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		<title>sequenza</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:53:11 +0000</pubDate>
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		<title>Quando non c’era memoria ma solo trauma</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Controfigure]]></category>
		<category><![CDATA[Jadwiga Maurer]]></category>

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		<description><![CDATA[Anna Foa per &#8220;L&#8217;Osservatore Romano&#8220; Controfigure è una raccolta di racconti di Jadwiga Maurer — a cura di Laura Quercioli Mincer (Firenze, Giuntina, 2011, pagine 213, euro 14) — una scrittrice polacca che vive negli Stati Uniti e scrive in polacco, ignota ai lettori italiani perché di lei era stato finora tradotto solo un racconto. Jadwiga [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29513&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images230.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-29514" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images230.jpg?w=450" alt=""   /></a>Anna Foa per &#8220;<a href="http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&amp;last=false=&amp;path=/news/cultura/2012/022q12-Quando-non-c-era-memoria-ma-solo-trauma.html&amp;title=Quando%20non%20c%E2%80%99era%20memoria%20ma%20solo%20trauma&amp;locale=it" target="_blank">L&#8217;Osservatore Romano</a>&#8220;</p>
<p><em>Controfigure</em> è una raccolta di racconti di Jadwiga Maurer — a cura di Laura Quercioli Mincer (Firenze, Giuntina, 2011, pagine 213, euro 14) — una scrittrice polacca che vive negli Stati Uniti e scrive in polacco, ignota ai lettori italiani perché di lei era stato finora tradotto solo un racconto.</p>
<p>Jadwiga nasce in Polonia, a Kielce, nel 1932, in una famiglia di intellettuali ebrei al tempo stesso molto vicini al mondo della cultura ebraica e molto identificati con la patria polacca. La sua famiglia riesce a sfuggire alla sorte che le è riservata attraverso l’uso di «documenti ariani» e, come suggerisce la curatrice del libro, anche grazie «a una rimozione quasi totale del proprio passato, all’assunzione di biografie e fedi religiose posticce».</p>
<p>Dopo aver passato un anno a Kasimierz, il quartiere ebraico di Cracovia già sgombrato dei suoi ebrei, nel 1944 la famiglia Maurer cerca di trovare rifugio in Ungheria, con l’aiuto dell’organizzazione clandestina Zegota. Bloccati dagli eventi in Slovacchia, riescono a nascondervisi, e Jadwiga riesce anche a frequentare la scuola in un convento di monache francescane.</p>
<p>Di lì, alla fine della guerra, i Maurer si trasferiscono a Monaco di Baviera. La scelta, anche se potrebbe sembrare strana, aveva una sua logica: la Polonia era assai ostile agli ebrei, tanto che nella stessa città natale di Jadwiga, Kielce, ci fu nel 1946 un sanguinoso pogrom a opera dei polacchi. Invece Monaco, nella Germania occupata dagli americani, era un luogo dove nell’immediato dopoguerra i pochi ebrei che vi si stabilirono potevano usufruire degli aiuti dell’Unrra (l’organizzazione umanitaria internazionale che si occupava degli aiuti ai profughi) e condurre una vita con una parvenza di normalità, in attesa di emigrare in Palestina o negli Stati Uniti.</p>
<p>I racconti sono ambientati nel convento slovacco, a Monaco, e negli Stati Uniti, dove l’autrice finisce per trasferirsi e dove insegnerà letteratura polacca in varie università. L’ambientazione, pur così legata alla sua autobiografia, non ne fa tuttavia dei testi autobiografici, ci tiene a sottolineare l’autrice. Certo, l’io narrante, nella forma prima della bambina poi della giovane studentessa, è talmente forte e caratterizzato da dare l’idea di un percorso autobiografico. Il personaggio è complesso, ironico e autoironico, profondo e distaccato, intimamente segnato dall’esperienza passata, dal nascondimento e dalla Shoah, anche se tutto ciò è espresso in un linguaggio asciutto e antiretorico, mai lamentoso.</p>
<p>Molte storie, molti personaggi suscitano la nostra attenzione, destano la nostra curiosità. Bellissimi i racconti sulla vita della protagonista a Monaco. In <em>La doppia vita</em>, la sua giornata è divisa fra la frequentazione del gruppo di giovani della mensa, ebrei per lo più polacchi, reduci dai campi, con il numero tatuato sull’avambraccio, e quella dei tedeschi suoi compagni d’università.</p>
<p>Destinato in quel contesto al fallimento è il tentativo di mescolare i mondi, sollecitato da un professore che vuole dedicarsi al dialogo con gli ebrei, e spera che la giovane studentessa ebrea possa farsene tramite: due studenti tedeschi, con cui la protagonista passa lunghe ore a discutere di letteratura e di filosofia, saranno invitati a un ballo dei profughi. Ma nulla ne verrà fuori, ovviamente. La sensazione è quella di una sorta di vita sospesa, sia per la protagonista che per i profughi: «Il tempo riposava, si era acquattato chissà dove, era irraggiungibile. Sembrava che si fosse esaurito insieme alla guerra e alla catastrofe, e che non fosse più responsabile per il suo scorrere. Si era inceppato, punto e basta. Cominciai a pensare che il tempo avrei dovuto spingerlo io». La sua sensazione è che i sopravvissuti abbiano oltrepassato una soglia, che la morte non possa più coglierli.</p>
<p>L’identificazione con la Polonia è un tema dominante del percorso della protagonista, un amore per la patria polacca di cui si sentiva parte fin da bambina e di cui continua a sentirsi parte anche negli Stati Uniti. La Polonia dei pogrom del 1945 è ormai diventata quella dell’antisemitismo dello Stato comunista. E quando un professore antisemita giunge all’università inviato dalla Repubblica Popolare Polacca, la protagonista si domanda chi sia, quale sia la sua origine, dal momento che è anche lui passato da un convento. Era, probabilmente, un altro orfano ebreo, che la sorte aveva avviato a un percorso diverso dal loro.</p>
<p>Molto belli anche i racconti ambientati nel convento slovacco in cui la protagonista bambina è accolta e in cui si immedesima nel mondo in cui si trova tanto da proporsi di diventare santa. Prega, legge libri di devozione, fino a capire che non vi riuscirà. La fine della guerra la proietterà nuovamente nel suo mondo.</p>
<p>Nelle pagine di questi racconti sfilano personaggi diversi, tutti un po’ sospesi, in quel dopoguerra in cui il destino di quanti tornano dal campo è ancora segnato non dalla memoria, che ancora non c’è che a sprazzi, ma dal trauma. E in cui gli altri stessi, i non ebrei, si muovono nel migliore dei casi un po’ a vuoto tra la buona volontà e l’incapacità di esprimerla. Un angolo visuale, quello del “dopo”, non troppo utilizzato nella letteratura sulla Shoah, ma che si rivela qui utile anche alla comprensione del “prima”. Quel prima che resta sullo sfondo, nel rumore, che la protagonista ode quotidianamente dal suo convento in Slovacchia, dei treni piombati che nel 1944 portavano gli ebrei ungheresi ad Auschwitz.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sottoosservazione.wordpress.com/29513/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sottoosservazione.wordpress.com/29513/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29513&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Ma l&#8217;Olocausto non è misura di tutte le cose</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[commenti]]></category>
		<category><![CDATA[Abraham B Yehoshua]]></category>
		<category><![CDATA[shoah]]></category>

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		<description><![CDATA[Dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente a conferirci uno status morale Abraham B. Yehoshua, da &#8220;La Stampa&#8220; Abraham Yehoshua riceve oggi alla Scuola Normale Superiore di Pisa il diploma di Perfezionamento honoris causa in Letteratura contemporanea. Nell’occasione pronuncerà una lectio (rielaborazione del suo Elogio della normalità , ed. Giuntina), di cui [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29503&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_29504" class="wp-caption alignleft" style="width: 257px"><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images227.jpg"><img class=" wp-image-29504 " title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images227.jpg?w=247&#038;h=166" alt="" width="247" height="166" /></a><p class="wp-caption-text">Abraham B. Yehoshua</p></div>
<h2>Dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente a conferirci uno status morale</h2>
<p>Abraham B. Yehoshua, da &#8220;<a href="http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/440039/" target="_blank">La Stampa</a>&#8220;</p>
<p><em>Abraham Yehoshua riceve oggi alla Scuola Normale Superiore di Pisa il diploma di Perfezionamento honoris causa in Letteratura contemporanea. Nell’occasione pronuncerà una lectio (rielaborazione del suo <strong>Elogio della normalità</strong> , ed. Giuntina), di cui qui anticipiamo uno stralcio. Dello scrittore israeliano è da poco uscito per Einaudi il romanzo <strong>La scena perduta</strong> .</em></p>
<p>Pur caricandoci di un grande peso, l’Olocausto ci pone di fronte a delle sfide chiare. Come figli delle vittime, ci incombe l’obbligo di enunciare al mondo alcuni insegnamenti fondamentali.</p>
<p>Il primo è la profonda repulsione per il razzismo e per il nazionalismo. Abbiamo visto sulle nostre carni il prezzo del razzismo e del nazionalismo estremisti, e perciò dobbiamo respingere queste manifestazioni non solo per quanto riguarda il passato e noi stessi, ma per ogni luogo e ogni popolo. Dobbiamo portare la bandiera dell’opposizione al razzismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Il nazismo non è una manifestazione solamente tedesca ma più generalmente umana, di fronte a cui nessun popolo, e insisto, <em>nessun popolo</em> è immune. [...]</p>
<p>Ma gli anni che sono passati da allora ci provano purtroppo che manifestazioni naziste sono possibili anche tra altri popoli. Gli orrori presenti non hanno toccato i vertici della seconda guerra mondiale, ma gli avvenimenti del Biafra, del Bangladesh o della Cambogia non sono poi così lontani dalla violenza del massacro nazista.</p>
<p>Noi, in quanto vittime del microbo nazista, dobbiamo essere portatori degli anticorpi di questa malattia tremenda, da cui ogni popolo può essere affetto. E in quanto portatori di anticorpi dobbiamo anzitutto curare il rapporto con noi stessi.</p>
<p>Dobbiamo inoltre fare attenzione a non perdere il senso della misura, e a non misurare tutto in rapporto all’Olocausto. Poiché dietro di noi c’è una sofferenza così terribile, potremmo essere indifferenti a ogni sofferenza meno violenta della nostra. Chi ha molto sofferto può non rendersi conto del dolore degli altri, e questo è un comportamento del tutto naturale. Come alfieri dell’antinazismo dobbiamo acuire la nostra sensibilità, e non diminuirla. Perché dobbiamo ricordarci che il fatto di essere stati vittime non è sufficiente per conferirci uno status morale. La vittima non diventa morale in quanto vittima. L’Olocausto, al di là delle azioni turpi nei nostri confronti, non ci ha dato un diploma di eterna rettitudine. Ha reso immorali gli assassini, ma non ha reso morali le vittime. Per essere morale bisogna compiere degli atti morali; e per questo affrontiamo degli esami quotidiani.</p>
<p>Ho già detto che l’Olocausto può condurre l’uomo a un atteggiamento di disperazione nei confronti del mondo. È del tutto naturale non avere fiducia nell’uomo e nei suoi atti dopo un’esperienza del genere. Noi, figli delle vittime, possiamo esprimere la nostra delusione con un vigore raddoppiato. Ma dobbiamo ricordare che la sfiducia nel mondo è proprio un atteggiamento tipico del nazismo. Il nazismo è nato anch’esso dalla sensazione che il mondo è nella sua essenza privo di valori, che non si può sperare nulla di buono dall’uomo, e che gli unici valori che hanno un peso sono la forza e l’astuzia. Chi, in seguito all’esperienza dell’Olocausto, arriva a una conclusione nichilista, dà paradossalmente ragione alle tesi naziste. Non è cosa facile nutrire speranza e fiducia nell’uomo dopo l’Olocausto, ma se vogliamo essere coerenti nel nostro antinazismo dobbiamo fare nostra questa sfida.</p>
<p>Quando esaminiamo quello che è avvenuto e ci domandiamo meravigliati come sia potuto avvenire, siamo costretti a riconoscere quanto scarsa e povera fosse la nostra conoscenza delle atrocità durante la guerra. Ci chiediamo spesso come sia stato possibile che una parte consistente del popolo (compresa la colonia ebraica in terra di Israele) fosse all’oscuro di quanto avveniva nell’Europa occupata. E se avessimo saputo quello che avveniva laggiù, forse avremmo potuto essere più utili. Il problema della chiusura dei canali di comunicazione non è solo un problema oggettivo di una situazione imposta da un ferreo regime totalitario, preoccupato di nascondere le proprie atrocità agli occhi del mondo: la chiusura di questi canali ha anche origine da un rifiuto<em>interno</em> di sapere quello che avviene, il rifiuto di scavare dietro ogni briciola di notizia che potrebbe fornire un quadro più chiaro degli avvenimenti. L’importanza della comunicazione umana, l’apertura dei canali di comunicazione, lo sviluppo della stampa e di altri mezzi di comunicazione, sono uno degli insegnamenti chiari di quel periodo. E mi pare che il mondo dopo l’Olocausto, il mondo occidentale, lo abbia capito bene, e cerchi per quanto è possibile di assicurare una situazione in cui l’occultamento e la soppressione delle notizie non siano più possibili. [...]</p>
<p>E per finire, l’esperienza dell’Olocausto in quanto esperienza prettamente ebraica ha un significato perenne per tutta l’umanità. Anche tra molti anni si continuerà a studiare quel periodo, perché gli eventi di quella guerra tremenda hanno esteso il concetto di uomo, il ventaglio delle sue possibilità. Quella guerra ci ha insegnato cose che non conoscevamo sulla natura dell’uomo. Il concetto di uomo non è più lo stesso di prima, nel bene e nel male. Riusciamo a capire meglio l’uomo, dopo l’Olocausto. E’ vero, abbiamo sempre saputo che l’uomo è capace di compiere il male più efferato e il bene più straordinario; ma nonostante questo l’Olocausto ci ha svelato un nuovo abisso di male a cui l’uomo può giungere, ma anche la forza della sua resistenza. Degli scheletri ambulanti nei campi di concentramento, che da un punto di vista biologico dovevano quasi considerarsi come morti, davano ancora delle prove di moralità, dividendo con gli altri l’ultimo pezzo di pane che restava.</p>
<p>Dalla disperazione più tremenda può perciò nascere anche la speranza. Noi che siamo stati lì, e che ne siamo usciti, possiamo e secondo me dobbiamo alzare il vessillo della fede nell’uomo.</p>
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		<title>Fede e scienza dentro il tunnel</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>

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		<description><![CDATA[Paolo Viana per &#8220;Avvenire&#8220; Peter Higgs, che ha &#8220;inventato&#8221; l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino &#8220;la particella di Dio&#8221;, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’universo, molto parla del Creatore. A maggior ragione da quando il centro europeo di ricerca nucleare è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29509&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_29510" class="wp-caption alignleft" style="width: 255px"><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images229.jpg"><img class=" wp-image-29510 " title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images229.jpg?w=245&#038;h=167" alt="" width="245" height="167" /></a><p class="wp-caption-text">Bosone di Higgs</p></div>
<p>Paolo Viana per <a href="http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/fede-e-scienza-dentro-il-tunnel.aspx" target="_blank">&#8220;Avvenire</a>&#8220;</p>
<p>Peter Higgs, che ha &#8220;inventato&#8221; l’inafferrabile bosone, non sopporta che lo chiamino &#8220;la particella di Dio&#8221;, eppure all’interno del Lhc, il grande acceleratore del Cern che sta dando la caccia alla particella più sfuggente dell’universo, molto parla del Creatore. A maggior ragione da quando il centro europeo di ricerca nucleare è diventato la méta di uomini di chiesa. Una visita privata, quella organizzata ieri dal fisico italiano Ugo Amaldi, destinata ad aprire un dialogo tra due mondi che, a centinaia di anni dal processo a Galileo e malgrado gli sforzi di revisione storica, ancora si guardano con sospetto.</p>
<p>«Per tanto tempo, la Chiesa è stata <em>alma mater</em> della scienza – raccontava il cardinale Camillo Ruini uscendo dal tunnel sotterraneo del Large Hadron Collider –; da Galileo in poi si è registrato un grave ritardo, ma nel contrapporre scienza e fede c’è stata una forzatura, sottolineando le distanze e non le sinergie». Se si considera che il sincrotrone di 27 chilometri realizzato da venti Paesi per scoprire l’origine della materia e confermare o smentire il Modello Standard su cui si regge la fisica delle particelle, costituisce l’opera scientifica più grande del mondo, la visita del Comitato per il progetto culturale della Cei, accompagnato dal rappresentante della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Tomasi, rappresenta un passo &#8220;esplorativo&#8221; di una certa importanza.</p>
<p>E suggestivo: «In questi grandi laboratori – ha commentato monsignor Ignazio Sanna, teologo e arcivescovo di Oristano – si sente la ricerca di un contatto primordiale con il Creatore che portò alla costruzione delle grandi cattedrali cattoliche. L’esperienza di tanti giovani di tante nazionalità che lavorano insieme è un grande esempio di pace». E commovente: «Vedere di cosa sia capace l’uomo – ha ammesso il cardinale Angelo Scola – è un clamoroso segno di speranza». E incoraggiante: «I giovani che lavorano con Fabiola Gianotti sul bosone di Higgs – ha proseguito l’arcivescovo di Milano – hanno una media di 28 anni e questo ci dice che i ragazzi hanno ancora il senso del rischio legato alla passione per il sapere.</p>
<p>Dobbiamo incontrarli dove vivono i loro interessi». Una giornata a cento metri di profondità, tra macchine costruite per riprodurre il vuoto lunare e il freddo cosmico, apparecchi che creano il &#8220;fluido perfetto&#8221; e rilevatori in grado di scattare ad ogni secondo milioni di fotografie alle particelle elementari. Ruini e Scola, Tomasi e Sanna, il paleoantropologo monsignor Fiorenzo Facchini e il demografo Gian Carlo Blangiardo, i filosofi morali Francesco Botturi e Paola Ricci Sindoni, la preside di Psicologia della Cattolica Eugenia Scabini, il giurista Francesco D’Agostino, il filosofo Sergio Belardinelli e il direttore di Tvsat 2000 Dino Boffo si sono confrontati con la culla del naturalismo, interrogandone la struttura ancipite.</p>
<p>A guidarli Amaldi, anch’egli membro del comitato, uno dei più noti fisici italiani, già coordinatore di un esperimento del Lep e da un ventennio impegnato con la fondazione per adroterapia oncologica Tera, a trasferire il know how del Cern nella lotta contro i tumori (l’ultimo nato è il centro Idra pediatrico): «Uno scienziato – ha spiegato – può interpretare la realtà esclusivamente attraverso il dato naturale, relegando l’uomo in un ruolo marginale, oppure può credere che esista un Creatore che mantiene nell’essere la natura com’è, creata e libera di evolversi, affinché vi si sviluppino forme di intelligenza sempre più complesse, fino alla condizione umana che è abitata dal libero arbitrio e dall’anima.</p>
<p>Questa visione non è in contrasto con il metodo scientifico: purtroppo la nostra società è imbevuta di questo naturalismo che afferma che tutto è solo natura, mentre il naturalismo aperto al trascendente ha un minore appeal». Riflessioni di spessore filosofico e teologico su cui il Comitato sta discutendo. «Noi cristiani abbiamo sempre parlato di <em>liber naturae</em> e di <em>liber scripturae</em> – ha detto Scola – e San Paolo sosteneva che i Romani non potessero essere giustificati perché avrebbero dovuto riconoscere la presenza di Dio dal creato».</p>
<p>Il porporato ha parlato anche di un &#8220;ripensamento&#8221; teologico sulla base della «trama meravigliosa dei risultati che queste scienze ci danno; diversamente, il tentativo di relegare Cristo al di fuori del creato risulta facile», giungendo ad auspicare «una teologia meno separata». Per Ruini «nulla implica che lo studio della natura precluda una dimensione diversa. Tommaso d’Aquino introdusse il concetto di <em>media via</em> per risolvere la grande questione del rapporto tra il cristianesimo e il pensiero aristotelico. Tommaso è ancora attuale. Aggiungo che le scienze aiutano gli epistemologi e i filosofi a studiare il funzionamento dell’intelligenza umana, come mi insegnava Bernard Lonergan».</p>
<p>A due passi, il direttore della ricerca del Cern Sergio Bertolucci: «Scienza e fede sono mosse dallo stesso desiderio di ricerca», ha assicurato. Poi tra il serio e il faceto: «Al Cern non produciamo atei».</p>
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		<title>QUEL MONDO DI MASCHERE AMATO DA PIRANDELLO</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:49:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[luigi pirandello]]></category>

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		<description><![CDATA[La fortuna del maestro apprezzato anche da D´Annunzio all´inizio del Novecento, dal teatro alla letteratura. È continuo il contatto con l´espressionismo tedesco grazie al mecenate prussiano Franz Rose. Ha assorbito dai grandi autori del secolo scorso il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire Carlo Alberto Bucci per &#8220;la Repubblica&#8221; Nell´autoritratto del 1909 Adolfo Wildt [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29519&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images232.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-29520" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images232.jpg?w=450" alt=""   /></a>La fortuna del maestro apprezzato anche da D´Annunzio all´inizio del Novecento, dal teatro alla letteratura. È continuo il contatto con l´espressionismo tedesco grazie al mecenate prussiano Franz Rose. Ha assorbito dai grandi autori del secolo scorso il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire</h2>
<p>Carlo Alberto Bucci per &#8220;la Repubblica&#8221;</p>
<p>Nell´autoritratto del 1909 Adolfo Wildt fa aderire al proprio viso due sue ossessioni: la maschera e il dolore. Maschera del dolore è il titolo della raffinatissima scultura in marmo, icona dolente che diventa manifesto e sintesi di più linguaggi: l´arte, il teatro, la letteratura. E, attraverso una maschera vera e propria, non nell´accezione teatrale ma funeraria, l´artista sfida la morte.<br />
Del resto, è con il titolo de La vedova che nel 1893 Wildt, 25enne, aveva esposto a Milano il ritratto della moglie Dina, anche lei raffigurata dal marito, che si fece passare per morto, attraverso un travestimento: quello della fedele schiava di Nerone Atte, che è l´altro titolo della scultura presente in due versioni, in marmo di Candoglia e di Carrara, alla grande antologica aperta a Forlì.<br />
Uomo schivo, ossuto come i suoi personaggi virili, nato da una famiglia povera di Milano e cresciuto a bottega tra gli strumenti umili dello scultore, rimanendo tutta la vita legato alla dimensione spirituale e manuale dell´artista, Wildt ha assorbito dalla letteratura contemporanea il tema del doppio, l´enigma dell´essere e dell´apparire. E l´ha affidato alla figura arcaica della maschera. Dalle forme del teatro  giapponese sembra ad esempio derivare l´Idiota, in cui manca la parte del labbro inferiore e del mento a causa di un taglio netto, voluto, della scultura, come a sottolineare la funzione di oggetto scenico. L´opera fu comprata da Gabriele D´Annunzio nel 1925, stesso anno in cui Luigi Pirandello commissionava allo scultore milanese le maschere dei Sei personaggi in cerca d´autore. Wildt amava il teatro, l´opera soprattutto. E almeno due drammi di Wagner sono citati nei sui lavori: la Venusberg del Tannhäuser nel gruppo marmoreo di Pallanza; e il Parsifal nella sua ultima scultura, il Puro folle, esposta alla Quadriennale romana del 1931, anno della morte.<br />
In contatto continuo nei primi anni del Novecento con la cultura tedesca grazie al contratto di esclusiva con il mecenate prussiano Franz Rose, Wildt ignora la matrice esotica dell´espressionismo tedesco e francese. Le orbite vuote non le desume dalle maschere africane. Ma le ottiene seguendo un principio di svuotamento del corpo dall´interno, secondo un &#8220;per via di levare&#8221; michelangiolesco della scultura che lo porta a fermarsi al limite estremo: quello della pelle, ossia la maschera. E se guarda alla plastica berniniana, oltreché a quella ellenistica e alla gotica, è per aprire attraverso la bocca la scultura alla vita: per far entrare la luce seguendo la via cava degli occhi.<br />
Eseguiti mai dal vivo e sempre attraverso foto in bianco e nero che esaltano il chiaroscuro risentito, anche i visi di Mussolini, di Toscanini, della Sarfatti sono ritratti in (forma di) maschera. Ed esplicitamente lo è quello di Mariuccia Chierichetti del 1921, tramandato dalla rivista Emporium, o la Maschera di Cesare Sarfatti. Potenza evocativa ed allegorica di questa seconda, altra faccia era apparsa del resto, nel 1919, attraverso le maschere, nel monumento funebre del pittore Aroldo Bonzagni al Cimitero monumentale di Milano, raffiguranti Ironia, satira e dolore: tre volti &#8220;parlanti&#8221; quanti se ne contano nelle Maschere del dipinto del 1921 di Felice Casorati, pittore ammirato da Wildt. E due maschere appaiono in quella sorta di Giano bifronte che è Carattere fiero / anima gentile del 1912, dove lo scultore milanese contrappone i due aspetti della sua arte: la natura virile, sofferente; e quella femminile, luminosa e felice, anche se dotata delle micidiali trecce di un´altra maschera: Medusa.</p>
<p><a href="http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/35-libri/27293-carlo-alberto-bucci.html" target="_blank">Diritti Globali</a></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sottoosservazione.wordpress.com/29519/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sottoosservazione.wordpress.com/29519/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29519&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Densmore racconta i Doors: &#8220;Quegli anni racchiusi in un inedito&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:48:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[doors]]></category>
		<category><![CDATA[John Densmore]]></category>

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		<description><![CDATA[Il batterista della leggendaria band parla dell&#8217;edizione celebrativa di &#8220;L.A. Woman&#8221; che esce lunedì. La raccolta è arricchita da &#8220;She smells so nice&#8221;, una traccia ritrovata su un vecchio nastro e mai incisa Ernesto Assante per &#8220;la Repubblica&#8220; Quaranta anni fa usciva L. A. Woman, ultimo dei sei leggendari album registrati dai Doors nei cinque, tumultuosi, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29499&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_29501" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images226.jpg"><img class="size-full wp-image-29501" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images226.jpg?w=450" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Jim Morrison</p></div>
<h3>Il batterista della leggendaria band parla dell&#8217;edizione celebrativa di &#8220;L.A. Woman&#8221; che esce lunedì. La raccolta è arricchita da &#8220;She smells so nice&#8221;, una traccia ritrovata su un vecchio nastro e mai incisa</h3>
<p>Ernesto Assante per &#8220;<a href="http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/01/27/news/intervista_densmore-28836943/?ref=HREC2-6" target="_blank">la Repubblica</a>&#8220;</p>
<p>Quaranta anni fa usciva <em>L. A. Woman</em>, ultimo dei sei leggendari album registrati dai Doors nei cinque, tumultuosi, travolgenti anni della loro carriera, interrotta nel 1971 dalla morte del frontman, il cantante Jim Morrison. Bruce Botnick, produttore del disco originale, era al lavoro sull&#8217;edizione celebrativa del disco, che verrà pubblicata lunedì prossimo, quando ha trovato, casualmente, un nastro con un brano che la band aveva inciso e mai pubbblicato, <em>She smells so nice</em>. Un brano inedito dei Doors, il primo dopo quarant&#8217;anni, con Jim Morrison e i suoi compagni, Ray Manzarek, John Densmore e Robbie Krieger, che improvvisano in studio su una traccia blues, un brano scartato all&#8217;epoca che oggi diventa un prezioso reperto storico.</p>
<p>Morrison morirà pochi mesi dopo, a Parigi, ma la sua voce è ancora ricca di fascino e la band suona con una magica sintonia. &#8220;È stato emozionante riascoltare questa registrazione&#8221;, dice John Densmore, batterista dei Doors, &#8220;un clamoroso salto indietro nel tempo. Non ricordavo l&#8217;esistenza di questa canzone, ma non è una cosa strana, perché quando eravamo in studio suonavamo moltissime cose nuove, si improvvisava parecchio, noi tre iniziavamo a suonare sulle tracce di un blues e Jim cantava, recitava le sue poesie, creava seguendo l&#8217;estro del momento&#8221;. Densmore è il fiero difensore dell&#8217;integrità artistica di quanto i Doors hanno prodotto nei pochi anni della loro vita. Ha sempre rifiutato il permesso di usare la musica dei Doors negli spot pubblicitari (&#8220;Sarebbe un modo di tradire tutti i motivi per i quali i Doors erano nati e hanno fatto la loro musica&#8221;) e ha addirittura fatto causa agli altri due componenti, Ray Manzarek e Robbie Krieger, perché non usassero il nome della band durante i loro concerti ed ha sempre rifiutato di tornare in scena con loro: &#8220;Se torna anche Jim lo faccio anche io. Ma Jim è morto e i Doors erano i Doors con lui, non senza di lui&#8221;.</p>
<p><strong>&#8220;L. A. Woman&#8221; è il capitolo finale della vostra avventura musicale. Ed è arrivato in un momento difficile della vita di Morrison.</strong><br />
&#8220;Era difficile per tutti. Ma era complicato soprattutto quando non eravamo in studio. Jim era esaurito, beveva troppo, era difficile da tenere sotto controllo. Mentre registravamo il disco facemmo due concerti e nel secondo, nel dicembre del 1970 a New Orleans, Jim crollò sul palco, fu l&#8217;ultima volta che suonammo dal vivo. Ma quando eravamo in studio le cose erano completamente diverse, suonare insieme era una gioia assoluta&#8221;.</p>
<p><strong>Ha detto diverse volte che si tratta del suo disco preferito dei Doors.</strong><br />
&#8220;Si, perché è quello che riflette meglio quello che eravamo davvero. Gli altri dischi erano più strutturati, dopo il primo album eravamo entrati in una fase in cui cercavamo anche noi di fare il nostro &#8220;Stg. Pepper&#8221;. Quando decidemmo di lavorare a &#8220;L.A. Woman&#8221; volevamo invece tornare alla semplicità. Oltretutto gran parte del disco lo registrammo nel nostro studio, il Doors Workshop, dove Bruce Botnick portò un registratore portatile, e tutto fu in presa diretta. Suonavamo per ore, ci divertivamo ancora, <em>She smells so nice</em> è uscita da una di quelle session&#8221;.</p>
<p><strong>Lavoravate in completa libertà.</strong><br />
&#8220;Si, non ci preoccupavamo della tecnologia ma solo dell&#8217;intensità, della creatività, della musica. Lavorare in questo modo ci portò ad essere più minimali, a credere fortemente in quello che facevamo e tutto questo rese il disco migliore. Non avemmo bisogno di registrare i brani troppe volte, non ci furono sovraincisioni&#8221;.</p>
<p><strong>Com&#8217;era suonare con i Doors?</strong><br />
&#8220;È ovvio se le dico che era fantastico, come potrei dire il contrario? C&#8217;era tra noi un equilibrio magico, e soprattutto c&#8217;era Jim. Era un poeta, prima di lui nessuno ha scritto dei testi di così grande forza. E i testi di L.A. Woman sono incredibili, basta ascoltare ancora Riders on the storm. Jim era un personaggio unico e difficile, ma proprio questa sua unicità, assieme al nostro modo di pensare la musica, ci rendeva diversi da tutti gli altri&#8221;.</p>
<p><strong>Il cuore del disco era tutto nel blues.</strong><br />
&#8220;Si, era la musica che amavamo tutti, il nostro rock nasceva da li, ci identificavamo con quelle storie di dolore, emozione, perdita, speranza, erano le cose che risuonavano per noi e per un&#8217;intera generazione&#8221;.</p>
<p><strong>Oggi il blues non è più molto di moda.</strong><br />
&#8220;Non creda, non è così. Il blues è dovunque, anche se in forme differenti. È la base di tutta la musica moderna, e dagli anni cinquanta in poi, con il rock, è entrato nella cultura popolare in tutto il mondo. Non è mai scomparso, e tornerà ancora&#8221;.</p>
<p><strong>I rapporti con gli altri due componenti della band oggi non sono molto buoni.</strong><br />
&#8220;No, non lo sono, ed è un peccato. Non ci troviamo mai insieme. Ma sto scrivendo un libro di memorie, nel quale dico ancora che sono in debito con tutti loro per le cose belle che ho avuto dalla vita&#8221;.</p>
<p><strong>Ha nostalgia per quei tempi?</strong><br />
&#8220;Non mi piace pensare solo al passato, e poi il passato non torna, mai, per nessuno. Detto questo ho molta nostalgia per la passione di quegli anni, per l&#8217;entusiasmo, l&#8217;energia, per la voglia di fare cose incredibili che avevano tutti. E, come si dice in questi casi, se dovessi ricominciare rifarei tutto allo stesso modo&#8221;.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sottoosservazione.wordpress.com/29499/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sottoosservazione.wordpress.com/29499/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29499&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Scontrosa tenerezza di Buzzati. Le confessioni di sua moglie</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:47:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Almerina Buzzati]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Buzzati]]></category>

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		<description><![CDATA[A quarant’anni dalla morte del grande giornalista e scrittore la moglie Almerina ripercorre la loro vita in comune. Storia di «Un amore» che superava gli ostacoli Daniele Abbiati per &#8220;il Giornale&#8220; La «sposa bambina», 45 e rotti anni dopo il matrimonio è ancora bambina. Treccia nera fino ai lombi, golfino di lana, gonna lunga stile [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29506&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_29507" class="wp-caption alignleft" style="width: 162px"><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images228.jpg"><img class="size-full wp-image-29507" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images228.jpg?w=450" alt=""   /></a><p class="wp-caption-text">Dino a Almerina Buzzati</p></div>
<h2>A quarant’anni dalla morte del grande giornalista e scrittore la moglie Almerina ripercorre la loro vita in comune. Storia di «Un amore» che superava gli ostacoli</h2>
<p>Daniele Abbiati per &#8220;<a href="http://www.ilgiornale.it/cultura/la_scontrosa_tenerezza_mio_marito_buzzati/27-01-2012/articolo-id=569039-page=0-comments=1" target="_blank">il Giornale</a>&#8220;</p>
<p>La «sposa bambina», 45 e rotti anni dopo il matrimonio è ancora bambina. Treccia nera fino ai lombi, golfino di lana, gonna lunga stile anni ’70, scarpe-pantofole leggere, da bambola. E un sorriso in cui potresti riconoscere la compagna del liceo, fra ammissione di colpa e complicità, come per dire: «Visto? Te l’ho fatta di nuovo».</p>
<p>La «sposa bambina» fa rima in «ina», perché è Almerina, ovvero la signora Buzzati. Per parlare di Dino, dopo l’intervista telefonica della scorsa, banale, stupida, offensiva, eppure piacevole (nella vita, gli estremi spesso si toccano) ricorrenza del 2002, l’ho chiamata con qualche giorno di anticipo. E lei ha risposto: «Certo, va bene, facciamo domani pomeriggio, sul presto».</p>
<p>È presto, infatti, e il sole inonda i quadri (<cite><cite></cite><cite><cite>«quando lui se n’è andato, avevo solo questo (il famoso Duomo dolomitico), gli altri ho dovuto ricomprarli, la Mondadori mi ha aiutato»</cite></cite></cite><cite> </cite>e scocca il primo sorriso che le strizza il viso e il cuore), i mobili, i tappeti, la cassapanca che custodiva i diari di «lui», intoccabili fino alla morte, e che lei, pochi giorni dopo il commiato del 28 gennaio 1972, caricò in macchina per fuggire a Cortina e leggere, leggere furiosamente tutto. Per scoprire, finalmente, il rovescio della medaglia del suo uomo.</p>
<p>Il salotto della bellissima casa milanese non è un salotto, è un teatro di posa dove Almerina recita a soggetto, cioè assapora la sua perenne storia d’amore.</p>
<p>«Lui si metteva lì, a scrivere o a dipingere, sul tavolo. E io qui, sul divano, dandogli le spalle, a cucire (e si sdraia mettendo i piedi sul bracciolo opposto, con l’agilità di un’adolescente). Tornato dal Corriere, verso le 9 di sera, era capace di lavorare fino alle 4 del mattino. E quando veniva gente a cena, Soavi, Afeltra&#8230; stessa cosa. Noi si chiacchierava, seduti in poltrona, e lui ci faceva compagnia, ma senza aprir bocca, con la macchina per scrivere sulle ginocchia, a picchiare sui tasti».</p>
<p>Dino è qui, con i capelli a spazzola, la camicia bianca, la cravatta scura. E, come sempre, tace, nascosto dietro lo sguardo languido dei suoi cagnoni, gli occhi bistrati delle sue modelle, le sue montagne baciate dal tramonto. Tace, Dino, ma annuisce, ascoltando la voce argentina, e guardando lontano, ben oltre i Giardini Pubblici, fino alla Torre Velasca, dall’alto del decimo piano e del cielo.</p>
<p>«Lo conobbi nel ’62, ’63. Mi aveva mandato il capo fotografo del Corriere a fargli una foto con un ragazzo che aveva vinto una borsa di studio. Una cosa così&#8230; Poi, abitava ancora in viale Majno con i suoi, mi presentò in casa. C’era anche la Maria Pezzi, la mia amica Maria».<br />
Maria, «l’altra», in teoria. Non in pratica.</p>
<p>«Maria era sua amica (mi fissa con gli occhi chiari, non so se più ridenti o più commossi)&#8230; L’ha aspettato per tutta la vita&#8230; Poi, quando sono arrivata io, ha capito».<br />
Ha capito che Almerina era quella giusta per il loro comune «lui». La sua freschezza infantile, la sua spontaneità, erano qualità perfette nel bilanciare il peso delle ombre che gravavano sull’austrungarico tedio senza il quale non avremmo avuto né Il deserto dei Tartari né Un amore, né le decine, centinaia di racconti dove l’imprevisto flirta con la normalità, la fantasia si concede al dovere.</p>
<p>«Guai a chi mi tocca la Maria, ancora adesso&#8230; Invece la madre&#8230; La madre (e questo, di sorriso, ha una punta di risentimento) era una&#8230; si può dire, no? Bigotta. Verso i diciott’anni&#8230; diciott’anni dico&#8230; un giorno Dino le chiese: “Mamma, posso non venire più?”. E lei: “Se non vuoi venire, non venire”. Parlavano della messa della domenica, pensi un po’! No, lui non era credente. Però ha fatto da padrino al battesimo della figlia di Afeltra, per amicizia».<br />
Adesso tornano in libreria, dopo tanto, troppo tempo, I miracoli di Val Morel, dove la forma narrativa dell’ex voto s’accoppia all’erotismo sadico, alle fantasmagoriche incursioni nell’orrore (altro che le innumerevoli, e molto presunte, provocazioni marchettisticamente blasfeme dei nostri giorni). E Almerina commenta così, secca, con laica ironia: «Del resto Santa Rita da Cascia è la santa dei miracoli impossibili&#8230;».</p>
<p>Nemmeno un miracolo, invece, avrebbe concesso a lei la grazia di leggere Dino prima del suo addio.<br />
«Me lo proibiva. Probabilmente non voleva contagiarmi con le sue inquietudini&#8230; Ma era proprio inflessibile. Anche per gli articoli, sa, per gli elzeviri! Tutte le mattine ci portavano il Corriere.</p>
<p>Allora lui apriva la porta, lo ritirava, tagliava la pagina dove c’era il suo pezzo e mi consegnava il giornale».</p>
<p>Dino annuisce ancora, mi par di intuire. Però dalla finestra-palco sullo spettacolo insolitamente limpido, alpino, della città, va in un’altra stanza, molto piccola, il sancta sanctorum del suo fervore creativo. Lo seguiamo.<br />
«Azzurra, cara, vieni (Azzurra è quasi nera, una micia bellissima, anche se le manca una zampa). L’ho salvata a Cortina tre anni fa, l’avevano investita&#8230; Ecco, guardi, in questi scaffali ci sono i suoi libri più cari (Nietzsche in tedesco, Arthur Rackham, i classici russi che erano i suoi preferiti)».</p>
<p>Ma un grande ritratto della madre ne ostruisce la vista. Allora Almerina prende il quadro e lo deposita a terra.<br />
«Adesso stai qui, tu, e non dare fastidio».</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sottoosservazione.wordpress.com/29506/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sottoosservazione.wordpress.com/29506/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29506&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sovraeccitati contro la noia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Guido Vitiello per &#8220;Il Corriere della Sera&#8220; Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro navale e alla reginetta neocoronata [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sottoosservazione.wordpress.com&amp;blog=7555232&amp;post=29496&amp;subd=sottoosservazione&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images224.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-29497" title="images" src="http://sottoosservazione.files.wordpress.com/2012/01/images224.jpg?w=450" alt=""   /></a>Guido Vitiello per &#8220;<a href="http://lettura.corriere.it/sovraeccitati-contro-la-noia/" target="_blank">Il Corriere della Sera</a>&#8220;</p>
<p>Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro navale e alla reginetta neocoronata di un concorso di bellezza, alla madre cui hanno ucciso il figlio un’ora prima e alla concorrente cacciata da un reality. La risposta, per lo più, è: «Un’emozione fortissima». E allora, come in un rito spiritico, dietro il tendaggio delle immagini televisive fa capolino il fantasma dell’autenticità: le lacrime, le grida, il cuore in gola stanno a garanzia che qualcosa è accaduto di vero e di vivo. Ai moralisti nostri contemporanei questo botta e risposta offre un’occasione di più per biasimare un giornalismo frivolo o sciacallesco. Ma un antropologo catapultato da Marte penserebbe più prosaicamente che i popoli della Terra hanno lo strano bisogno di sottoporsi a un continuo check- up emotivo per assicurarsi di essere vivi.</p>
<p>Christoph Türcke non viene da Marte, più banalmente dalla Bassa Sassonia, ma il suo libro <em>La società eccitata</em> (Bollati Boringhieri) ha il merito di porsi domande che si porrebbe qualunque marziano di buon senso. Perché leggerlo in Italia? Perché la sovraeccitazione è il filo che lega eventi tragici e farseschi. La telefonata che sta ipnotizzando in questi giorni il nostro Paese tra il capitano fellone della nave Costa — semi-affondata a pochi metri dall’isola del Giglio — e il comandante modello, come la telefonata-scherzo che, nel 1990, annunciava a Sandra Milo che il figlio era in fin di vita all’ospedale («Ciro!» urlò lei disperata, in diretta). Nelle prime pagine Türcke cita una freddura che circolava negli anni Sessanta a proposito di un rotocalco avido di sangue e sciagure: «Bild è stato il primo a parlare con il cadavere». Se oggi la battuta ci fa meno ridere, è perché il sensazionalismo non è più affare di gazzettini scandalistici, detta legge a tutto il sistema dei media: è l’unica via per penetrare «nel sensorio ipersaturo di stimoli dei contemporanei». Neppure è un’esclusiva dell’informazione: la ricerca dello shock, dell’emozione violenta, in una parola della «sensazione», Türcke la vede all’opera nella pubblicità e nell’intrattenimento, nella pratica del piercing e nelle stragi più insensate, tra i tossicomani e i fondamentalisti. Non si salvano neppure gli intellettuali, che per trapassare la corazza protettiva di un pubblico assuefatto procedono a colpi di slogan e aforismi puntuti.</p>
<p>La società moderna vive uno stato di eccitazione perpetua, febbrile, s’intossica di stimoli senza curarsi di dar loro un senso. Il tema non è nuovo, ma oggi è inaggirabile. Vent’anni fa il sociologo Gerhard Schulze aveva scritto un libro, <em>Die Erlebnisgesellschaft</em>, su una «società dell’esperienza» in cerca della sensazione forte fine a sé stessa, e ben prima c’erano state le pagine di Georg Simmel sul bombardamento sensoriale della metropoli e quelle di Walter Benjamin sullo shock come forma dell’esperienza moderna. Certo, c’è tedesco e tedesco. A differenza di Benjamin e delle sue folgorazioni aforistiche, Türcke tende più al tipo del filosofo sistematico, che se si trova per le mani una buona intuizione non si contenta di svolgerla nella forma lieve dell’essai: prima scava nelle profondità abissali della sua idea per dissotterrarne il fondamento primordiale (quel genere di cose che il tedesco esprime con l’intraducibile parolina Ur); poi, sul terreno così dissodato, innalza un imponente grattacielo concettuale — i piloni portanti sono, in questo caso, Marx, Freud, Benjamin e il situazionista Guy Debord — con il rischio di intimidire il lettore profano. Che però, in questo caso, farà bene a non scoraggiarsi: la favola parla di lui, e dei suoi antenati che vissero all’alba della modernità.</p>
<p>A quell’epoca, la «mobilitazione totale» del sistema nervoso suonava ancora come una promessa: era il segno di un mondo nascente. Ma tutto quel dimenarsi, che nell’industrioso Ottocento pareva diretto a un fine, da qualche decennio è un meccanismo che vortica a vuoto, generando una frenesia senza scopo. Torna alla mente uno dei dipinti newyorkesi di Mondrian, <em>Broadway Boogie-Woogie</em> (1943), un reticolo pulsante di lineette e quadratini gialli, rossi, blu, capace di evocare insieme i ritmi sincopati del jazz, il codice morse dei telegrafi e la veduta aerea di una metropoli illuminata: lo spirito della modernità in compendio. Eppure, a rivederlo bene, notiamo che quelle linee e quelle luci compongono un circuito chiuso, autoreferenziale, una misteriosa e indecifrabile segnaletica primitiva. «Il rivoluzionamento ipertecnologico lascia trasparire chiari segni di una regressione all’arcaico», suggerisce Türcke, persuaso che l’umanità stia tornando a una fase primordiale della percezione.</p>
<p>Non siamo abbastanza tedeschi per seguirlo in questa scampagnata ancestrale, né abbastanza filosofi per apprezzare la sua archeologia del concetto di «sensazione». Ma c’è una parola più comune che abbiamo cercato invano scorrendo le sue pagine: noia. Possibile che la grandinata di stimoli sotto cui viviamo non abbia nulla a che fare con la noia? Türcke avrebbe fatto bene a rileggere un vecchio saggio di George Steiner che s’intitolava appunto <em>The Great Ennui</em>. Vi era descritta la «grande noia» dei letterati ottocenteschi, saturi di letture e di chimere, divorati dai demoni del vuoto mentre tutt’intorno regnava l’ottimismo affaccendato dei positivisti e dei liberali. Quel senso di paralisi interiore culminò nel grido profetico di Théophile Gautier: «Meglio la barbarie della noia!». I poeti si misero allora a coltivare fantasie di catastrofe, si tuffarono nelle antichità più orgiastiche, si volsero all’oppio e all’assenzio. Che la moderna ricerca della «sensazione» sia figlia di un <em>ennui</em> altrettanto grande?</p>
<p>Come le rane degli esperimenti di Galvani, siamo percorsi di continuo da spasmi e contrazioni, e tutto il nostro mondo tecnologico sta lì a somministrarci scosse elettriche. Ma quelle rane, per quanto agitassero convulsamente le zampe, erano già stecchite e sezionate. Chissà che non fossero morte di noia.<br />
<em>Twitter @guidotweet</em></p>
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		<title>inquadratura</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:45:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[inquadrature]]></category>

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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 15:42:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sottoosservazione</dc:creator>
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