L’Eta che verrà

imagesIntervistati dal quotidiano Gara, due portavoce dell’organizzazione armata rendono pubblica una fase di ristrtutturazione interna e strategica

 

La domanda è secca, la risposta, anche. Josu Juaristi, direttore del quotidiano basco Gara, ha di fronte due portavoce di Eta. Hanno maglioni blu con lo stemma dell’organizzazione armata – che ha compiuto cinquant’anni – e con i simboli delle sette provincie racchiuse in un unico confine. Lo scopo della loro attività politica e armata.
Domanda, Juaristi: “La sinistra indipendentista, alla fine di marzo, ha sottolineato la necessità di una strategia efficace per arrivare a un contesto democratico. Voi dove e come vi collocherete in questa nuova situazione?”.
Una domanda chiave che nasce dalla necessità politica di un intero settore della società basca, quello della sinistra, di tornare ad avere una rappresentanza, la possibilità di svolgere una politica diversa da quella che si vive quotidiamente nelle decisioni dei partiti ‘legali’.
Risponde Eta: “Come tutte le organizzazioni e organismi, Eta svolge una valutazione politica continua e per il fatto di essere una organizzazione armata, essere efficaci e avere una strategia fattuale si converte nel perno della nostra riflessione. Per questo prima dell’estate termineremo un processo di discussione assembleare, per disegnare una strategia politica e armata efficace”.
Tradotto: Eta sta discutendo al suo interno come reagire in maniera politica e armata. Sta affrontando, lo diranno in una risposta successiva i due interlocutori, nelle proprie riunioni le radici del conflitto, la situazione internazionale, quella degli stati ‘nemici’ – Spagna e Francia – e il grande tema dell’ultimo processo di pace. E sta riconsiderando la propria struttura e organizzazione interna.
I portavoce sono convinti del fatto che la proposta di Anoeta, che spianò la strada all’ultimo cessate il fuoco e al processo di dialogo del 2006, rimane un punto valido, migliorabile, ma ancora effettivo sulla carta. Mentre bombe e pistolettate vengono spiegate come la normale dinamica di azione dal momento della rottura della tregua.
Scorrendo le risposta dei portavoce la sensazione che si ricava è quella di una disponibilità ragionata, di un passaggio mediatico che porta a guardare verso i prossimi mesi per attendere la definizione di quale sarà la linea scelta per le prossime stagioni. Il direttore di Gara chiede se Eta è ancora disposta a garantire smantellamento e abbandono della armi in sede negoziale. “Le armi di Eta taceranno solo quando tutti i progetti politici, incluso quello per l’indipendenza, saranno materializzabili”. Per chi sa leggere i messaggi, negli uffici dell’antiterrorismo, come in quelli della Moncloa dove siede Zapatero, le parole dell’intervista sono più che mai chiare.
Il vocabolario non inganna: dall’Eta che rivendicava socialismo e indipendenza tout court si passa al fatto che esistano le condizioni per realizzare materialmente quell’obiettivo politico.
Eta assicura che non ci sono contatti in questo momento con il governo, ma in un altro passaggio dell’intervista assicura che un prossimo processo potrebbe arrivare su richiesta dei partiti prima di quello che si aspetti. Ma per tornare a sedersi, ribadiscono i due militanti, è necessario che si respiri aria di uguaglianza per le opportunità e i diritti civili e politici. Stop, quindi alla sequela di messa fuorilegge dei movimenti politici pro indipendenza. Il messaggio è chiaro, limpido.
Nella parte finale due particolari inquietanti.
Si chiede cosa ha da dire Eta rispetto alle notizie che nei suopi arsenali ci siano dei missili da utilizzare contro politici di rango spagnoli. Lo avveva detto il ministro dell’Interno Rubalcaba, per poi affrettarsi a dire che erano solo piani teorici. “I missili per abbattere aerei sequestrati dalle forze di polizia furono attivati per tre volte. Erano puntati contro José Maria Aznar della destra postfranchista. “Purtroppo quegli attentati non riuscirono a raggiungere il loro obbiettivo”.
Poi la denuncia contro il sistema di prevenzione delle forze di sicurezza: in più casi quando l’organizzazione armata avvisa via telefono sulla collocazione e localizzazione di una bomba la polizia butta giù il telefono. Come per l’attentato contro l’Opus Dei, università di Navarra. Per Eta è una decisione che si spiega con la speranza dei militari di localizzare il telefono da cui si chiama e con la speranza che vi siano vittime da utilizzare nel gioco politico.

Angelo Miotto

http://it.peacereporter.net/articolo/15927/L%27Eta+che+verr%26agrave%3B

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