Intervista a Gore Vidal

imagesUn borghese illuminato, un aristocratico radicale, lo si sarebbe definito in altri tempi

 

Un borghese illuminato, un aristocratico radicale, lo si sarebbe definito in altri tempi. Gore Vidal, anche da ottantenne, non ha mai perso il gusto di menare scandalo. Nei suoi romanzi ha raccontato tabù e chiusure mentali della società americana, ne ha messo a nudo la morale filistea. Gore Vidal è stato un fortunatissimo autore di saggi politici sulla storia del suo paese.

 Soprattutto durante i tempi bui dell’amministrazione Bush ha toccato il nervo scoperto del sistema politico americano, assai lontano dall’essere quel modello di democrazia perfetta tanto decantata. Ha scritto parole roventi contro il meccanismo elettorale, un dispositivo infernale da cui possono uscire fuori veri colpi di Stato – quale fu l’elezione a presidente di Bush con un numero di voti in assoluto inferiori a quello dell’avversario. Gore Vidal non ha peli sulla lingua neppure quando descrive democratici e repubblicani come due schieramenti di uno stesso partito.

Oggi però c’è Obama. Cosa è accaduto e come è stato possibile che saltasse fuori una novità del genere?
Ci sono momenti in cui avvengono rivouzioni sociali che non possono essere controllate con processi elettorali. Prima dell’elezione di Obama c’erano tredici milioni di afroamericani che non avevano alcuna voce in capitolo nel governo del proprio paese. Questa è stata la prima occasione di poter votare uno di loro. E’ stato un grande cambiamento simbolico e pratico al tempo stesso. Molto importante. Io sono cresciuto a Washington D.C., la capitale, che a quel tempo era una città quasi completamente abitata da neri e dove la cultura nera era profondamente radicata. Una delle famiglie nere più influenti si chiamava proprio Jefferson in quanto i suoi appartenenti erano discendenti del presidente Jefferson. La cosa infastidiva molti bianchi. Io pensavo che non c’era nessuno scandalo che si chiamassero così e che anzi era giusto in quanto erano i discendenti del Jefferson presidente. So che gli europei considerano gli Stati Uniti un esempio di democrazia perfetta, eppure ignorano quasi completamente il modo in cui è nata la nazione americana. Pochi sono a conoscenza di quanto gli autori della nostra Costituzione odiassero la democrazia. La consideravano la fonte di tutti i mali e non avevano alcuna fiducia nelle sue possibilità. Infatti la democrazia non ha mai preso piede negli Stati Uniti né politicamente né socialmente. Nonostante le chiacchiere e le idiozie che si leggono qui in Europa sui giornali sulle meraviglie del sistema americano e sul fatto che l’America sia la prima democrazia nel mondo, la realtà è ben diversa. Comunque negli Stati Uniti la gente sa molto bene che se vuoi distruggere politicamente qualcuno c’è un espediente molto semplice. Ed è quanto stanno facendo contro Obama: dargli del socialista. In America equivale a un paragone col diavolo. Quand’ero bambino tutti sapevano che la famiglia che si faceva chiamare Jefferson ra discendente del presidente Jefferson. Lo sapevano anche i muri. Finché non fu chiamato a intervenire sulla materia uno storico bianco del sud che avrebbe dovuto smentire la tesi di questa discendenza come una bugia senza fondamento messa in giro ad arte da comunisti e anarchici. Questo storico sosteneva che non potesse essere possibile perché nessun gentiluomo bianco avrebbe mai potuto avere rapporti sessuali con una donna di colore. E visto che Jefferson era il primo dei gentiluomini era assolutamente al di sopra di ogni sospetto!

In effetti si dà molto credito alla tesi della democrazia perfeta senza conoscere il dibattito dei padri costituzionalisti. Lei si è occupato molto della storia del suo paese e dei fondatori che letteralmente inventarono una nazione americana che prima d’allora non esisteva affatto. Quale idea di democrazia avevano in mente gente come Benjamin Franklin, Hamilton e Jefferson?
E’ tutto scritto nella Dichiarazione d’indipendenza e nella Costituzione. Benjamin Franklin è uno degli uomini più saggi che questo paese abbia mai avuto. Nel 1789, mentre la costituente era impegnata a scrivere la Costituzione americana – alla quale Franklin non partecipò direttamente pur seguendo da vicino i lavori – fu molto critico nei confronti della stesura. Era un uomo molto radicale, intelligente, con molti interessi come dimostrano i suoi esperimenti con l’elettricità. Criticava la costituente anche in pubblico, tanto che gli misero alle costole quattro studentelli perché lo tenessero a freno. Quando questi gli chiesero perché mai fosse così contrario al testo della Costituzione che si veniva scrivendo, Franklin rispose che non era quella Costituzione in particolare a preoccuparlo. Il suo timore era che sarebbe inevitabilmente fallita come ogni altra Costituzione. Franklin conosceva molto bene i testi di Aristotele sui vari tipi di governo e sui rischi di corruzione inerenti a ciascuno di essi. Era convinto che tutte le Costituzioni, indipendentemente dal contenuto e dalla forma, erano destinate al fallimento a causa della corruzione del popolo. Quel giudizio fu come una ghigliottina. Al fondo di tutto c’è la paura del popolo, considerato per sua natura corrotto e corruttibile. Franklin era anche convinto che prima o poi c’è sempre qualcuno che ne approfitta e manda all’aria tutto. Come è successo con Bush che ha rappresentato il momento di massima corruzione del popolo americano. Per pigrizia o per ignoranza la gente non si è reso conto di trovarsi davanti a un governo totalitario che qualsiasi paese decente avrebbe bocciato. Un governo che si preparava a lanciare una guerra perpetua per una pace perpetua, come ebbi modo di scrivere in un mio libro. Forse avremmo fatto meglio a scegliere la monarchia. Quando Tiberio diventa imperatore, uno dei miei preferiti, il Senato gli garantì che avrebbe promulgato qualsiasi legge lui avesse proposto. Tiberio rispose: “ma siete impazziti? Non vi rendete conto del pericolo insito nelle vostre parole? Se io dovessi diventare folle come potreste avallare le mie richieste”? Tiberio, di fronte all’ostinazione del Senato, ne mise in dubbio la facoltà di giudizio collettivo. Era scioccato di quanto i senatori fossero ansiosi di essere suoi schiavi.

In Italia sono molto apprezzati i suoi saggi politici. E lei stesso nel suo libro autobiografico “Navigando a vista” si definisce come uno scrittore militante. Cosa risponde a chi l’accusa di mettere troppa politica nella letteratura?
La fazione opposta è armata fino ai denti. E’ giusto che lo sia anch’io.

Molti suoi romanzi memorabili, come La statua di sale, hanno raccontato vizi e pregiudizi della società americana. Oggi è ancora possibile scandalizzare la gente?
Ci provo.

Di fronte alla crisi che ha colpito gli Usa si parla molto di un ritorno al New Deal. In tanti paragonano Obama a Roosevelt. Perché lei dà un giudizio non proprio esaltante su questo presidente del passato?
Il mio giudizio su Roosevelt è abbastanza complesso e non sempre viene compreso. Non lo apprezzo per vari motivi. Tanto per cominciare è uno che governò per decreto, in maniera quasi dittatoriale, come nell’antica Roma. Doveva affrontare una crisi esterna e interna. Aveva capito la novità di Hitler nel panorama politico dell’epoca e si rendeva conto che il mondo era troppo piccolo per contenerli entrambi. Per questo maturò la decisione di dover intervenire in guerra contro la Germania. E convinse il popolo americano a entrare in guerra. Una guerra assolutamente illegale, va ricordato. Spinse – sottolineo “spinse” – il Giappone ad attaccare gli Stati Uniti. Avevo un cugino a quel tempo a capo della flotta del Pacifico. Chiese a Roosevelt perché avesse deciso di mantenere la flotta alle Hawaii piuttosto che trasferirla a San Diego, al quartier generale, dove sarebbe stata al sicuro. Roosevelt rispose semplicemente che la flotta doveva rimanere alle Hawaii. Sapeva che il Giappone aveva intenzione di attaccare Pearl Harbour e mise i giapponesi in condizione di poterlo fare. Quell’attacco gli diede l’opportunità di convincere gli americani a sostenere l’entrata in guerra. Roosevelt era un fine conoscitore dell’animo umano, un acuto psicologo e deve aver capito molto bene la mente di Hitler tanto da spingerlo a dichiarare guerra agli Stati Uniti – cosa che puntualmente avvenne. Lì fu l’inizio della fine di Hitler.

Al di là del fenomeno Obama c’è anche un cambio di stile di vita nella società americana? Si è capito che l’America deve rinunciare a fare il gendarme del mondo e che non si può andare in giro a fare guerre?
Continuiamo a perderle queste guerre che facciamo. Almeno le vincessimo! Potremmo raccontarcela come l’istinto naturale del predatore. In realtà non riusciamo a vincere una guerra dal 1945. Non produciamo più un generale decente. Si parla tanto di Petraeus, ma non è altro che un impiegato seduto alla scrivania che si limita a mandare fax. Bisogna risalire ormai alla Guerra civile che ci donò i migliori capi militari che il mondo avesse mai visto, tant’è che gli inglesi ne erano terrorizzati. Gli Stati Uniti furono i primi a lavorare al progetto di un sottomarino anticipando tutti gli altri.

Tonino Bucci

http://www.liberazione.it/

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