C’È POSTA DA SALINGER

marzo 16, 2010 di sottoosservazione

IN 11 LETTERE ESPOSTE A NEW YORK L’AUTORE CULT del ‘giovane holden’ SI SVELA – “Ho dieci, dodici anni di lavoro ammucchiati tutt’intorno… Ho in particolare due sceneggiature – due libri, a dire il vero – che ho accumulato e ritoccato per anni” – “IN TUTTI QUESTI ANNI HO PARLATO SOLO CON UN PAIO DI UBRIACHI LOCALI E QUALCHE PAZZA” – “LA MAGGIOR PARTE DELLE COSE PIÙ VERE È MEGLIO LASCIARLE NON DETTE”…

Angelo Aquaro per “la Repubblica”

Quarant’anni vissuti nascostamente. Il velo si alzerà questa mattina quando, per la prima volta al mondo, le prime quattro delle undici lettere inedite di J. D. Salinger, l’autore cult del Giovane Holden, verranno esposte alla Morgan Library. Si tratta di undici tra scritti, schizzi e cartoline indirizzati a Michael Mitchell, l’illustratore dell’”Holden”, che con la moglie Beth costituì un triangolo di amicizia spezzato solo dal rifiuto di J. D. di fargli avere, quarant’anni dopo, una copia autografata del romanzo.

La ritrosia di Salinger si legge perfino nell’intestazione del mittente: prima “J. Salinger”, poi solo “Salinger” e infine “P. O. Box 32, Windsor, Vt. 05089″, l’indirizzo di Cornish, New Hampshire, dove visse “secretato”. Ma la grandezza dell’autore, scomparso il 27 gennaio a 91 anni, è sottolineata dalla sala in cui il curatore Declan Kiely ha scelto di esporre le lettere (le altre sette in mostra dal 13 aprile): è la stessa che ospita una rarissima Bibbia di Gutenberg.

22 maggio 1951
“Il pubblico qui è stupido quanto quello di New York, ma le produzioni sono molto, molto meglio”. Salinger scrive da Londra dopo aver confrontato i teatri del West End con quelli della Grande Mela. Nel viaggio che lo ha portato in Europa ha preso qualche drink con una modella di Vogue (“Non vero divertimento, comunque”).

Nella capitale inglese si è visto con Laurence Olivier, “un tipo molto carino”, che però è praticamente “messo sotto” dalla sua “incantevole” moglie, Vivian Leigh. Durante i party incontra il ballerino australiano Robert Helpmann (“un omosessuale dall’aspetto sinistro”) e discute di Kafka con il critico irlandese Enid Starkie, biografo di Baudelaire e Rimbaud. “Diavolo se mi manchi”, chiude Salinger. Leggi il seguito di questo post »

Br: il terrorista è gnostico

marzo 16, 2010 di sottoosservazione
Il muro tra monaci e terroristi è sottile, con gli eretici ancor meno. Magari non farà piacere, la tesi di Alessandro Orsini – giovane sociologo che non ha vissuto gli anni di piombo ma ne ha studiato gli eventi con piglio innovativo –, e tuttavia va apprezzata la profondità d’analisi sull’arduo nodo dei rapporti tra terrorismo e religione.

Professor Orsini, secondo lei i terroristi sono gnostici. In che senso?
«La gnosi è una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: la stessa caratteristica che si trova in tutti i documenti brigatisti, i cui autori pensavano di essere un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia. Forse negli anni Settanta questa tesi non faceva impressione, ma le medesime convinzioni tornano nella rivendicazione del delitto D’Antona nel 1999 e in quello Biagi nel 2002, ben dopo la caduta del comunismo».

Beh, la dottrina delle minoranze che guidano la storia è sempre stata un caposaldo marxista, senza bisogno di ricorrere alla gnosi…
«È vero, ma non basta a spiegare le Brigate rosse. Le Br sono una setta nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male». Leggi il seguito di questo post »

Draghi alla Bce, parola di tedesco

marzo 16, 2010 di sottoosservazione

Bruxelles. Wolfgang Münchau ha appena concluso una conferenza sui media e la crisi; a poche decine di metri i sedici ministri finanziari della zona euro sono riuniti per parlare del piano di salvataggio della Grecia, del Fme proposto dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble e del modo migliore per imbrigliare il mercato dei Credit default swap. A giudicare dalla vigilia, un appuntamento non facile, soprattutto per un’intervista al ministro francese Christine Lagarde che ha attaccato frontalmente la Germania, pubblicata dal Financial Times, quotidiano del quale il tedesco Münchau è uno degli editorialisti di punta.

Con Il Riformista, il cofondatore del Financial Times Deutschland, parla a tutto campo del futuro dell’Europa, del suo auspicio che Mario Draghi diventi il prossimo governatore della Bce, dei problemi che attanagliano l’economia italiana, dei danni del disinteresse di Silvio Berlusconi per l’Europa e dell’urgenza di risolvere gli squilibri economici e fiscali dei paesi membri. Pena, sostiene, «la fine dell’Europa».

Il ministro delle Finanze francese Lagarde ha puntato il dito contro gli enormi surplus commerciali della Germania, ritenuti «insostenibili, nel lungo termine» per il resto del continente. Perché quest’attacco alla vigilia di un appuntamento delicato come quello dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che devono trovare un accordo sul caso greco?
La Francia si è resa conto che la Germania è ormai parte del problema. La sua economia basata sulle esportazioni e sul contenimento dei salari danneggia gli altri paesi. Gli squilibri commerciali, economici e finanziari di tutti i paesi europei vanno affrontati e risolti, è questa la sfida vera dell’Europa, dovrebbe essere questa la sua agenda prioritaria.

La Germania ha affrontato una serie di riforme sociali dolorose, ha ristrutturato la sua industria, ha i conti pubblici relativamente a posto e ora, pressata dall’opinione pubblica contraria a un salvataggio della Grecia, chiede garanzie per un eventuale bailout, vuole che i paesi “non virtuosi” cambino registro.
È vero, la Germania dice “abbiamo fatto il nostro compito, se non l’avete fatto, è un vostro problema”. Ed ha stabilito addirittura a livello costituzionale l’obbligo del pareggio di bilancio. D’altra parte è vero che approfitta anche del costo del lavoro basso per spingere l’export e dovrebbe invece stimolare maggiormente la domanda interna. Lei sa che ormai molti salari tedeschi sono più bassi di quelli di altri europei? Che ci sono medici tedeschi che vanno in giro per l’Europa a lavorare perché guadagnano – e costano – meno dei loro colleghi? La questione è molto semplice: la Germania pensa che siano gli altri a dover cambiare e non si rende conto che per rendere credibile il progetto europeo a lungo termine, dobbiamo cambiare tutti. Al momento ognuno rema nella sua direzione: di questo passo rischiamo la fine dell’Europa. Leggi il seguito di questo post »

La prigione dove cancellavano l’anima

marzo 16, 2010 di sottoosservazione

In un libro di Dario Fertilio l’agghiacciante vicenda dell’”esperimento Pitesti” compiuto tra il 1949 e il ’52 Un carcere, affidato a sadici aguzzini, fu trasformato in girone infernale. Per creare l’uomo nuovo

Ben oltre i Gulag, oltre ancora Pol Pot. Ma anche oltre Auschwitz e Mengele. L’apice dell’orrore del comunismo, l’orrore del totalitarismo, è stato toccato fra il 1949 e il 1952 nel carcere speciale di Pitesti, in Romania, a nord di Bucarest. Senza dubbio fu così, come documenta Musica per lupi. Il racconto del più terribile atto carcerario nella Romania del dopoguerra di Dario Fertilio (Marsilio, pagg. 172, euro 15) appena uscito in libreria. A Pitesti, sotto la guida di Eugen Turcanu (anch’egli detenuto, caratterizzato da acuta intelligenza, prestanza fisica e istruito allo scopo) il neonato regime comunista cercò, al fine di creare l’uomo nuovo, di azzerare l’anima dei prigionieri: intellettuali, borghesi, religiosi, persone comuni. «Soprattutto studenti universitari», come annota Fertilio, «d’opposizione al regime instauratosi, in Romania, sulla punta delle baionette sovietiche». Erano in gran parte legionari dell’Arcangelo Michele, o Guardie di Ferro: insomma, ex allievi del leader di estrema destra (e filo-nazista) Corneliu Codreanu. Lo strumento utilizzato erano le torture continue, giorno e notte, senza pausa. Queste torture, in un crescendo senza fine, potrebbero ricordare quanto descritto nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, poi ripreso nel celebre film di Pier Paolo Pasolini. Ma furono molto peggio. Al punto che per leggere questo libro durissimo, bisogna mentire a se stessi e convincersi del fatto che non è possibile siano accadute simili atrocità. Leggi il seguito di questo post »

Assad bifronte: Il gioco di equilibri del ‘giovane leone’

marzo 15, 2010 di sottoosservazione

Il Palazzo del popolo, in cima al monte Kassioun, domina tutta Damasco. La residenza ufficiale del presidente siriano è un edificio maestoso, che mette quasi soggezione. Sotto le imponenti volte intarsiate gli ospiti stranieri devono camminare su un tappeto rosso lungo 100 metri prima di essere accolti da Bashar Assad, 44 anni, al potere dal luglio 2000.

Le visite di stato si susseguono a ritmo frenetico, come in nessun’altra capitale mediorientale: dal presidente francese Nicolas Sarkozy a re Abdallah dell’Arabia Saudita, dall’alleato strategico iraniano Mahmoud Ahmadinejad al primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. Dal 18 al 20 marzo, anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, potrà ammirare dalle ampie vetrate una delle più antiche città del mondo e tentare di convincere Assad che è nel suo interesse collaborare sul piano politico, su quello delle riforme democratiche, delle relazioni commerciali, del turismo e degli investimenti. Leggi il seguito di questo post »

Avanguardia Lebole

marzo 15, 2010 di sottoosservazione

Io capisco che non ci si possa accanire su un poveretto che ha una redazione in cui si sa tutto di encicliche e niente di nient’altro, o comunque di niente di vagamente contemporaneo; una redazione in cui, quando si dice a chi si occupa di costume «È morto Alexander McQueen», ci si sente rispondere «Il nome non mi dice niente.» Capisco tutto e so che non bisogna infierire, e infatti mi sono sentita molto Franti quando, a «l’ideale giovanile di sisley, dolce & gabbana, calvin klein», ho riso. Mi aspetto da un momento all’altro un editoriale sulla rivoluzione estetica rappresentata da Krizia nella sua ultima collezione, e la visionarietà di Armani nel ventunesimo secolo. [Sì, lo so: sono minuscoli; sono entelechie di giovanilismo, mica quei marchi in particolare; e a voi non sembra un'aggravante?]

nota a posteriori, ovvero chiarimento su richiesta: lo so anch’io che non è esattamente quella la ragione per cui vi parte l’embolo alla lettura dell’articolo; ma – a parte che non è quella ma è anche un po’ quella: non vivere nella contemporaneità è la ragione principale per cui ci si ritrova ad avere opinioni imbecilli su di essa – non è che si possa più di tanto commentare il concetto «mandate i vostri figli in giro coi pantaloni a vita bassa e poi vi lamentate se all’oratorio se li inchiappettano», no?

Guia Soncini

CROLLO LEHMAN: UNA STORIA VERA

marzo 15, 2010 di sottoosservazione

UN LIBRO SPIEGA COME HENRY PAULSON, EX NUMERO UNO DI GOLDMAN E SEGRETARIO AL TESORO PER BUSH FECE FALLIRE IN 30 GIORNI LA QUARTA BANCA USA, DIVENTATA IL SIMBOLO DELL’AVIDITÀ DI WALL ST. – LE FAMIGLIE SAUDITE ERANO AL CORRENTE E SAPEVANO CHE AVREBBERO DOVUTO CHIUDERE OGNI POSIZIONE AL PIÙ PRESTO…

Fabrizio Goria per “il Riformista

Lehman Brothers era la quarta banca americana. Nell’arco di 30 giorni, fra l’agosto e il settembre 2008, è diventata l’emblema dell’avidità di Wall Street. Con un fallimento da oltre 630 miliardi di dollari, la banca guidata da Richard Fuld ha creato la peggiore spirale endemica di svalutazioni dai tempi della Grande Depressione.

Si dice che Fuld «non poteva non essere al corrente» dei trucchi contabili che avvenivano nel back office con la connivenza delle società di revisione. Il supervisore dell’indagine, Anton Valukas, spiega che «le macchinazioni erano immense». L’impressione è che tutti sapessero tutto, anche se nessuno osava dire qualcosa. Almeno fino a quando il castello di carte costruito intorno a Lehman non venne fatto crollare.

Per capire cosa successe in quei giorni di fuoco non serve analizzare le oltre 2.000 pagine di indagine conoscitiva della Us Securities and Exchange Commission (Sec), il cane da guardia di Wall Street. Basta leggere un libro. In “Senza fondo, confessioni di un banchiere corrotto” (Rizzoli, 197 pagine, 17 euro) viene spiegato il perverso meccanismo finanziario di Lehman. Leggi il seguito di questo post »

Bombe sul Vaticano

marzo 15, 2010 di sottoosservazione

Una testimonianza del 1943

di Lina Vagni Sansone

Come testimone oculare – nella mia infanzia vissuta nel trascorso periodo bellico – ricordo un gravissimo episodio avvenuto il 5 novembre 1943 alle ore 23.30 in una notte di plenilunio che – nonostante l’oscuramento vigente su Roma “città aperta” – illuminava a giorno la cupola della basilica di San Pietro. Cupola ben visibile dalle finestre della nostra abitazione di Largo Trionfale, situata a circa cinquecento metri dalle Mura Leonine e che è rimasta ben impressa nella mia memoria insieme ai drammatici avvenimenti che seguirono. Leggi il seguito di questo post »

Il pensatore necessario nel Novecento delle idee conformiste

marzo 15, 2010 di sottoosservazione

Una nuova biografia di Arthur Koestler, lo scrittore che fu sionista, comunista, anticomunista e anti-darwinista. Secondo Raymond Aron fu “il più grande e il più impegnato intellettuale” del secolo

«Sono nato nel momento in cui il sole tramontava sull’età della ragione», scriveva Arthur Koestler in Freccia nell’azzurro, il primo volume della sua autobiografia. Per lo scrittore ungherese che nell’arco di una vita tumultuosa avrebbe vissuto e incarnato i conflitti del XX secolo – l’antisemitismo, i totalitarismi, le guerre -, il declino dell’umanesimo liberale era diventato l’ossessione degli ultimi anni. Nato nel 1905 a Budapest e morto suicida a Londra nel 1983, Koestler era stato sionista, ma a modo suo; un comunista fervente e un anticomunista intransigente; nemico della pena di morte e apostolo dell’eutanasia. E attaccò la fortezza del neo-darwinismo sfidando il prevalente consenso intellettuale. Un uomo dall’«intelligenza diabolica» sempre all’erta, dicevano le donne, «il più grande e il più impegnato degli intellettuali del XX secolo», affermava Raymond Aron. Ma anche, e forse proprio per questo, un personaggio controverso e frainteso. Leggi il seguito di questo post »

Bobbio, chi ha tradito quei giovani eroi?

marzo 15, 2010 di sottoosservazione

La “squallida eredità” dei resistenti e le promesse non mantenute della democrazia

FRANCO SBARBERI
Da Platone a Hegel, la maggior parte dei filosofi antichi e moderni ha preso in considerazione i diritti e i doveri dei governanti, le responsabilità dei funzionari pubblici, i rapporti del sovrano con gli Stati e con l’autorità religiosa, ma non i diritti e i doveri dei cittadini comuni. Il popolo «considerato senza il suo monarca – scrive Hegel nei Lineamenti della filosofia del diritto – è una moltitudine informe», una «parte che non sa quello che vuole». Soltanto con le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo che accompagnano le rivoluzioni moderne il concetto di popolo sarà messo al centro dell’attenzione politica, insieme ai valori della libertà e dell’eguaglianza.

Due secoli dopo, consapevole della complessità del problema, Norberto Bobbio ha suggerito che all’interno delle democrazie contemporanee sia meglio parlare non del «popolo nel suo insieme», ma dei «singoli cittadini che hanno il diritto di voto, presi uno ad uno, uti singuli». In altri termini: anziché evocare genericamente il «potere del popolo», come hanno fatto in passato rivoluzionari e reazionari e come oggi continuano a fare i populisti, è più corretto parlare del «potere dei cittadini», ossia dell’effettivo esercizio delle capacità politiche, economiche e culturali di ciascun individuo sia attraverso le urne sia nella società civile. Del resto, anche la nostra Carta del 1948, al secondo comma dell’articolo primo, si richiama al popolo non come a una massa omogenea onnipotente: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Leggi il seguito di questo post »