio di una fonte lontana» echeggiante in un oceano di altre pagine. Un testo che è talmente oltre se stesso da essere causa degli effetti i più disparati, dalla mistica alla guerra, generati dalla sua straordinaria energia performativa. È per questo che Steiner si trova a suo agio nella sontuosa vitalità e fecondità del Libro sacro.

Quasi in ogni sua parola la Bibbia è stata ammantata da una nube di commentari che talora ne offuscavano la luce, ma altre volte si rivelavano come una galassia di luminose stelle interpretative. I lettori dei testi biblici nei secoli hanno, infatti, inforcato le lenti ermeneutiche più sofisticate – dall’allegoria al letteralismo, dal metodo storico-critico agli approcci contestuali più vari, giuridici, sociologici, economici, psicoanalitici, femministi, semiotici e altri ancora – nell’incessante sforzo di decifrare tutte le iridescenze di quelle parole. Questo caleidoscopio esegetico era per altro postulato dalla polisemia insita in quella lingua apparentemente così povera quantitativamente (tutto il lessico ebraico biblico è fatto di soli 5.750 vocaboli) e qualitativamente, perché simile alle pietre di quel deserto in cui è sbocciata. Eppure essa è capace di irradiazioni semantiche insospettate e Steiner ne estrae alcune note (davar, «parola» e «atto») e altre meno praticate, sempre attento a ricordarci, ad esempio, che le traduzioni di quelle frasi antiche nei moderni idiomi hanno sortito uno straordinario effetto generativo a livello linguistico generale: «le due principali costruzioni della lingua inglese sono, infatti, Shakespeare e la Bibbia di re Giacomo». A tal punto che un altro celebre traduttore inglese come William Tyndale giungeva a scrivere che «la lingua greca (biblica) si accorda più con l’inglese che col latino, e le proprietà dell’ebraico s’adattano mille volte più all’inglese che alla lingua latina» della celebre Vulgata di Girolamo. (…)

Ininterrotto è, dunque, il contrappunto che questa originalissima «introduzione» instaura tra il testo originale e la sua eco successiva, talora invertendo i percorsi per cui può essere l’oggi a gettare luce sul passo antico (Trotzkij è convocato per Geremia, i Khmer rossi per Amos, Moby Dick per Giona, e così via in una lista infinita di «inter-cessioni»).

Non per nulla l’ultima tappa di questo itinerariotestuale comincia con una considerazione scontata ma del tutto ignorata nei nostri giorni smemorati: «Quanto spoglie sarebbero le pareti dei nostri musei se private delle opere d’arte che illustrano, interpretano o fanno riferimento ai temi della Bibbia. Quanto silenzio ci sarebbe nella nostra musica occidentale, se ne espungessimo i contesti, le trasposizioni e i motivi biblici», per non parlare poi delle pagine che rimarrebbero bianche nella letteratura… La post-modernità – ammesso che sia una categoria valida e un’atmosfera oggi ancora respirabile – ha consumato ormai un divorzio col «grande codice» biblico. Anzi – è sempre Steiner a notarlo – oggi «il linguaggio stesso è in condizione di transito», come accadeva a Israele in marcia verso la Terra Promessa. La meta attesa è quella nella quale «la parola e il significato ritorneranno a essere una cosa sola, come accadeva nell’Eden, fino allo scoccare dell’ora messianica».

E qui affiora un interrogativo estremo che Steiner, collocato sulla frontiera (per altro mobile) dell’agnosticismo, lascia qua e là brillare, ma che non affronta mai di petto. Si intravede a questo livello, a mio avviso, la sua radicale differenza dal poeta e amico Thomas S. Eliot, che era invece proteso a cercare il « point of intersection » tra « time and timeless » sia nel testo biblico sia nella storia, tanto per usare il linguaggio dei Quattro quartetti. La Bibbia, infatti, si autopone come «parola di Dio» in parole umane, è «attestazione» di un Altro, come ripetono i Profeti. L’«Io-Sono» della celebre autodefinizione divina dal roveto ardente del Sinai ha in sé tutta la forza provocatrice della persona (Io) che esiste e agisce (Sono).

Steiner, di fronte a questo orizzonte misterioso del Libro, si arresta apparentemente sulla soglia del «senso comune e del positivismo» che riconosce alla Scrittura un’«eccezionale qualità e impatto», senza voler impegnarsi oltre, nella «teo-logia», col rischio che «si inizi con la nebbia e si finisca nello scisma».

Eppure, se si leggono le ultime due o tre pagine del saggio, l’autore della Lezione dei maestri traccia una linea di demarcazione («E tuttavia…») con tutto quanto fino a quel momento ha affidato ad analisi testuali. E dall’oggettivo passa al soggettivo testimoniale: «Ora parlo solo per me». E con un senso di vertigine, di cecità e di disorientamento si immedesima per un istante in Giobbe o in Qohelet, in Isaia o in un salmista, uomini e donne che pranzano, come ogni altra creatura, eppure hanno incontrato un Altro e hanno sperimentato e vissuto un Oltre: «Mi ritrovo ad annaspare», confessa Steiner, «verso una qualche nozione di “surrealismo”, un ordine di ispirazione (…) per il quale non disponiamo di alcun adeguato metro di paragone, né di alcuna spiegazione naturalistica soddisfacente».

A questa feritoia egli si affaccia, rimanendo impaurito e attonito, mentre sente echeggiare la voce del Dio di Giobbe: «Chi è costui che oscura la mia ‘esah (ossia il mio “progetto” trascendente) con parole insipienti?» (38,2). Forse aveva ragione il Kierkegaard del Timore e tremore quando affermava: «La fede è la più alta passione di ogni uomo. Ci sono forse in ogni generazione molti uomini che non arrivano ad essa, ma nessuno va oltre».

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