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	<title>Sottoosservazione's Blog</title>
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	<description>Rassegna stampa non esaustiva curata da Giuseppe Palena</description>
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		<title>JOSH WELLER (CIRCUS)</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 20:07:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://sottoosservazione.wordpress.com/2009/12/20/josh-weller-circus/"><img src="http://img.youtube.com/vi/E0pMYdqD6oY/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
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		<title>UNA BIOGRAFIA “NON AUTORIZZATA” RACCONTA MISTERI E SEGRETI DI GIANNI LETTA</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 19:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[gianni letta]]></category>

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		<description><![CDATA[È RARO LEGGERE 280 PAGINE DI FILA NON OSSEQUIOSE SULL’UOMO PIÙ POTENTE D’ITALIA &#8211; È DA 15 ANNI ORMAI L’INTOCCABILE DEGLI INTOCCABILI. PIÙ DI BERLUSCONI, PIÙ DELLA FIAT &#8211; A PARTE “IL FATTO”, PUNTUALIZZA MARCO LILLO, NESSUN GIORNALE OSA DISTURBARE IL POLIZIOTTO BUONO DEL REGIME, E NOI AGGIUNGIAMO: TANTO MENO SANTORO (GLI AUTORI GIUSY ARENA [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9343&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><h2><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images132.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9344" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images132.jpg?w=87&#038;h=123" alt="" width="87" height="123" /></a>È RARO LEGGERE 280 PAGINE DI FILA NON OSSEQUIOSE SULL’UOMO PIÙ POTENTE D’ITALIA &#8211; È DA 15 ANNI ORMAI L’INTOCCABILE DEGLI INTOCCABILI. PIÙ DI BERLUSCONI, PIÙ DELLA FIAT &#8211; A PARTE “IL FATTO”, PUNTUALIZZA MARCO LILLO, NESSUN GIORNALE OSA DISTURBARE IL POLIZIOTTO BUONO DEL REGIME, E NOI AGGIUNGIAMO: TANTO MENO SANTORO (GLI AUTORI GIUSY ARENA E FILIPPO BARONE LAVORANO NELLA REDAZIONE DI ‘ANNO ZERO’)</h2>
<p><strong>1 &#8211; IL GRAN VISIR DELLA SECONDA REPUBBLICA: UNA BIOGRAFIA &#8220;NON AUTORIZZATA&#8221; NE RACCONTA MISTERI E SEGRETI<br />
Marco Lillo per<a href="http://www.antefatto.it/"> Il Fatto</a></strong></p>
<p>La biografia non autorizzata di Gianni Letta, firmata da Giusy Arena e Filippo Barone, è una boccata di aria fresca nella cappa dell&#8217;editoria italiana. È raro leggere 280 pagine di fila non ossequiose sull&#8217;uomo più potente d&#8217;Italia. Letta è da 15 anni ormai l&#8217;intoccabile degli intoccabili. Più di Berlusconi, più della Fiat.</p>
<p>Nessuno osa disturbare il poliziotto buono del regime. Nessuno scrive una riga negativa sul sottosegretario che siede sul tesoro dei fondi all&#8217;editoria. I giornali italiani si dividono in due categorie: da un lato la stampa di partito che riceve i fondi milionari dell&#8217;ufficio che dipende da Letta.</p>
<p>E dall&#8217;altro i grandi quotidiani degli editori impuri (banche, case automobilistiche, produttori di energia elettrica) che da un lato battono cassa per i prepensionamenti al medesimo ufficio e dall&#8217;altro sono sottoposti ad autorizzazioni e concessioni governative e non vogliono precludersi una linea dialogante con il Governo che deve dare loro autorizzazioni, licenze e tariffe.<span id="more-9343"></span></p>
<p>E così, quando nelle redazioni arriva la notizia che Letta è indagato, come è accaduto nella primavera scorsa, nessun direttore ha il coraggio di dire: &#8220;Si stampi&#8221;. La congiura del silenzio grottesca e imbarazzante è stata rotta da &#8220;Il Fatto Quotidiano&#8221; il giorno della sua nascita, il 23 settembre scorso. Quel giorno, chi scrive fu invitato alla trasmissione &#8220;Omnibus&#8221; su La7 per presentare il giornale che titolava in prima pagina &#8220;Letta indagato&#8221;.</p>
<p>Il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri si lanciò in una difesa d&#8217;ufficio, dicendo : &#8220;Tutte sciocchezze. Tutti gli italiani affiderebbero i loro soldi a Gianni Letta&#8221;. Forse Gasparri ha ragione. Ma questa reputazione di poco inferiore a quella del Papa si è consolidata grazie alle lunghe paginate zeppe di saliva e omissis che i cronisti politici hanno dedicato al loro collega.</p>
<p>Mentre i direttori dei maggiori quotidiani nascondevano la notizia dell&#8217;indagine su Letta (che nel libro è ben raccontata) il giornalista più potente d&#8217;Italia è stato addirittura premiato dall&#8217;Ordine dei giornalisti e invitato a tenere una lectio magistralis all&#8217;Auditorium di Roma.</p>
<p>Ora finalmente due giornalisti veri (Giusy Arena e Filippo Barone lavorano nella redazione di Anno zero, con Michele Santoro) cercano di ristabilire la dignità della categoria regalandoci questa &#8220;Biografia non autorizzata di Gianni Letta&#8221; che cerca di raccontare il lato B del gran ciambellano della seconda repubblica.</p>
<p>Dai fondi neri dell&#8217;Iri, all&#8217;inchiesta sul piano frequenze, dalle mazzette al Psdi all&#8217;inchiesta oscurata del pm Woodcock sul business degli immigrati. Arena e Barone inseriscono i verbali e i documenti nel contesto politico rendendo il clima delle tante epoche attraversate da questo galantuomo per tutte le stagioni. Quelli che seguono sono due estratti tratti dai capitoli dedicati al caso dei fondi neri Iri e alle mazzette pagate da Fininvest al Psdi.</p>
<p><strong>2 &#8211; GIANNI LETTA E GLI SCHELETRI DELL&#8217;INTOCCABILE EMINENZA<br />
di Giusy Arena e Filippo Barone &#8211; tratto dal libro &#8220;Gianni Letta &#8211; Una biografia non autorizzata&#8221;</strong></p>
<p>È il 15 ottobre 1984, quando Roma si sveglia con un brutto colpo. L&#8217;avvocato Fausto Calabria, presidente di Mediobanca, e Sergio De Amicis presidente dell&#8217;Associazione società Autostrade, sono finiti in manette. (&#8230;) Il giudice istruttore Gherardo Colombo e il pm Luigi De Ruggiero, accusano i due dirigenti di falso in bilancio e in comunicazioni sociali, appropriazione indebita continuata e pluriaggravata. L&#8217;accusa appare subito esorbitante: si parla di sottrazione di qualcosa come 240 miliardi di lire.</p>
<p>Il nocciolo dell&#8217;inchiesta non è del tutto nuovo, perché nasce da un rapporto della Finanza del maggio 1976. Un anonimo, allora, aveva presentato un esposto dal titolo interessante: &#8220;Ipotesi di costituzione di fondi neri alla Scai&#8221;, cioè una società del gruppo Iri controllata attraverso l&#8217;Italstat. (&#8230;)</p>
<p>I dirigenti di queste società che sono le committenti di lavori pubblici e che veicolano svariati miliardi, avevano creato dei conti correnti su cui far transitare le somme destinate ai finanziamenti per le opere pubbliche.</p>
<p>I soldi, anziché essere subito impiegati per le opere, venivano parcheggiati per diversi mesi su quei conti, in modo da generare interessi del valore di miliardi (in quegli anni arrivano anche al 20%). Nel 1976 gli interessi accumulati erano di 150 miliardi, nel 1984 raggiungono i 240. (&#8230;)</p>
<p>Ben presto Colombo e De Ruggiero scoprono che le destinazioni dei fondi erano le più svariate. Erano le tasche dei diretti interessati, la redistribuzione ad amici, società, partiti, o altre finalità per nulla trasparenti. (&#8230;)</p>
<p>C&#8217;è poi il capitolo dei giornali. Dei beneficiari di finanziamenti, si conoscono solo due nomi. Uno è l&#8217; Avanti, quotidiano socialista, che ha avuto trecento milioni in forma di Cct, come regalo di Natale, passando dal finanziere Ferdinando Mach di Palmstein.</p>
<p>È lo stesso Bernabei, davanti al giudice Colombo, a raccontare come andò nel secondo caso, il finanziamento al Tempo: &#8220;Alla fine del 1983 ebbi modo di parlare con Pesenti (Carlo, il patron dell&#8217;Italcementi e del Tempo, morto l&#8217;anno dopo),il quale mi evidenziò le difficoltà finanziarie del Tempo&#8230; A tal fine venne a trovarmi nella primavera del 1984 Gianni Letta, al quale consegnai 1,5 miliardi di lire in Cct, dietro promessa di appoggio della politica economica dell&#8217;Italstat&#8221;.</p>
<p>Letta viene interrogato da Colombo e si difende: è &#8220;un&#8217;operazione legittima. L&#8217;Iri pagava una campagna promozionale. Chi doveva dirci che i fondi erano neri?&#8221;. (&#8230;) Su tutta la vicenda dei fondi neri al quotidiano romano preme una cappa di silenzio. Il Giornale d&#8217;Italia si lancia in un attacco solitario, a firma di Tommaso Albani: La somma che &#8220;oscilla tra i 1.250 e 1.750 milioni, ricevuta da Gianni Letta, non figura nel bilancio &#8216;83 della società editrice del quotidiano romano&#8221; .</p>
<p>E poi ancora: &#8220;L&#8217;uso che Gianni Letta avrebbe fatto della cospicua somma getta nuove ombre sull&#8217;intero episodio. Infatti, da successivi accertamenti, sarebbe emerso in modo inconfutabile che il finanziamento occulto fu utilizzato per un&#8217;operazione nell&#8217;interesse personale di chi si trovò ad averne la disponibilità&#8221;.</p>
<p>Letta risponde alle accuse del quotidiano a colpi di denunce e diffide, e smentisce &#8220;nella maniera più assoluta la falsa e fantasiosa ricostruzione&#8221; della testimonianza resa davanti ai magistrati e pubblicata dal Giornale d&#8217;Italia. (&#8230;) A poco serve la solitaria battaglia del quotidiano, perché le sue domande non ottengono risposta.</p>
<p>Come non la ottiene Giampaolo Pansa: &#8220;Quale fu il destino di quel miliardo e mezzo? Certo, c&#8217;era un rosso profondo che gravava sui conti del giornale, ma questa ‘cura da cavallo&#8217; di liquidità proveniente da fondi Iri evidentemente non è servita: nel giro di un paio d&#8217;anni il quotidiano dovrà fare fronte ai costi, e provvedere a numerosi tagli di personale. E lo stesso Letta sarà costretto a dimettersi&#8221;.</p>
<p><strong>MANI PULITE. </strong><br />
Il 1992 vede uno dopo l&#8217;altro aprirsi una serie di guai giudiziari per la stessa Fininvest. L&#8217;8 aprile 1993 è la volta di Gianni Letta. Il vicepresidente della Fininvest Comunicazioni viene interrogato dal magistrato Antonio Di Pietro, che con il pool milanese di Mani pulite sta indagando sui finanziamenti illeciti ai partiti. Si potrebbe pensare che stia per rispuntare da lontano l&#8217;ombra nera e immane dei fondi occulti miliardari targati Iri, un passato che tutti avevano voluto seppellire.</p>
<p>Ma invece si parla di piccoli finanziamenti a piccoli partiti. Letta, che nel frattempo è diventato vicepresidente del gruppo, di fronte a Di Pietro ammette di avere versato soldi nel 1988 all&#8217;allora segretario del Psdi Antoni Cariglia. È una piccola cifra di cui Letta conserva un ricordo vago, &#8220;una settantina di milioni, non ricordo bene&#8221;, versati a un amico in difficoltà.</p>
<p>Ad aiutare i magistrati milanesi nella ricostruzione della vicenda è Roberto Buzio, uomo di fiducia di Cariglia dall&#8217; ‘89 al ‘92. Racconta che era stato lo stesso esponente di partito del Sole nascente a contattare Letta, alla vigilia delle elezioni europee del 1989. Chiede di avere più spazio sulle tv della Fininvest, per l&#8217;occasione elettorale. Soprattutto, Cariglia chiede contributi al partito.</p>
<p>Davanti a Di Pietro, il 16 aprile 1993, sarà Cariglia a confermare di aver ottenuto il versamento da parte del vicepresidente Letta, di cui dice di essere in ottimi rapporti. &#8220;Con Letta sono amico da tempo e, in una fase in cui i nostri rapporti con il Psi erano difficili, sapendo che la Fininvest aveva ottimi rapporti con il Psi, mi rivolsi a lui perché il Psdi avesse più spazio in tv e non fosse discriminato&#8221;.</p>
<p>L&#8217;amico di tutti Letta aveva quindi esercitato un salutare bilanciamento, una par condicio in salsa socialista, sulle reti del Cavaliere. E quei settanta milioni di Letta? chiede Di Pietro. &#8220;Un contributo a titolo personale&#8221;, risponde Cariglia. Ma poi ci ripensa: &#8220;Non sono in grado di dire nulla&#8221;.</p>
<p>Neanche due ore dopo si fa viva la Fininvest con un comunicato: &#8220;Si tratta di un episodio lontano nel tempo e circoscritto nelle dimensioni, già chiarito nelle sue motivazioni personali e nelle sue finalità (stampa di manifesti). Un gesto di amicizia nei confronti di chi si trovava in difficoltà (&#8230;).</p>
<p>Un episodio che non contraddice ma conferma il comportamento costantemente osservato dal gruppo Fininvest ormai da molti anni nei confronti dei partiti&#8221;. (&#8230;.) Sull&#8217;intera vicenda, sulle accuse di violazione della legge sul finanziamento ai partiti, calerà l&#8217;amnistia, estesa fino al 1989.</p>
<p><a href="http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-11797.htm" target="_blank">Dagospia</a></p>
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		<title>Caro Asor Rosa, la vittima è il romanzo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 14:52:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Angelo Guglielmi
L’articolo di Asor Rosa su Repubblica mi suggerisce qualche riflessione non inutile. Il critico professore accortamente registra nella attuale narrativa italiana la presenza di una nuovo ricco numero di autori riconducibili (più o meno tutti) a una caratteristica in comune: che è sì, il ritorno in provincia (come proclama il titolo del tuo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9340&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/statue.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9341" title="statue" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/statue.jpg?w=300&#038;h=250" alt="" width="300" height="250" /></a>di Angelo Guglielmi</p>
<p>L’articolo di Asor Rosa su Repubblica mi suggerisce qualche riflessione non inutile. Il critico professore accortamente registra nella attuale narrativa italiana la presenza di una nuovo ricco numero di autori riconducibili (più o meno tutti) a una caratteristica in comune: che è sì, il ritorno in provincia (come proclama il titolo del tuo intervento) ma prima ancora è il ritorno alla realtà o, meglio ancora, la riproposta (e pratica) del romanzo di fatti che per tutto il secolo scorso nell’intera Europa era stato ritenuto impraticabile. Caro Asor Rosa, tu esalti il fenomeno, compiacendoti della novità e riconoscendo che il primo avvistatore della tendenza e suo efficace (e meritorio) analista è stato il gruppo Wu Ming, che ha indicato il punto d’incontro dei nuovi scrittori e, più specificamente, delle loro opere in due aspetti essenziali: «la presenza determinante di imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose; e la caratteristica di essere narrazioni grandi, ambiziose, a lunga gittata di ampio respiro». Capisco quel tu dici e rispetto quel che Wu Ming scrive, ma ti chiedo: per comprendere questa nuova tendenza e darle un fondamento che le consenta (se meritevole) di sopravvivere, non credi che sarebbe bene interrogarsi sul perché quella modalità narrativa (il romanzo di fatti) sia scomparso per quasi un secolo e oggi sarebbe (anzi è) riapparso? E prima ancora sul perché a partire dalla fine dell’800 la narrativa naturalista e di rappresentazione (appunto rispettosa dei fatti) sia precipitata in una crisi immedicabile perdendo autenticità e verità? <span id="more-9340"></span></p>
<p>In altre parole: perché mai per oltre un secolo il romanzo che noi (tu e io) amiamo – per intenderci Flaubert, Joyce, Musil, Svevo, Pirandello, Beckett ecc&#8230; – non è stato più possibile costruirlo con i materiali della realtà apparente (di cronaca o storica che fosse) e solo era potuto crescere (e prosperare) sul e del rifiuto (e contestazione) di quei materiali? E ancora: perché mai oggi quei materiali per un narratore sarebbero tornati a essere utilizzabili? So che mi perdonerai questa semplificazione che dedico alla comprensione del lettore e so anche (mi è fin troppo presente e noto) che per rispondere a queste domande non bastano i tanti volumi di letteratura storica (e molti portano il tuo nome), di critica letteraria, di storia delle idee, di storia storico-politica che sono stati fino a oggi pubblicati in Italia e nel mondo. Ma insistendo nella semplificazione pur meglio vestita e meno dilettantesca per una prima risposta azzarderei la testimonianza di Foucault il quale scrive: «C’è una ragione che ha portato l’arte moderna a farsi veicolo del cinismo: parlo dell’idea che l’arte stessa, che si tratti di letteratura, di pittura e di musica, deve stabilire con il reale un rapporto che vada al di là dell’imitazione, per divenire messa a nudo, smascheramento, raschiatura, scavo, riduzione violenta dell’esistenza ai suoi elementi primari: Non vi è dubbio che questa visione dell’arte si sia andata affermando in modo sempre più marcato a partire dalla metà del secolo XIX, quando l’arte (con Baudelaire, Flaubert, Manet) si costituisce come luogo di irruzione di ciò che sta in basso, come messa a nudo dell’esistenza».</p>
<p>Volendo aggiungere di mio, per una comprensione più allargata, direi che a partire da metà ‘800 non era stato più possibile sviluppare il rapporto con il reale in termini di imitazione e rappresentazione perché &#8211; accantonando le responsabilità (fin troppo accertate) di rivoluzione francese, industrialismo, sviluppo tecnologico, fotografia, civiltà di massa – il sistema linguistico era andato in crisi, conservando più o meno intatta la funzione comunicativa ma denunciando il totale depauperamento della funzione espressiva (con cui lavorano gli scrittori). La parola oggettiva (di rappresentazione) ci serviva ancora per comunicare nella quotidianità ma non più per fare letteratura (e più in genere arte). Bisognava inventarne una nuova, un nuovo linguaggio. E così hanno fatto Cezanne e Picasso, Joyce e Kafka, Majakovskij e Montale, Stravinskij e Berio. Certo con la (grave) conseguenza di allontanare l’arte dalla comprensione popolare e avvicinarla al pubblico colto e agli addetti ai lavori. Tra le vittime più illustri è stato il romanzo (la narratività). Ma così è.</p>
<p>Ora cosa è accaduto nella storia europea e del mondo perché quella lingua che era stata abbandonata perché inadatta a fare arte (a garantire un risultato di verità) oggi possa essere recuperata dagli autori (che tu citi) per scrivere romanzi? Certo è capitato di tutto (mai la storia del mondo è corsa come nel secolo appena alle nostre spalle ed è ancora in fuga accelerata) ma non è questo che possa giustificare quel recupero (anzi lo ha reso più problematico). Ma se non è accaduto nella storia del mondo niente di rilevante rispetto a questo nostro discorso (semmai limitandosi a moltiplicare preoccupazioni e impossibilità) molto è accaduto nella testa e nella coscienza degli autori nei quali è cresciuto una imperiosa voglia di tornare a raccontare, un nuovo bisogno di concretezza che allontanandoli dagli eccessi formali che li aveva preceduti gli restituisse il diritto alla narratività. E questo a cominciare, come tu scrivi, dagli Ammaniti straordinari nella loro gioiosa incontinenza di favoleggiatori. E con loro subito dopo gli altri.</p>
<p>Ma anche per loro si è posto il problema della lingua: anche per loro le parole risultano consumate tanto più oggi travolte dallo tsumani infronteggiabile dello sviluppo dei media (con in testa la televisione). Scoprono che la crisi (indisponibilità) del linguaggio colpisce essenzialmente il rapporto con l’attualità impedendo loro (ma ne sono severamente rimproverati) di raccontare il Paese in cui stanno vivendo, ma lascia relativamente indenne una altra parte della realtà coincidente con gli eventi che si è personalmente vissuti o quell’area costituita dai fatti della storia di ieri che per il fatto di appartenere al passato sembrano più al riparo dagli effetti (dannosissimi) dell’inflazione linguistica. Scoprono che diventa passabilmente possibile il romanzo memorialistico o il romanzo storico e questo decidono di praticare: così Vasta, Bologna, Lagioia, Scurati, De Cataldo, Mazzucco, Lucarelli, Siti e molti altri fino a Roberto Saviano. Quanto all’epicità è un effetto per così dire esterno legato all’aspetto clamoroso degli eventi raccontati più che a un richiamo alto eticamente percepibile. Per questo raggiungimento la realtà del Paese in nessuna delle sue manifestazione sembra avere l’autorità sufficiente.</p>
<p><a href="http://www.unita.it/news/culture/92878/caro_asor_rosa_la_vittima_il_romanzo" target="_blank">L&#8217;Unità</a></p>
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		<title>Il filosofo che fa il teppista per convincersi di esistere</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 14:36:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[rocco buttiglione]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/akopk8ica4p3q6fca2ljramcai558ykcaj3tbbjcapforh2cank08t5carnwjoqca9fvf7oca300a6rcazr3tnxcanz71j0camhgr3rca9mhblzca1ap3lgca2u0jukcaj6ee60cadqh1o8ca3zfsp1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9338" title="AKOPK8ICA4P3Q6FCA2LJRAMCAI558YKCAJ3TBBJCAPFORH2CANK08T5CARNWJOQCA9FVF7OCA300A6RCAZR3TNXCANZ71J0CAMHGR3RCA9MHBLZCA1AP3LGCA2U0JUKCAJ6EE60CADQH1O8CA3ZFSP1" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/akopk8ica4p3q6fca2ljramcai558ykcaj3tbbjcapforh2cank08t5carnwjoqca9fvf7oca300a6rcazr3tnxcanz71j0camhgr3rca9mhblzca1ap3lgca2u0jukcaj6ee60cadqh1o8ca3zfsp1.jpg?w=106&#038;h=144" alt="" width="106" height="144" /></a>Da qualche tempo, il molto onorevole Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera e presidente dell’Udc, ce l’ha con il Giornale. Tre mesi fa, sul caso Boffo, ci ha trattati da «leninisti». L’altro ieri ci ha detti «fascisti». Per questi ondeggiamenti di giudizio si ipotizzano tre cause: ormai sessantunenne si avvia all’obnubilamento; è un analfabeta di ritorno poiché da 16 anni trascura gli studi per la politica; non se lo fila più nessuno e sfoga come può la sua infelicità. È sempre imbarazzante doversi occupare di persone in crisi ma l’informazione ha i suoi imperativi.<br />
Dunque, due giorni fa, il filosofo tomista ha detto in un prestigioso convegno (l’Assemblea delle Regioni) che rappresentiamo la componente degenerata e fascista del Pdl. Testualmente: «Il fascismo era quello che per combattere la sinistra decideva che bisognava essere più carogne dei delinquenti della sinistra. Nel Pdl c’è questa componente. Prendete il Giornale di Feltri e vedrete che sta seguendo Repubblica in questa nobile contesa». Ammettiamo, per comodità, che sia vero. Viene subito da notare che, per Rocco, Repubblica è la battistrada e il Giornale insegue. Il filosofo non precisa se l’abbia raggiunta o sia ancora distanziato. È legittimo allora chiedersi perché si svegli adesso per il Giornale che sarebbe l’allievo e abbia sempre taciuto sulla Repubblica, il maestro. Se noi siamo fascisti, tanto più lo sono i colleghi che ci sopra(d’a)vanzano. Un salto logico che fa propendere per la prima delle tre ipotesi su esposte: Buttiglione è affetto dal vagellare dell’età. Se invece le sinapsi funzionano significa che è in malafede. Può riscattarsi dando del fascista al quotidiano di De Benedetti nelle prossime 48 ore. Se non lo fa, saremmo legittimati a dargli del cialtrone per il resto dei suoi e nostri giorni.<span id="more-9337"></span></div>
<div>
Non contento, il pensatore ha aggiunto che il Giornale è «un covo di iene dattilografe». Ignoro cosa ne pensi la redazione ma ci sarebbe da querelarlo. Non per l’offesa – siamo tutti pellacce – ma per mancanza di originalità. Se vuole proprio offenderci, si inventi qualcosa di nuovo. Invece, ha ricalcato Max D’Alema che usò la stessa formula riferita all’intera stampa italiana nel 1999 quando era premier. Ripeto: presidente di tutti gli italiani. Poi, se la prendono con le intemperanze del Cav! Tuttavia, tra la fanfaronata di Max e quella di Rocco la differenza sta nell’ironia. D’Alema, pur non essendo docente e anzi neanche laureato, faceva una citazione colta sia pure tutta interna al suo lugubre mondo pansovietico. Il copyright dell’espressione è infatti di Stalin che parlò di «iene dattilografe al servizio dell’imperialismo». Max, dunque, aveva parafrasato l’idolo della sua gioventù con intenti – fiacchi quanto si vuole – ma pur sempre umoristici. Rocco, invece, totalmente all’oscuro dell’aggancio storico, ha voluto solo aggredire guidato dal già evocato analfabetismo di ritorno (seconda ipotesi).<br />
Ora, non ci resta che vagliare l’ultima supposizione sul declino buttiglionesco: la frustrazione per essere finito nel dimenticatoio. È senz’altro la componente predominante dei suoi vaneggiamenti. Dell’Udc è presidente. Un ruolo di facciata: poteri reali, zero. A mettere bocca neanche ci prova. Il partito si muove impazzito tra destra e sinistra. L’ultima bizzarria del capo vero, Pierferdy Casini, è un patto di sangue con Di Pietro e con il Pd. Cioè con un manettaro e una consorteria che non sapendo a che santo votarsi fa l’occhiolino a vetero comunisti, Pecoraro Scanio ecc. Un carro di Tespi che – tra matrimoni gay, testamenti biologici, concepimenti in provetta – dovrebbe fare venire l’orticaria al pio Buttiglione. Dovrebbe. Il poveretto invece, consapevole di contare un fico secco, incassa e tradisce se stesso per uno straccio di poltrona. D’altra parte, se non si adegua, lo gettano alle ortiche.</div>
<div>Le sconfitte degli ultimi anni lo hanno ridotto all’angolo. Nel 2004 doveva diventare commissario europeo. Fu il Cav – che oggi svillaneggia – a proporlo dopo averlo già nominato due volte ministro. Messo sotto esame dall’Ue, Rocco fu bocciato per parrucconeria. Gli venne rinfacciato di avere detto in un convegno teologico che i gay erano «indizio di disordine morale». Pregato di precisare, cercò di mettere una pezza a colore e fece peggio: «Come cattolico considero l’omosessualità un peccato, non un crimine». Ossia in galera no, all’inferno sì. Figurarsi gli eurocrati. Lo invitarono a ripresentarsi mentre loro ci riflettevano. E Rocco che ti fa? Va a una altro convegno e se la prende con le ragazze madri dicendo: «I bambini che hanno solo la madre e non un padre sono figli di una madre non molto buona». Ossia, figli di una buona donna. L’Ue lo mandò al diavolo e prese il suo posto il più laicamente disinvolto, Franco Frattini.<br />
Fu una brutta batosta. Due anni dopo, per sottrarlo all’avvilimento, l’Udc col benestare di quel buon samaritano del Cav, lo candidò sindaco del centrodestra di Torino contro l’uscente ds, Chiamparino. Fu scelta Torino perché era la città della sua adolescenza. Qui, aveva rianimato la locale Comunione e liberazione e conosciuto il filosofo cattolico Augusto Del Noce che gli istillò il gusto del sillogismo. Lo stesso che, anni dopo, lo fece suo assistente alla Sapienza di Roma mettendolo in cattedra. Bene, nonostante fosse di casa sotto la Mole, l’elezione andò di peste. Rocco fu sbattuto fuori al primo turno come un cingalese di passaggio: prese meno del 30 per cento dei voti. Da allora, è considerato irrecuperabile e sopravvive vivacchiando.<br />
Gli esordi in politica, nel ’93, erano stati ben altro. Entrò nella Dc-Ppi con l’aureola dell’intelligentone. Parlava sei lingue e aveva collaborato con Papa Wojtyla per un paio di encicliche. Era considerato un conservatore di destra, ma sapiente. Nel ’94, venne eletto deputato e segretario del Ppi. Si alleò prima con la sinistra, poi con il Cav. Per questo, fu cacciato dal partito. Lui ne fondò uno suo, il Cdu. Poi si fuse con l’Udc di Pierferdy e ne diventò succubo. Fu invischiato nelle piroette del trio Casini-Follini-Cesa. Un po’ a destra, un po’ a sinistra, ogni tanto al centro. La sua testa cedette. Prima il mal di capo, poi le vertigini, ora il nulla.</div>
<div>Giancarlo Perna</div>
<div><a href="http://www.ilgiornale.it/interni/il_filosofo_che_fa_teppista_convincersi_esistere/20-12-2009/articolo-id=408255-page=0-comments=1" target="_blank">Il Giornale</a></div>
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		<title>La vera storia di un grande carabiniere sotto processo, Mario Mori</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 14:29:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[mario mori]]></category>

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		<description><![CDATA[Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto il generale Mario Mori prima di scrivere “Il giorno della civetta” il suo capitan Bellodi non sarebbe stato un giovane poliziotto con gli occhi chiari, i capelli scuri, il viso tirato e l’accento emiliano, ma sarebbe stato piuttosto un piccolo brigadiere triestino con i capelli bianchi, i baffi corti, la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9334&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images131.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9335" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images131.jpg?w=116&#038;h=77" alt="" width="116" height="77" /></a>Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto il generale Mario Mori </strong>prima di scrivere “Il giorno della civetta” il suo capitan Bellodi non sarebbe stato un giovane poliziotto con gli occhi chiari, i capelli scuri, il viso tirato e l’accento emiliano, ma sarebbe stato piuttosto un piccolo brigadiere triestino con i capelli bianchi, i baffi corti, la voce bassa, gli occhi azzurri, un curriculum da sballo, il vaffanculo facile facile e sei numeri che hanno cambiato la sua vita: 2789/90. Quelle del generale Mori e del capitan Bellodi sono due storie che viaggiano su binari paralleli: un uomo sceso dal nord per andare in Sicilia disposto a rompersi la testa per combattere la mafia, e che dopo essere riuscito ad arrestare il più temuto dei capi-cosca improvvisamente si ritrova contro ora i politici, ora gli avvocati, ora i magistrati, ora i giudici, ora le procure e ora naturalmente i giornali. E i giornali ne riparleranno presto del generale, e c’è da scommettere che non ne parleranno bene. Il 16 giugno del 2008 la procura di Palermo ha aperto un’indagine contro Mori per “favoreggiamento aggravato” a Cosa Nostra, e gran parte delle prossime settimane il generale le dedicherà a quel processo. Sarà in aula alla fine di gennaio, quando i giudici dovranno valutare se rinviarlo a giudizio oppure no. <span id="more-9334"></span></p>
<p><strong>Di che cosa è accusato il capitan Bellodi?</strong> La procura di Palermo ha indagato Mori come responsabile della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, ma il processo per favoreggiamento nasconde una storia molto particolare. A Mori è successa la stessa cosa capitata all’eroe di Sciascia: si è ritrovato di fronte a qualcuno che vuole riscrivere la storia di un periodo cruciale per l’Italia e che vuole offrire a uno dei protagonisti di quei giorni la parte dell’antagonista brutto, sporco, cattivo e, perché no?, pure compromesso. Il processo a Mori è un modo come un altro per tentare di dimostrare che una parte della stagione delle stragi, nel 1992, in particolare quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino, fu causata dallo stesso generale che “voleva a tutti i costi trattare con la mafia”. Ma molti non conoscono un particolare. In quegli anni Mori iniziò a raccogliere i suoi giorni in 29 agende a righe con la copertina rigida: dagli anni 80 a oggi non c’è appuntamento che Mori non abbia segnato su questi fogli, e dalla lettura di quelle pagine, tenute segrete per molto tempo, emergono delle verità molto interessanti.</p>
<p><strong>Roma, due dicembre 2009. Mario Mori siede dietro la scrivania al terzo piano</strong> di un ufficio che si affaccia a strapiombo su Piazza Venezia: ha lo sguardo vispo, gli occhi un po’ scavati, i capelli tagliati corti, le mani distese poggiate sulle cosce e un libricino aperto a pagina 37 con una “x” segnata a matita accanto a un aforisma di uno degli scrittori più amati dal generale, Giacomo Leopardi. Il dettato piace molto a Mori: “La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non l’è data fede”.<br />
Il generale accetta di riceverci nel suo piccolo studio privato e inizia a raccontare come è cambiata la sua vita. Sono tante le ragioni per cui la carriera di Mori risulta affascinante ma vi è un aspetto che rende la sua storia molto significativa. Ed è la prima cosa che ti colpisce quando ti ritrovi di fronte a lui: ma come è possibile che un super sbirro, un grande carabiniere che ha acciuffato i capi di Cosa Nostra, che ha messo in galera tipacci come Toto Riina e che ha contribuito a smantellare numerose cupole mafiose sia, e sia stato, processato con le stesse accuse degli stessi criminali che per anni ha perseguito e arrestato? Vuoi vedere che forse c’è qualcosa, qualcosa della sua vita, qualcosa dei suoi anni a Palermo, qualcosa della sua esperienza al Sisde, che sfugge ai grandi accusatori di Mario Mori? Mori si è chiesto più volte le ragioni per cui la magistratura siciliana gli si è accanita contro, il perché di quelle pesantissime inchieste costruite con le parole di pentiti non proprio affidabili, i motivi per cui, dovendo scegliere se credere alle sue parole o a quelle di un pentito, i pm tendano a dare retta al secondo anziché al primo. E quando glielo chiedi il generale Mori che fa? Alza un po’ lo sguardo, gioca con i polsini della camicia, si dà un colpetto all’indietro sulla poltrona, allarga le braccia e poi sussurra: “Non so. Davvero. Proprio non so”.</p>
<p><strong>A Roma il generale c’è tornato da qualche mese: alla fine del 2008</strong> il sindaco Gianni Alemanno gli ha offerto la direzione delle Politiche della sicurezza della Capitale e Mori ha accettato di tornare in quella città dove ha studiato per cinque anni al liceo classico (era al Virgilio nella sezione C negli stessi anni in cui Adriano Sofri era nella sezione D), dove ha seguito le lezioni dell’accademia delle Armi, dove ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e da dove ha iniziato a costruire la sua carriera, diventando nel corso degli anni prima comandante del gruppo carabinieri di Palermo (dal 1986 al 1990), poi comandante dei Ros (dal ’96 al 2000) e infine numero uno del Sisde (fino al 2006). Sono proprio questi – gli anni del Sisde, gli anni dei servizi segreti, gli anni in cui condusse le indagini sulla morte di Massimo D’Antona, sull’omicidio di Marco Biagi, sulle conseguenze italiane dell’undici settembre – i tempi in cui Mori rimase affascinato da alcune sottili ma importanti differenze tra il combattere la mafia e combattere il terrorismo. Mori era sorpreso dalla capacità di fare gruppo dei brigatisti, e da quel loro cerchio chiuso, quasi impenetrabile. Nei brigatisti – racconta Mori – vi era un livello culturale superiore alla media della criminalità e il loro era un legame ideologico non un legame familistico, di cosca o di sangue.</p>
<p><strong>Era proprio per questo che Mori riteneva fosse più semplice combattere</strong> il terrorismo piuttosto che Cosa nostra. “La mafia è come un tumore che si autoriproduce: è un mondo che resiste da molto tempo non tanto per la sua forza ma perché è una forma di costume che è legata a certe forme di cultura. I poliziotti e i magistrati potevano e possono arrestare tutti i mafiosi del mondo ma l’unico modo per distruggere alle radici la mafia – come già scritto anche da Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra – è il tempo, la trasformazione dei costumi, la rivoluzione della cultura”.<br />
“Le Brigate rosse e tutte le forme di terrorismo italiane sono state invece una cosa diversa: una malattia circoscritta difficile sì da individuare ma per cui una cura esisteva: bastava solo trovarla”. Quando nella primavera del 2001 Claudio Scajola, ministro dell’Interno per un anno, chiamò Mario Mori per comunicargli che Silvio Berlusconi lo aveva appena nominato a capo dei servizi segreti, il generale pensava fosse uno scherzo. E lo credeva per due ragioni.</p>
<p><strong>La prima è che il presidente del Consiglio che l’aveva appena scelto </strong>Mori non lo aveva mai visto prima, se non una sera alla fine di una cena a Monza. La seconda era invece una ragione caratteriale. Il generale sostiene che le tecniche strategiche di chi lavora nell’arma e di chi lavora nell’intelligence presentano pochi punti di contatto, e offrire dunque a uno sbirro la gestione dell’intelligence nazionale, in teoria, potrebbe nascondere alcune difficoltà non solo metodologiche. “Siete pazzi! – disse senza neanche scherzare troppo Mori a Scajola – io di intelligence non ne so nulla, al massimo, se volete, potrei guidare il Sismi”.<br />
Racconta chi con Mori al Sisde ha lavorato a lungo che “il modo più semplice per spiegare i due diversi approcci alla criminalità che hanno forze dell’ordine e intelligence è che il poliziotto spera di catturare Osama bin Laden mentre l’uomo di intelligence, semplicemente, spera di acquisirlo come fonte. Sono due piani paralleli che non si vanno mai a incontrare. Perché l’immagine del James Bond che si arrampica sulle gru per sconfiggere le forze del male non esiste. Semmai, il rischio maggiore per un uomo di intelligence che passa le giornate a colazione, a pranzo e a cena per coltivare le fonti è quello di prendersi una cirrosi epatica”.<br />
Mori ha sempre sostenuto che individuare un grosso criminale, pedinarlo, poterne seguire le tracce e circoscriverne il raggio d’azione nasconde un problema non da poco. Che si fa? Si arresta subito il bandito o lo si segue per un po’ usandolo come esca per intrappolare nella rete della giustizia tutto ciò che lo circonda? Mori non lo confesserà mai, ma tra la prima e la seconda opzione lui sotto sotto ha sempre preferito la seconda.<br />
<strong><br />
Chi ha vissuto a lungo a fianco di Mario Mori racconta </strong>che quando il generale arrivò al Sisde fu rivoluzionata l’intera impostazione del lavoro. Prima di Mori, i servizi segreti tendevano a lavorare con quella che in gergo è definita “pesca a strascico”: una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel raggio d’azione dell’intelligence. Quando Mori arrivò al Sisde spiegò che la pesca doveva diventare subacquea. Perché la tecnica a strascico – era questa l’idea del generale – funziona quando un servizio segreto dispone di centinaia di migliaia di uomini, ma quando il numero delle truppe è parecchio inferiore la raccolta di informazioni deve essere più precisa, più mirata. E così, non appena arrivato, Mori scrisse un libriccino di cento pagine di procedura investigativa, lo fece pubblicare e lo inviò ai dirigenti dei servizi. A poco a poco, i risultati iniziarono ad arrivare.</p>
<p><strong>Negli anni passati al Sisde c’è un arresto particolare che il generale ricorda</strong> più degli altri. Il 13 luglio 1979 una scarica di pallettoni sparati da un’auto in corsa ferì a morte il comandante del Nucleo carabinieri del tribunale di Roma Antonio Varisco; e quel comandante Mori lo conosceva molto bene. Per anni e anni, i servizi segreti italiani hanno tentato di arrestare il killer, e il 15 gennaio del 2004 il Sisde diede istruzione a venti poliziotti egiziani di fermare due persone all’aeroporto del Cairo: i nomi erano quelli di Rita Algranati e Maurizio Falessi, ricercati, tra le altre cose, per l’omicidio di Varisco. Fu uno dei giorni più gratificanti della carriera del generale. Il perché lo spiega lui stesso: “Non dobbiamo essere sciocchi. Chi dice che la pretesa punitiva dello stato non esiste non capisce nulla. Quel giorno passò un messaggio molto importante. Fu un arresto chiave per disgregare la rete terroristica ma fu un anche un segnale chiaro: ci sono alcuni reati che più degli altri non possono essere impuniti. E uccidere un carabiniere è esattamente uno di quelli”.</p>
<p><strong>Gli anni che però formarono davvero il generale Mori furono altri.</strong> Furono quelli che trascorse in Sicilia: prima nel nucleo provinciale dei carabinieri e poi nei Ros. Non appena arrivato a Palermo, il generale comprese subito quanto fosse importante riuscire a creare una sorta di sintonia linguistica tra sbirri e mafiosi. Mori ci riuscì, ma solo dopo aver preso una piccola batosta. La prima lezione per Mori arrivò da un piccolo appartamento sulla costa occidente della Sicilia: ad Altavilla. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di un carabiniere, i suoi uomini andarono sul posto, entrarono con i guanti di paraffina dentro una vecchia casa colonica, perquisirono le stanze, fecero perizie, raccolsero più notizie possibili e interrogarono molti testimoni: la maggior parte dei quali diceva di non aver visto nulla. Alla fine della giornata, Mori si ritrovò a parlare con un vecchio abitante del paese che al termine del colloquio – a lui che era un triestino con mamma casalinga emiliana, padre ufficiale dei carabinieri a La Spezia, bisnonni inglesi e, come ama ripetere il generale, una formazione culturale sfacciatamente mitteleuropea – gli disse: “Piemontese, chi minchia voi da noi?”. Quelle parole Mori se le ricorderà a lungo e il significato profondo dell’essersi sentito dare del piemontese lo comprese poco più avanti quando fu nominato comandante del primo comando territoriale di Palermo.<br />
<strong><br />
Mori ricorda infatti che in quegli anni capitava spesso che la notte </strong>le pareti della caserma non trattenessero le parole degli sbirri che interrogavano i mafiosi, e ascoltando quei dialoghi, dagli accenti così marcatamente differenti, si rese improvvisamente conto che in quel nucleo operativo che lavorava nella Sicilia occidentale, beh, il più meridionale tra i suoi colleghi era un campano. Non parlare il linguaggio della Sicilia, e più in particolare non entrare a fondo nel lessico dei mafiosi, secondo il generale era il modo migliore per non capire come portare avanti un’indagine, e questo Mori se lo mise bene in testa: lavorò molto sulla sua pronuncia, iniziò a studiare il siciliano e alla fine ottenne buoni risultati, riuscendo a poco a poco a entrare sempre di più a contatto anche con la grammatica della mafia.<br />
“In quegli anni – racconta un uomo che ha lavorato a lungo a fianco di Mori nei Ros – il generale diceva che far proprio il linguaggio dei mafiosi significava non solo avere le carte in regola per lavorare con maggiore efficienza ma anche avere la possibilità concreta di salvare con un certo successo il culo.<br />
<strong><br />
Le lezioni di Mori erano due. </strong>Lui, che aveva imparato a non fidarsi eccessivamente dei collaboratori di giustizia, diceva che per definizione il pentito mafioso va preso con le pinze perché un pentito resta sempre un mafioso, e alla fine – qualsiasi cosa ti dirà e qualsiasi verità racconterà – in un modo o in un altro tenterà sempre di compiere un atto utilitaristico per la sua famiglia. La seconda cosa che ripeteva era che il mafioso ti faceva ammazzare solo quando il, chiamiamolo così, rapporto tra sbirri e criminale diventava un rapporto personale: tra me e te. Per questo, Mori ci diceva che tu puoi umiliare un mafioso magari ammanettandolo davanti a una moglie ma non era il caso di farlo quando veniva acciuffato nel cuore della sua vera intimità: per esempio davanti alla sua amante”.<br />
Il più grande successo ottenuto da Mori arrivò il 15 gennaio 1993 di fronte al numero 54 di via Bernini, a Palermo, quando il generale fece arrestare lui, il capo dei capi: Totò Riina. Paradossalmente, però, accadde che l’arresto del mafioso più ricercato al mondo coincise con la proiezione delle prime ombre attorno alla carriera del generale. Tutto cominciò poco dopo l’arresto. Per quindici giorni, l’abitazione del boss corleonese non fu perquisita e in molti sostennero che la mancata perlustrazione di quelle stanze fosse un modo come un altro per dare la possibilità ai mafiosi di ripulire l’abitazione e cancellare le proprie tracce. Mori – ricordando che le indagini vengono sempre coordinate dalla procura e che qualsiasi imput, prima ancora che dai capi dell’arma, deve arrivare da lì – sostiene che fu la procura a non dare l’ordine di perquisire, ma nonostante ciò nel 1997 la procura di Palermo aprì un’inchiesta sulla vicenda a carico di ignoti, “per sottrazione di documenti e favoreggiamento”.</p>
<p><strong>L’indagine andò fino in fondo: nel 2002 i magistrati chiesero l’archiviazione</strong> ma il gip dispose nuove indagini. Due anni dopo stessa storia: i pm chiesero ancora una volta l’archiviazione ma questa volta lo fecero in un modo originale: poche paginette per chiedere di archiviare e cento pagine per picchiare duro sull’indagato. A firmare quella richiesta furono i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Michele Prestipino, che chiesero di chiudere il caso con queste concilianti parole: gli indagati, non perquisendo per diversi giorni il covo, “fornirono ai magistrati indicazioni non veritiere o comunque fuorvianti”. Inoltre, la sospensione dell’attività di osservazione del covo “determinerà un’obiettiva agevolazione di Cosa nostra”. Il nome di Mario Mori entra così nel registro degli indagati il 18 marzo 2004: pochi mesi più tardi – era il 18 febbraio 2005 – Mori e il suo braccio destro Sergio De Caprio (l’ufficiale dei carabinieri che ha lavorato a lungo a fianco del generale e che il 15 gennaio 1993 ammanettò Totò Riina) vengono rinviati a giudizio e un anno dopo il processo si conclude con un’assoluzione.<br />
Tutto finito? Macché.</p>
<h2>La Vera storia di un grande carabiniere sotto processo, mario Mori /2</h2>
<p><strong>Dopo essere stato assolto dall’accusa di favoreggiamento </strong>aggravato per non aver perquisito l’abitazione – e non il covo, che è cosa diversa – in cui è stato arrestato Salvatore Riina, Mori si trova costretto a difendersi da altre accuse. E da una in particolare. Perché il generale non ci gira attorno, e quando ha saputo di essere indagato ancora una volta per favoreggiamento dice che è stato certamente quello il giorno più brutto della sua vita: perché è come se la procura lo avesse sostanzialmente accusato di essere stato la causa scatenante della strage di via D’Amelio.<br />
Nel processo in cui Mori dovrà difendersi in aula il 29 e il 30 gennaio, il principale testimone dell’accusa è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio. L’eroe della procura di Palermo, nonché principale testimone del processo contro il generale Mori, è però un personaggio dal passato molto controverso. Controverso perché il grande accusatore di Mori è uno degli uomini che fu denunciato dallo stesso generale. La storia è nota ma può essere utile ricordarla. Il generale Mori contribuì all’arresto di Riccio e fu uno dei primi a denunciare i reati commessi dal colonnello a metà degli anni 90. All’origine dei guai di Riccio vi fu la famosa Operazione Pantera. In quell’occasione – erano gli anni 90 – fu sequestrata una partita di pesce congelato da 33 tonnellate. Nascosto tra il pesce vi erano 288 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.<br />
<strong><br />
Tre mesi dopo il pesce fu venduto sottobanco dai carabinieri per 54 milioni.</strong> L’operazione Pantera costò a Riccio due reati. Non soltanto contrabbando aggravato ma anche detenzione e cessione di stupefacenti: perché nel corso dell’operazione, secondo l’accusa, il colonnello occultò cinque chili di cocaina sottratti alla distruzione del reperto da uno dei suoi uomini (si chiamava Giuseppe Del Vecchio).<br />
Così, dopo essere stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo e poi, in secondo grado, a 4 anni e 10 mesi, nel 2001 Riccio chiese di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”. E’ una storia complicata quella di Riccio: l’ex colonnello sostiene che nel 1995 il suo confidente Ilardo (trovato morto pochi mesi dopo) offrì la possibilità di catturare Bernardo Provenzano; racconta che i suoi uomini avrebbero seguito Ilardo fino al bivio di Mezzojuso – un piccolo comune di 3.711 abitanti a 34 chilometri da Palermo – che si sarebbero appostati in attesa del via libera e che Mori disse di non voler agire. Mentre – dice Riccio – noi “eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire”. Le deposizioni di Riccio sono però contestate. Uno dei testimoni dell’accusa, l’ufficiale dei carabinieri Antonio Damiano che nel ’95 prestava servizio al Ros di Caltanissetta, lo scorso 10 novembre ha raccontato una versione diversa. <strong></p>
<p>Damiano sostiene infatti di essere stato incaricato da Riccio</strong> di effettuare “un’osservazione con rilievi fotografici” al bivio di Mezzojuso ma il punto è che in quello che Riccio considera il mancato arresto di Provenzano non solo era già stato concordato preventivamente che l’operazione avrebbe avuto la finalità di studiare il territorio ma il grande accusatore di Mori, nonostante la relazione di servizio di quel giorno riportasse la sua presenza, in realtà – lo ammette Damiano – non era affatto presente: era rimasto in ufficio.<br />
A ogni modo, le parole di Riccio hanno offerto alla procura la possibilità di fare due calcoli rapidi rapidi: la mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 più la mancata cattura di Provenzano nel 1995 sarebbero “strettamente connesse” alla presunta trattativa tra apparati dello stato e Cosa nostra. E’ proprio questa la tesi di uno degli uomini che alla fine di gennaio verrà ascoltato come teste dell’accusa nell’aula bunker del carcere Ucciardone: Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Tesi che in sostanza si potrebbe riassumere così: Borsellino sarebbe stato ucciso dopo che il giudice venne a conoscenza della trattativa portata avanti tra la mafia e lo stato condotta in prima persona da suo padre e dal generale Mori. Borsellino era contrario alla trattativa e per questo, per evitare problemi, la mafia lo fece saltare in aria.<br />
<strong><br />
La cronaca di quei mesi offre però una storia un po’ diversa </strong>e gran parte della verità di tutta la vicenda sembrerebbe proprio girare attorno a quel codice lì: 2789/90. Il codice fa riferimento a una delle inchieste più delicate che le forze dell’ordine portarono avanti durante gli anni 90 in Sicilia. Tutto nacque nel corso del 1989: in quegli anni Mori era già a capo del gruppo dei carabinieri di Palermo e sotto la direzione di Giovanni Falcone avviò l’inchiesta sul sistema di condizionamento degli appalti pubblici da parte di Cosa nostra. Il primo plico contenente le informative sull’indagine fu consegnato il 20 febbraio del 1991 da Mori al procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. Ancora oggi Mori ricorda che “Giovanni sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa rispetto ai tempi che ci eravamo prefissati per una ragione semplice: perché – diceva Falcone – non tutti vedevano di buon occhio l’indagine, e alcuni sicuramente la temevano”. In quei giorni, il giudice stava però per essere trasferito alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia, e da Palermo dunque si stava spostando a Roma. Ma quell’inchiesta – ricorda il generale – lui voleva seguirla lo stesso e per questo Mori continuò a mantenere i contatti con Falcone. E fu proprio il giudice a riferire al generale che l’inchiesta “Mafia e appalti” non interessava più di tanto al nuovo procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco. Era davvero così?<br />
<strong><br />
Fatto sta che al termine dell’inchiesta “Mafia e appalti”</strong> i Ros di Mori avevano evidenziato 44 posizioni da prendere in esame per un provvedimento restrittivo ma il 7 luglio del 1991 la procura ottenne soltanto cinque provvedimenti di custodia cautelare. Mori si arrabbiò e chiamò subito Falcone. La reazione del giudice è riportata dai diari consegnati alla giornalista di Repubblica Liana Milella, e fu questa: “Sono state scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”.<br />
Non solo. Pochi giorni dopo che Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno consegnarono il rapporto alla procura di Palermo vi fu una fuga di notizie. De Donno ne venne a conoscenza attraverso il suo informatore Angelo Siino (il così detto ex ministro dei Trasporti pubblici di Cosa nostra) che raccontò ai Ros di aver saputo dell’inchiesta da fonti vicine alla procura. “Mai come in quei mesi – racconta Mori – ebbi la sensazione di agire da solo e senza referenti certi a livello giudiziario”. Successivamente, ci furono altre due valutazioni che fecero infuriare il capitano dei Ros. La prima fu quando il Tribunale del riesame consegnò agli avvocati difensori degli indagati e degli arrestati non uno stralcio dell’informativa relativa ai singoli indagati, come da prassi, ma qualcosa di più: ovvero tutte le 890 pagine di testo. “In quel modo – ricorda Mori – furono svelati i dati investigativi fino a quel momento posseduti dall’inquirente e furono chiare le direzioni che le indagini stavano prendendo”.<br />
<strong><br />
La seconda fu quando la procura di Palermo</strong> – ravvisando la competenza sul caso di più procure – inviò i fascicoli in mezza Sicilia ottenendo il risultato di moltiplicare il numero di occhi che osservavano da vicino quell’inchiesta. Ecco: secondo Mori il filo che lega le stragi di quell’anno – l’anno in cui furono uccisi nel giro di poche settimane prima Falcone e poi Borsellino e poi ancora un comandante della sezione di Perugia che insieme con i Ros aveva iniziato a lavorare su “Mafia e appalti”: Giuliano Guazzelli – sarebbe legato all’attenzione che Mori e Borsellino credevano fosse opportuno dare a quell’inchiesta, a quel codice maledetto. Poco prima di essere ucciso, infine, Borsellino partecipò a un incontro molto importante. Era il 25 giugno 1992 e il magistrato convocò in gran segreto nella caserma di Palermo – dunque negli uffici dei Ros – Mario Mori e il capitano De Donno. Borsellino confessò ai due che riteneva fondamentale riprendere l’inchiesta “Mafia e appalti”. Perché – sosteneva Borsellino – quello “era uno strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa nostra e gli ambienti esterni con cui essa si relazionava”. Qualche anno più tardi, nel novembre 1997, nel corso di un’audizione alla Corte d’assise di Caltanissetta, a confermare che Paolo Borsellino credeva che studiando il filone “Mafia e appalti” si poteva giungere “all’individuazione dei moventi della strage di Capaci” fu uno dei pm che oggi indaga su Mori: il dottor Antonio Ingroia.</p>
<p><strong>Le ragioni per cui l’incontro nella caserma dei carabinieri di Palermo</strong> fu mantenuto segreto vennero ammesse in quelle ore dallo stesso Borsellino. Ricorda Mori che Borsellino “non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro”. “E nel salutarci – prosegue Mori – il dottor Borsellino ci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della procura della Repubblica di Palermo”. Secondo il generale, in quei giorni Borsellino era molto preoccupato per una serie di fatti accaduti. Uno in particolare era legato a una data precisa. Il 13 giugno 1992 uno dei mafiosi arrestati dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta “Mafia e appalti” – il geometra Giuseppe Li Pera – si mise a disposizione degli inquirenti dicendo di essere disposto a svelare “gli illeciti meccanismi di manipolazione dei pubblici appalti”, ma i magistrati di Palermo risposero dicendo di non essere interessati. “Sì, è vero: i fatti di quei tempi – ricorda Mori – mi portarono a ritenere che anche una parte di quella magistratura temesse la prosecuzione dell’indagine che stavamo conducendo”.<br />
<strong><br />
Pochi giorni dopo l’attentato in cui rimase ucciso Paolo Borsellino</strong>, Mori iniziò a stabilire contatti con l’uomo che all’epoca impersonificava meglio di tutti la sintesi perfetta dei legami collusivi tra mafia, politica e imprenditoria: l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Tra il 5 agosto e il 18 ottobre 1992, Ciancimino e Mori si incontrarono quattro volte (prima di quella data con Ciancimino vi furono dei contatti preliminari del braccio destro di Mori, De Donno) e iniziarono così a costruire un rapporto confidenziale senza renderlo però noto alla procura di Palermo. Mori non comunicò subito i contatti che aveva stabilito con Ciancimino per tre ragioni. Primo perché – e lo dice la legge – i confidenti delle forze dell’ordine non devono essere necessariamente rivelati alla procura. In secondo luogo – e queste sono parole di Mori – fu fatto “per evitare premature e indesiderate attenzioni sulla persona e per tentare di acquisire elementi informativi sicuramente nella disponibilità del Ciancinimo e cercare di giungere a una piena e formale collaborazione”. Infine, è ovvio: se ci fosse stato Borsellino, dice Mori, “glielo avrei detto subito”. Ma quando Mori parlò con Ciancimino, Borsellino era già stato ammazzato.</p>
<p><strong>Nonostante in molti sostengano che Mori avesse mantenuto a lungo segreti</strong> quei colloqui, in realtà gli incontri tra Mori e Ciancimino non sono una novità di oggi. Nell’autunno 1993 fu lo stesso Mori a raccontare all’allora presidente della Commissione antimafia Luciano Violante non soltanto dei suoi incontri con Ciancimino ma anche della volontà di quest’ultimo di essere ascoltato dalla commissione. Mori lo disse più volte a Violante e ogni volta che Violante se lo sentiva ripetere gli rispondeva più o meno allo stesso modo. Ponendo una condizione: “L’interessato – disse Violante il 20 ottobre 1992 nel corso di un incontro riservato con Mori – deve presentare un’istanza formale a riguardo”. Il 29 ottobre 1992, quindi, Violante convocò la commissione per spiegare qual era il suo programma di lavoro sulla materia che riguardava le inchieste sulla mafia e la politica. Nel verbale di quella seduta, tra le altre cose, si legge quanto segue: “E’ necessario sentire quei collaboratori che possono essere particolarmente utili”.<br />
<strong><br />
Violante fece un lungo elenco di “collaboratori”,</strong> e tra questi c’era anche Vito Ciancimino. Ecco però il giallo: giusto tre giorni prima che Violante riunisse la commissione, Ciancimino si decise a scrivere una lettera. Una lettera datata 26 ottobre 1992 indirizzata a Roma, alla sede della commissione antimafia di Palazzo San Macuto. In calce alla lettera – che negli archivi della commissione sarà registrata solo diversi anni dopo con il numero di protocollo 0356 – c’è la firma di Vito Ciancimino. Il quale sostiene di essersi messo a disposizione della commissione già dal 27 luglio 1990, e di aver ormai accettato le condizioni che aveva posto per l’audizione il predecessore di Violante (Gerardo Chiaromonte): audizione sì ma senza quella diretta televisiva che secondo Ciancimino era necessaria per essere “giudicato direttamente e non per interposta persona”. Scrive l’ex sindaco di Palermo: “Sono convinto che questo delitto (quello di Lima, ex sindaco di Palermo ed ex eurodeputato della Democrazia cristiana che il 12 marzo 1992 fu ucciso a colpi di pistola di fronte la sua villa di Mondello) faccia parte di un disegno più vasto. Un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose. Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di codesta commissione antimafia, se vorrà ascoltarmi”. Nonostante Violante avesse detto che avrebbe ascoltato Ciancimino solo se questi avesse fatto una richiesta formale alla Commissione, la commissione antimafia ricevette la lettera ma decise di non ascoltarlo.</p>
<p><strong>C’è poi un altro aspetto che della storia di Mori non può essere trascurato</strong>. Perché la storia di Mori è l’esempio di come una visione burocratica della lotta alla mafia non contempli la possibilità che un super sbirro possa imparare a combattere il nemico studiandolo, osservandolo da vicino, tentando persino di parlare con il suo stesso linguaggio. E con ogni probabilità il grande peccato originale di Mori è stato quello di essere diventato un simbolo della lotta alla mafia senza aver avuto bisogno di indossare l’abito del professionista dell’antimafia. Anzi, quell’antimafia con cui Mori ha lavorato fianco a fianco per anni è stata spesso ferocemente criticata dallo stesso generale. E sulla testa di Mori la scomunica dell’antimafia palermitana arrivò quando il generale testimoniò nel processo Contrada: l’ex agente del Sisde è stato arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Quando Mori fu sentito come teste non si scompose affatto e, dopo aver detto che Contrada era il “miglior poliziotto antimafia che abbia mai avuto a Palermo”, il generale disse quello che la procura di Palermo non voleva sentire. Gli chiesero se Giovanni Falcone avesse mai sospettato di Contrada e lui rispose secco così: no. La procura aveva un’altra idea e indagò persino Mori per falsa testimonianza.<br />
<strong><br />
Ma dietro alle accuse di connivenza fatte nei confronti del lavoro </strong>siciliano di Mori esiste anche un filone di critica culturale di cui ultimamente si è fatto portavoce lo scrittore Andrea Camilleri. La visione burocratica della lotta alla mafia ti trascina spesso anche verso conclusioni molto avventate e ti porta a credere che stabilire contatti con il nemico, studiare da dentro il suo mondo, arrivando persino a parlare il suo lessico, significhi sostanzialmente diventare suo complice. In una recente intervista, Camilleri sostiene che Leonardo Sciascia era molto affascinato da quella mafia che sembrava invece combattere. La dimostrazione pratica è nascosta dietro alcune parole del protagonista del Giorno della civetta. Sempre lui: il capitano Bellodi. “Sciascia – dice Camilleri – non avrebbe mai dovuto scrivere ‘Il giorno della civetta’: non si può fare di un mafioso un protagonista perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del romanzo, invece giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – ‘omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce coll’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue.<br />
<strong><br />
E il fatto che Sciascia faccia dire dal capitano Bellodi a don Mariano</strong> mentre lo va ad arrestare ‘Anche lei è un uomo’ è la dimostrazione che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima”.<br />
La mafia sembra invece che non apprezzò le inchieste portate avanti da Borsellino e da Mori. Pochi giorni dopo aver tentato di accelerare le indagini sull’inchiesta “Mafia e appalti”, in una 126 rossa parcheggiata in via d’Amelio, nel cuore ovest di Palermo, esplosero cento chili di tritolo e uccisero il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta. Era il 19 luglio 1992. Solo un giorno dopo, quando ancora la camera ardente di Paolo Borsellino non era stata neppure aperta, la procura di Palermo depositò un fascicolo con una richiesta di archiviazione. Sopra quel fascicolo c’era un codice fatto di sei numeri: 2789/90.<br />
Era l’inchiesta “Mafia e appalti”.</p>
<p>Claudio Cerasa</p>
<p><a href="http://www.ilfoglio.it/soloqui/4079" target="_blank">Il Foglio<br />
</a></p>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 13:59:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giovanni Sartori
In tempi brevi la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne » di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chia­ve di «razzismo». Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9331&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images130.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9332" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images130.jpg?w=104&#038;h=128" alt="" width="104" height="128" /></a>di Giovanni Sartori</p>
<p>In tempi brevi la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne » di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra. Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chia­ve di «razzismo». Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno «xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofi­lo ». E che non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due rea­zioni.</p>
<p>Chi più avversa l’immi­grazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini fir­mò, con Bossi, una legge molto restrittiva. Ora, in­vece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapi­da. Chissà perché. Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciut­to per chi vorrebbe capi­re. Ma a parte questa gira­volta, il fronte è da tempo lo stesso. Berlusconi ap­poggia Bossi (per esserne appoggiato in contrac­cambio nelle cose che lo interessano). Invece il fronte «accogliente» è co­stituito dalla Chiesa e dal­la sinistra. La Chiesa deve essere, si sa, misericordio­sa, mentre la xenofilia del­la sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.<span id="more-9331"></span></p>
<p>Due premesse. Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integra­bilità » dell’islamico. Se­condo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall&#8217;espe­rienza. La domanda è allo­ra se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che. La risposta è sconfor­tante: no.</p>
<p>Il caso esemplare è l’In­dia, dove le armate di Al­lah si affacciarono agli ini­zi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominaro­no l’intero Paese. Si avver­ta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto. Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finisse­ro in un mare di sangue. Conosco, s’intende, an­che altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Tur­chia. Tutti casi che rivela­no un ritorno a una mag­giore islamizzazione, e non (come si sperava al­meno per la Turchia) l’av­vento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.</p>
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<p>Veniamo all’Europa. In­ghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza gene­razione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai. Il fatto sor­prende perché cinesi, giapponesi, indiani, si ac­casano senza problemi nell’Occidente pur mante­nendo le loro rispettive identità culturali e religio­se. Ma — ecco la differen­za — l’Islam non è una re­ligione domestica; è inve­ce un invasivo monotei­smo teocratico che dopo un lungo ristagno si è ri­svegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo «italianizzan­dolo » è un rischio da gi­ganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re.</p>
<p><a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_dicembre_20/sartori_2eb47d0c-ed3e-11de-9ea5-00144f02aabc.shtml" target="_blank">Il Corriere della Sera</a></p>
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		<title>E adesso vai a quel &#8220;pais&#8221;!</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 00:35:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[esteri]]></category>
		<category><![CDATA[el pais]]></category>
		<category><![CDATA[spagna]]></category>
		<category><![CDATA[sulvio berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[In Spagna si è consumata la gran vendetta di Berlusconi sull&#8217;editore del quotidiano &#8216;el pais&#8217;, che ha pubblicato per primo le foto di villa Certosa scattate da zappadu &#8211; anche Zapatero consuma la sua rivincita su chi, appena salito alla guida del governo, lo chiamava “Bambi” per l’idea di una politica molle che ben traspariva [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9328&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><h2><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images129.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9329" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images129.jpg?w=140&#038;h=89" alt="" width="140" height="89" /></a>In Spagna si è consumata la gran vendetta di Berlusconi sull&#8217;editore del quotidiano &#8216;el pais&#8217;, che ha pubblicato per primo le foto di villa Certosa scattate da zappadu &#8211; anche Zapatero consuma la sua rivincita su chi, appena salito alla guida del governo, lo chiamava “Bambi” per l’idea di una politica molle che ben traspariva dai suoi occhi di cerbiatto&#8230;</h2>
<p><strong>Paolo Madron per <a href="http://www.ilsole24ore.com/">il Sole 24 Ore</a></strong></p>
<p>La debacle politica ed economica del gruppo Prisa, &#8220;too influent to fail&#8221; a dispetto dei 5 miliardi di debiti accumulati, viene suggellata da un accordo che in altri tempi sarebbe stato impensabile. Ma che tuttora suona clamoroso. L&#8217;editore del Pais, il colosso dei media più potente di Spagna, viene salvato da quel Silvio Berlusconi che i giornali del gruppo iberico dileggiavano all&#8217;epoca di Noemi e di Patrizia.</p>
<p>La sibillina minaccia del Cavaliere, lanciata lo scorso settembre in conferenza stampa contro l&#8217;inviato del più importante quotidiano di Spagna che gli chiedeva perché mai non si fosse dimesso, si avvera dunque in un freddo pomeriggio madrileno. &#8220;Non bisogna essere faziosi. Si vede che lei legge solo Unità e Repubblica e potrei aggiungere anche tante cose che lei scrive sul suo quotidiano, ma le evito. Di questo passo si va verso la caduta delle copie, dei lettori e della pubblicità. Così si va verso il fallimento. E il Pais dovrebbe saperne qualcosa&#8230;&#8221;.<span id="more-9328"></span></p>
<p>E ora che il diavolo e l&#8217;acqua santa abbiano deciso di mescolare i propri domini televisivi fa imbestialire i lettori del giornale. Su Facebook, lo sfogatoio delle rabbie estemporanee, già si inseguono gli inviti a boicottare il gruppo Prisa.</p>
<p>Ma a compiacersi dell&#8217;operazione chiusa ieri è anche colui che alla famosa conferenza stampa della Maddalena stava al fianco di Berlusconi, un poco imbarazzato per la piega &#8220;privata&#8221; presa dall&#8217;incontro. Josè Luis Zapatero ora consuma la sua vendetta su chi, appena salito alla guida del governo, e abituato a quindici anni di felipismo (il lungo regno di Felipe Gonzales) duro e ideologicamente puro, lo chiamava &#8220;Bambi&#8221; per l&#8217;idea di una politica molle che ben traspariva dai suoi occhi di cerbiatto.</p>
<p>Bambi, in questi mesi, ha goduto due volte. La prima quando sciaguratamente ha voluto far entrare in un sistema televisivo già afflitto dalla crisi altri due attori, la Cuatro e la Sexta, mentre la torta delle entrate già non bastava a soddisfare le brame di chi c&#8217;era.</p>
<p>La seconda quando Prisa, in una mossa che doveva sancire la perfetta riorganizzazione del suo portafoglio, lanciò nel 2007 l&#8217;opa su Sogecable, ovvero su di una società di cui già possedeva la maggioranza assoluta. Gli altri soci blasonati, Telefonica e Canal Plus, che avevano giurato di tenere le loro partecipazioni, allettati dal prezzo hanno invece venduto, costringendo le banche a quel finanziamento ponte da 1900 miliardi che ora la holding guidata da Juan Luis Cebrian dovrà restituire a marzo.</p>
<p>Non potendo onorare la scadenza, ha dovuto smobilitare in fretta e furia alcuni dei suoi gioielli. Tra cui appunto la Cuatro, la tivù in chiaro che a ben guardare tra tutti i suoi asset è il più strategico visto che in futuro il piccolo schermo ha molto più da dire rispetto alla carta.</p>
<p>La resa di Prisa, in un mercato dove ogni mossa nella guerra dell&#8217;etere ingenera un effetto domino, ha dato il largo alla quasi completa italianizzazione delle televisioni private spagnole. Costringendo De Agostini, già presente con Antena 3, a metter gli occhi sulla Sexta, la più zapaterista delle nuove società di media (edita tra l&#8217;altro il quotidiano radical-socialista Publico).</p>
<p>E&#8217; probabile che, salvo sorprese, nelle prossime settimane anche l&#8217;emittente che trasmette da San Sebastian de los Reyes annunci il matrimonio cui stanno alacremente lavorando Morgan Stanley e Citigroup. La fusione si presenta più a agevole rispetto a quella tra Telecinco e la Cuatro, se non altro perché la Sexta ha solo una ottantina di dipendenti, contro gli oltre 1550 che sommano la Cuatro e Digital Plus, e un power-ratio (il rapporto tra quota di ascolto e quota di mercato) che consente alla rete spagnola una maggiore crescita del prezzo di vendita della pubblicità.</p>
<p><a href="http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/articolo-11792.htm" target="_blank">Dagospia</a></p>
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		<title>Ferrara: come si fabbrica un Tartaglia</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 15:14:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[commenti]]></category>
		<category><![CDATA[silvio berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Dietro quella storia oscena del demente e vigliacco che spara un oggetto di marmo contro la faccia di Silvio Berlusconi non c’è solo la cupa condizione della lotta politica in Italia, che dura inalterata dal Cinquecento, che riemerge a tratti nelle diverse forme del banditismo fazioso, del lavacro ideologico realizzato sulla pelle delle persone, della [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9325&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images128.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9326" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images128.jpg?w=130&#038;h=98" alt="" width="130" height="98" /></a>Dietro quella storia oscena del demente e vigliacco che spara un oggetto di marmo contro la faccia di <strong>Silvio Berlusconi</strong> non c’è solo la cupa condizione della lotta politica in Italia, che dura inalterata dal Cinquecento, che riemerge a tratti nelle diverse forme del banditismo fazioso, del lavacro ideologico realizzato sulla pelle delle persone, della vendetta civile in ogni stagione, anche la più felice, della storia degli italiani.</p>
<p><strong>Dietro l’intolleranza violenta di un momento c’è la farsa mite, strisciante, della tolleranza universale.</strong> Qui è lo scandalo. Quando per la prima volta la residenza privata di un uomo politico fu presa di mira da una folla inferocita e mentalmente insana, quando al termine di un comizio dell’opposizione il manipolo dei linciatori e lanciatori di monetine si trasferì sotto l’Hotel Raphael di Roma dove abitava l’uomo nero del momento, Bettino Craxi, <strong>nel nostro Paese era in pieno corso una rivolta plebea contro i partiti e le classi dirigenti</strong>, animata e nutrita da un pezzo dell’establishment con l’appoggio codino, reazionario, di un manipolo di gazzettieri e togati decisi a tutto, perfino a servirsi di un poliziotto dai comportamenti assai discutibili, in cerca di gloria politica, chiamato Antonio Di Pietro. Il cocco di<strong> Enzo Biag</strong>i e dell’avvocato <strong>Vittorio D’Ajello</strong>, il beniamino della salotteria milanese più intrisa di mediocrità.<span id="more-9325"></span></p>
<p><strong>Craxi doveva venire da me in tv, quella sera, ciò che fece dopo avere superato lo sbarramento linciatorio,</strong> infine scortato da uno squadrone di carabinieri. <strong>Mi sembrò enorme quel che era successo, proprio per la violazione dello spazio privato di un uomo pubblico</strong>, ma non ci fu il becco di un commentatore, e voglio ignorare i nomi spesso insospettabili dei fomentatori e rinfocolatori dell’odio forcaiolo, che comprendesse il messaggio osceno di un’aggressione sotto casa: non è la funzione che contestiamo, non veniamo a un tuo comizio, non cerchiamo di impedire o disturbare una manifestazione politica del tuo partito, no, veniamo sotto casa tua, dove dormi e abiti e mangi e vivi, perché è te in persona che odiamo, sei tu il bersaglio mobile della nostra indignata furia e follia.</p>
<p>Prima di chiedere un facile perdono, che sarà un’altra pietra miliare nella storia della tolleranza violenta di questo Paese, specie dopo il perdono e i tarallucci e vino per l’operaio bergamasco che lanciò il treppiede sul collo di Berlusconi appena cinque anni fa, <strong>quell’M.T. sparatore di statuine aveva detto la verità appena nascosta dallo squilibrio mentale: «Perché? Perché lo odio».</strong> E perché lo odia? Ve lo dico io, perché lo odia.</p>
<p>Lo odia perché è ricco, perché ha infranto il sogno della presa di potere reazionario-plebea dei primi anni Novanta, perché <strong>è il nemico riconosciuto di tutte le ideologie fallite del secolo scorso</strong>, lo odia per i suoi pregi e per i suoi difetti, ma soprattutto per i propri difetti, per la propria vita frustrata e facile.</p>
<p><strong>Non lo sa che è per questo, ma è per questo che lo odia. La facilità del tutto è lo scandalo. </strong>Chi ha mai pagato per la corrosione della civiltà, della creanza, del senso dell’onore nei modi personali e pubblici in questo Paese? Chi deve qualcosa a qualcuno, e in particolare allo Stato e alle sue regole, dopo che si sia sputtanato, calunniato, avvelenato in ogni pozzo dell’esistenza politica? È rozzo prendersela con gli avversari politici aperti del Cav., bisogna scavare nel sottosuolo culturale italiano, capire come sono fatti i giornali e i messaggi televisivi, qual è l’ordito di linguaggio in cui siamo immersi dalla mattina alla sera, con il fulgido contributo, sempre più vanesio e ludico e impostore, della famosa rete, del web, della blogosfera. <strong>La violenza è sempre il prodotto della notte della politica</strong>, di un tutto-è-permesso che addormenta la sensibilità civile e la responsabilità della ragione.</p>
<p><a title="Articoli scritti da: Giuliano Ferrara" href="http://blog.panorama.it/opinioni/author/giulianoferrara/">Giuliano Ferrara</a></p>
<p><a href="http://blog.panorama.it/opinioni/2009/12/18/ferrara-come-si-fabbrica-un-tartaglia/" target="_blank">Panorama</a></p>
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		<title>Il doppio registro di Bobo</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 15:09:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[ritratti]]></category>
		<category><![CDATA[roberto maroni]]></category>

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		<description><![CDATA[Bobo Maroni è il leghista bifronte. Gli piace mostrarsi ragionevole ed equilibrato, quando indossa i panni ministeriali. Coraggioso, quando fa il ministro dell’Interno che lotta contro la mafia. Perfino simpatico e divertente, quando infila gli occhiali scuri e suona l’organo Hammond nel gruppo soul Distretto 51. Del resto, uno degli slogan gridati a Milano nel [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9322&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images127.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9323" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images127.jpg?w=114&#038;h=114" alt="" width="114" height="114" /></a>Bobo Maroni</strong> è il leghista bifronte. Gli piace mostrarsi ragionevole ed equilibrato, quando indossa i panni ministeriali. Coraggioso, quando fa il ministro dell’Interno che lotta contro la mafia. Perfino simpatico e divertente, quando infila gli occhiali scuri e suona l’organo <em>Hammond</em> nel gruppo <em>soul</em> <strong>Distretto 51</strong>. Del resto, uno degli slogan gridati a Milano nel 1994, alla manifestazione del 25 aprile, era: &#8220;Maroni, Maroni, arresta Berlusconi!&#8221;. Ma quando deve fare i fatti, quando deve parlare alla pancia della Lega, si trasforma.</p>
<p>Sa che cosa piace alla sua gente. Ricorda bene che la prima volta che andò a Pontida, non lo fecero nemmeno salire sul palco del raduno leghista: &#8220;Nella prima edizione il servizio d’ordine mi bloccò perché non ero ancora papabile per diventare un dirigente. Poi è cambiata la vita&#8221;. Sì, Bobo l’ex militante di <em>Democrazia proletaria</em> è diventato il leghista che sa fare la faccia feroce. Tanto da non lasciarsi scavalcare neppure da un <strong>Gianfranco Miglio</strong> ancora ideologo del secessionismo. Quando Miglio, nell’aprile 1994, proclama: &#8220;Avremo una nuova Costituzione federale entro settembre&#8221;, Maroni subito rilancia: &#8220;A me sembra un po’ troppo in là&#8221;.<span id="more-9322"></span></p>
<p>Nel 1996 indossa i panni del portavoce del <em>Clp</em> (Comitato di liberazione della Padania), annuncia la costituzione delle <em>Camicie Verdi</em> e lancia la disobbedienza civile a Roma: &#8220;La strategia della Lega è quella di ottenere l’indipendenza della Padania&#8221;. Poi spiega la differenza tra Camicie Verdi e <em>Guardia Nazionale Padana</em>: &#8220;La Guardia Nazionale Padana fa capo al governo della Padania insediato a Mantova, mentre le Camicie Verdi dipendono dal <em>Comitato di liberazione della Padania</em>&#8220;.</p>
<p>Per il suo ruolo in queste organizzazioni, Maroni viene indagato, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, dal procuratore veronese <strong>Guido Papalia</strong>. Le accuse sono attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di strutture paramilitari fuorilegge. L’unico a patire le conseguenze di questa azione penale è però Papalia, oggetto di una feroce campagna leghista. Quando poi il magistrato manda la polizia a perquisire la sede della Lega in via Bellerio a Milano, un gruppo di militanti, tra cui Maroni, è coinvolto in uno scontro con gli agenti. Bobo finisce con il naso rotto, ma non prima di aver tentato di mordere la caviglia a un poliziotto: il gesto gli costa una condanna definitiva a 4 mesi e 20 giorni di reclusione.</p>
<p>Ha fama di moderato, eppure è un anticipatore del &#8220;clima d’odio&#8221; imputato agli avversari, delle parole indicate come acconti di pallottole. Nel 2002 se la prende infatti con il segretario della Cgil <strong>Sergio Cofferati</strong>, colpevole di aver criticato la politica sociale del governo di centrodestra, dicendo: &#8220;Bisogna fermarli, hanno fatto un patto scellerato&#8221;. Maroni, allora ministro del <em>Welfare</em>, reagisce con durezza: &#8220;I proclami di Cofferati sono pericolosi. Di pallottole ne ho ricevute un paio, inviate per posta, e non mi sono impressionato. Le minacce sono invece quelle pubblicate sui giornali. In particolare, mi riferisco alle parole di Cofferati. Dopo queste, ho ricevuto segnalazioni preoccupate dalle autorità preposte alla mia sicurezza&#8221;.</p>
<p><strong>Nel 2005 se la prende </strong>con l’Europa. Dopo un vertice Ue deludente, dichiara: &#8220;L’Europa ha chiuso per fallimento&#8221;. Propone allora di tornare alla lira. Poco importa che anche i suoi alleati del centrodestra bollino la sua proposta come &#8220;una provocazione bizzarra&#8221;. Bobo non molla e annuncia il ricorso al popolo: &#8220;Il 19 giugno, a Pontida, la Lega inizierà la raccolta delle firme per una consultazione popolare&#8221;. Poi minaccia: &#8220;Siamo solo all’inizio; aspettate Pontida e ne vedrete delle belle&#8230;&#8221;.</p>
<p>Sull’immigrazione, poi, non le manda a dire. &#8220;La sinistra italiana ci rompe le palle&#8221;. Così urla a Pontida, tra gli appalusi, nel 2008, difendendo l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina. &#8220;Sulla sicurezza vengono raccontate solo balle&#8230;La tolleranza zero è il nostro obiettivo e vi assicuro che lo raggiungeremo. Ci accusano di essere diventato un paese razzista e xenofobo: sono palle di chi non vuole accettare il fatto che con noi al governo la musica è cambiata&#8221;.</p>
<p><strong>Nell’edizione 2009 </strong>di Pontida, da ministro dell’Interno lancia ai presidenti di seggio dell’imminente referendum elettorale un avvertimento che è quasi un’intimidazione: &#8220;Non facciano i furbi: devono spiegare ai cittadini la possibilità di non ritirare la scheda&#8221;. Poi difende le ronde: &#8220;Ebbene sì, vogliamo le ronde: ci hanno accusato di voler far tornare le camicie nere, ma noi guardiamo alla sostanza, non alle chiacchiere&#8221;. Parole. Ma a cui seguono i fatti: i prefetti costretti a fare le valige lo sanno.</p>
<p>Da <em>Il Fatto Quotidiano</em> del 19 dicembre</p>
<p><a href="http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&amp;id_blogdoc=2403629&amp;yy=2009&amp;mm=12&amp;dd=19&amp;title=a" target="_blank">Antefatto<br />
</a></p>
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		<title>L&#8217;esercito iraniano in Iraq, occupato pozzo petrolifero</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 14:57:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[iran]]></category>
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		<description><![CDATA[ Alla diri­genza iraniana piacciono le provocazioni. I seguaci del pre­sidente Ahmadinejad pensano di trarne dei vantaggi, di com­pattare i ranghi davanti agli av­versari e di mostrare coraggio. Così l’ultima sortita l’hanno ri­servata al vicino Iraq. Un repar­to militare ha occupato un’im­portante installazione petroli­fera al confine tra i due Paesi. Con un’incursione, preceduta nei giorni scorsi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&blog=7555232&post=9319&subd=sottoosservazione&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p> <a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images126.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9320" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2009/12/images126.jpg?w=111&#038;h=71" alt="" width="111" height="71" /></a>Alla diri­genza iraniana piacciono le provocazioni. I seguaci del pre­sidente Ahmadinejad pensano di trarne dei vantaggi, di com­pattare i ranghi davanti agli av­versari e di mostrare coraggio. Così l’ultima sortita l’hanno ri­servata al vicino Iraq. Un repar­to militare ha occupato un’im­portante installazione petroli­fera al confine tra i due Paesi. Con un’incursione, preceduta nei giorni scorsi da manovre si­mili, i soldati si sono imposses­sati del Pozzo numero 4 di Fakka, 230 chilometri a sud est di Bagdad. Un mini blitz effet­tuato senza sparare un colpo ma dal valore simbolico: tanto è vero che gli invasori — so­stengono gli iracheni — han­no piantato una bandiera ira­niana sulle strutture per rimar­care che è roba loro.<span id="more-9319"></span></p>
<p>Fakka è un «campo» petroli­fero piuttosto esteso, da dove estraggono il greggio sia l’Iran che l’Iraq ma che gli iracheni considerano sotto la loro sovra­nità. E non sono disposti a fare regali. Un contenzioso che va avanti da anni con incidenti e schermaglie. Ma che oggi assu­me un significato diverso vista la contrapposizione tra Tehe­ran e la comunità internaziona­le.</p>
<p>Bagdad non ha reagito subi­to allo schiaffo ma è apparsa piuttosto imbarazzata. Prima ha dato l’annuncio del pre­sunto attacco, quindi ha ne­gato, infine ha sottolinea­to che «nel pomeriggio gli iraniani erano ancora sul posto». E denuncian­do «la violazione» ha chiesto «l’immediato riti­ro dei soldati». La solu­zione, per il governo, passa attraversa «la via diplomatica». Dai mul­lah, invece, è arrivata una smentita: «Non occupiamo alcun pozzo iracheno». Più sensibili, certamente, i merca­ti, con il prezzo del petrolio sa­lito a 74 dollari.</p>
<p>Le mosse dell’Iran si inseri­scono in un sentiero di provo­cazioni.</p>
<p>Una serie di passi che investono la sfera interna (azio­ni brutali contro il dissenso), esterna (il nodo nucleare) e re­gionale (interferenze in altri Paesi, come lo Yemen). Muo­vendosi da un «tavolo» all’al­tro, gli ayatollah attirano co­munque le attenzioni, manten­gono l’iniziativa, costringono la diplomazia internazionale a inseguirli. E a quanti si aspetta­no segnali di cooperazione il regime replica con calci negli stinchi. Il presunto sconfina­mento in Iraq è stato seguito ie­ri dall’ennesimo annuncio sul programma atomico. Teheran ha affermato di aver testato nuove centrifughe per l’arric­chimento dell’uranio destinate ad entrare in servizio nel 2011. Un indizio evidente che Ahma­dinejad e i suoi si preoccupano ben poco dei moniti lanciati da­gli Usa.</p>
<p>Infine, dimostrando di voler mantenere la pressione su chi contesta, un team di hacker, presentatosi come «Cyber eser­cito dell’Iran», ha messo fuori uso per oltre un’ora il servizio di micro blogging Twitter. Chi ha cercato di entrare nel sito è stato «rimbalzato» su una pagi­na web dove c’era una bandie­ra verde e slogan pro Hezbol­lah. L’attacco è interpretato co­me una ritorsione nei confron­ti di Twitter, usato da giovani e studenti iraniani per aggirare la censura imposta dal regime durante le proteste nelle stra­de.</p>
<p>Le autorità hanno allora cre­ato un’unità speciale, controlla­ta dai pasdaran, che ha iniziato a combattere la sua guerra ci­bernetica per soffocare la con­troinformazione. Negli am­bienti dell’intelligence si sostie­ne che Teheran oltre a mobili­tare i «guardiani della rivolu­zione » si sarebbe rivolta ad hacker stranieri (si parla del­l’Est Europa), ingaggiati a suon di dollari come «mercena­ri del web».</p>
<p>Guido Olimpio per &#8220;Il Corriere della Sera&#8221;</p>
<p><a href="http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&amp;sez=120&amp;id=32525" target="_blank">Informazione Corretta</a></p>
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