Ma poi venne la rinascita dell’ebraico, la lingua di Israele

imagesla sintesi dell’intervento di David Meghnagi, tenuto al convegno su Zamehof, organizzato dalla Federazione Esperantista italiana

 

Un canto vuol dire riempire una brocca, anzi, meglio, rompere la brocca.
Romperla in pezzi. Nel linguaggio della Qabbalah potremmo forse chiamarlo:
Vasi infranti.
H. Leivick

1897. E’ un anno particolarmente denso di significati per la recente
storia dell’ebraismo. A Basilea, Theodor Herzl riunisce il primo
congresso del movimento sionista. A est, si riunisce il primo congresso
del Bund, la prima organizzazione socialista nell’impero zarista. Nello
stesso anno Sigmund Freud elabora la teoria dell’Edipo.

 Sullo sfondo dellutto per la perdita del padre, e in risposta all’antisemitismo, Freud
aderisce al movimento internazionale dei B’nai B’rith.
Bundisti e sionisti si combatteranno sino all’ultimo, anche per la scelta
linguistica (lo yiddish contro l’ebraico) sino a quando le loro differenze
 non furono rese “risibili” da un mondo folle oltre ogni immaginazione.
Se lo yiddish era il gergo materno di undici milioni d’ebrei, da cui aveva
preso origine una letteratura e poesia moderne, l’ebraico non era solo ed
esclusivamente la lingua dei morti e delle preghiere. Se lo yiddish poteva
contare sul fatto di essere la lingua viva degli ebrei, l’ebraico era la
loro radice più antica, il nucleo attorno a cui era stata conservata e
sviluppata l’esistenza religiosa attorno alla sinagoga nel corso dei
secoli. L’ebraico univa tutti gli ebrei e non solo una parte di essi, e
tale era stata la sua funzione nella giurisprudenza rabbinica e nelle
composizioni poetiche religiose che da un continente all’altro avevano
tenuto uniti nel corso dei secoli le diverse famiglie dell’ebraismo. La
rinascita dell’ebraico, lo sviluppo dello yiddish, erano fenomeni
 altrettanto moderni, figli di una stessa vicenda storica, parte di un
processo che toccava ogni aspetto dell’esistenza
Per secoli, generazioni di studiosi ne avevano arricchito il lessico con
parole e termini che resero possibile, nell’epoca d’oro dei Mori, la
traduzione di opere filosofiche e la ricerca poetica per la composizione
di opere liturgiche e profane. La guida dei perplessi di Maimonide era
stata pubblicata prima in arabo, poi tradotta dai Tibbonim. Diversi
 secoli dopo, Spinoza per conto suo, aveva scritto una grammatica ebraica.
In seguito una generazione di illuministi ebrei (i maskilim) aveva
iniziato secondo prospettive opposte e complementari una poderosa opera di
traduzione. Traducendo dall’ebraico nell’Europa occidentale; traducendo in
ebraico e in yiddish nei paesi dell’Est Europa, dove la grande
maggioranza del popolo ebraico era concentrata, e dove più forte sarebbe
stato il richiamo nazionale, linguistico e territoriale.
In un contesto meno drammatico, la rinascita dell’ebraico si sarebbe
potuta tranquillamente conciliare con la conservazione dello yiddish e
forse anche col recupero del ladino, la lingua che gli ebrei sefarditi
avevano portato con sé nel loro doloroso esilio per le coste del
Mediterraneo e in America. Non era stato Shalom ‘Aleichem, uno dei più
autorevoli esponenti della rinascita sionista a dilettare i suoi
lettori in yiddish e scrivere allo stesso tempo in ebraico. Non era stato
Birnbaum, un altro esponente di primo piano del sionismo, a dire di avere
una narice per l’ebraico ed una per lo yiddish. Non era stato Kafka che
nelle sue ultime settimane di vita si era messo a studiare l’ebraico, a
scrivere dello yiddish con toni commossi: “Vi avvicinerete allo yiddish
se poi considererete che in voi, oltre che nozioni, ci sono delle energie
e degli agganci ad energie che vi rendono adatti a capirlo per via
d’intuizioni. Solo a questo punto l’illustratore può esservi utile,
rassicurandovi in modo che non vi sentiate più esclusi e facendovi capire
che non dovete più lamentarvi di non intendere lo yiddish. E’ questa la
cosa più importante, perché a ogni lamento la comprensione fa un passo
indietro. Ma se ve ne state tranquilli, vi troverete di colpo nel bel
mezzo dello yiddish. Ma una volta che esso vi abbia afferrati- e tutto è
yiddish: la parola, la melodia chassidica, e l’indole stessa di questo
attore ebreo orientale- allora non conoscerete mai più la vostra pace di
un tempo. Allora sentirete la vera unità dello yiddish: di voi stessi. Non
sareste capaci di sopportare da soli questa paura, se dallo yiddish
medesimo non vi venisse anche una fiducia in voi stessi che
fronteggia validamente tale paura e che è più forte di essa”. Perché mai
lo yiddish non avrebbe potuto conservarsi accanto all’ebraico? Se ciò
non è accaduto, non è per le divisioni che lacerarono il movimento di
emancipazione ebraica. Fu per l’immane tragedia che ha cancellato la quasi
totalità dell’ebraismo in Polonia e in Lituania e in molti altri luoghi
d’Europa. Nel breve tempo in cui fu possibile, lo yiddish fu accanto
all’ebraico uno dei motori della rinascita cultura e spirituale. Grazie
all’opera di grandi scrittori e poeti, da dialetto che era nel giro di
una generazione era diventato una grande lingua letteraria. Dal canto suo
l’ebraico, che non aveva smesso di alimentare la fiammella della speranza,
uscito dalle mura della sinagoga dov’era stato custodito con amore, è
diventato nell’arco di mezzo secolo una lingua ricca e sofisticata che ha
dato corpo ad una delle più grandi esperienze letterarie di questo secolo.
Il progetto di Eliezer Ben Yehuda, il padre della rinascita linguistica
ebraica, non era nato per avere una vita facile. Se i nuclei più
oscurantisti dell’ortodossia religiosa si opponevano all’uso dell’ebraico
nella vita quotidiana perché l’ebraico doveva essere conservato puro e
sacro; bolscevichi e menscevichi, per opposte ragioni, non erano da
meno.
Divisi su tutto, meno che sull’atteggiamento da assumere verso le istanze
nazionali e culturali ebraiche (con la duplice opposizione alle
aspirazioni nazionali territoriali del sionismo e a quelle di “autonomia
culturale” del Bund), gli uni come gli altri consideravano la scelta
dell’ebraico “controrivoluzionaria”.
In un’epoca ossessionata dalla centralità delle lingue nazionali e
dall’identificazione di questa con un territorio e con un popolo, la
questione della lingua era una pietra miliare attorno a cui unirsi o
 dividersi. Rispetto alla questione ebraica nemmeno gli austromarxisti
avrebbero agito diversamente. Pur avendo sottolineato in linea di
principio la necessità di svincolare il problema dell’appartenenza
territoriale a quella linguistica e nazionale, quando si erano trovati di
fronte al problema ebraico avevano rifiutato di trarre la logica
conclusione della loro impostazione. Lo svincolamento dell’appartenenza
nazionale e linguistica da quello territoriale, valeva solo per i popoli
che avevano già da qualche altra parte un territorio. Al contrario non
valeva per gli ebrei che, non possedendo un proprio territorio, erano
chiamati ad assimilarsi. Sul piano dei valori nemmeno il riconoscimento
dello yiddish come lingua nazionale sfuggiva a questa logica. La scelta
dello yiddish si rendeva necessaria perché era in quella lingua che gli
operai ebrei comunicavano fra loro. Il fatto che potesse svilupparsi e
diventare una lingua nazionale era di per sé secondario. Le difficoltà
concrete, l’economicismo, l’ansia escatologica e palingenetica con cui le
diverse correnti del socialismo guardavano al futuro postrivoluzionario,
non lasciavano spazio ad altre letture.
Vi è però un ulteriore aspetto da prendere in considerazione e
approfondire, attraverso cui accedere ad uno strato della moderna vita
ebraica in tutta la sua valenza simbolica e culturale. Mi sono trovato a
pensarci percorrendo la parte vecchia della città di Tel Aviv ad uno degli
incroci che conducono per la centrale via Ben Yehuda, il padre della
rinascita dell’ebraico moderno. Leggendo i nomi delle vie si resta colpiti
dall’esistenza di una via legata al nome di Zamenhof, il padre
dell’esperanto. I progetti di Eliezer Ben Yehuda (il vero nome era
Perlman) e di Ludwik Lazar Zamenhof erano agli antipodi, ma entrambi
figli della stessa condizione e del bisogno di trovare una soluzione ai
dilemmi della condizione ebraica. Eliezer ben Yehuda vedeva nella
rinascita dell’ebraico, la condizione stessa per riscattare gli ebrei
dalla loro condizione di oppressione. Al contrario il progetto di
Zamenhof – che non era certo un assimilazionista e condivideva le
preoccupazioni e l’impegno dei padri fondatori del Risorgimento ebraico-,
affondava le sue radici nella speranza di vedere superata ogni barriera,
anche linguistica, tra i popoli. “Il luogo della mia nascita e dei miei
anni giovanili, scrive Zamenhof in una sua lettera, impresse il loro
primo indirizzo a tutte le mie idee future”. A Bialystok, la sua città di
nascita, la popolazione “si componeva di quattro elementi diversi: russi,
polacchi, tedeschi ed ebrei”, in cui ciascuno parlava la sua propria
lingua, avendo con gli altri “rapporti ostili”. “Per strada, nelle
case, ad ogni passo, tutto mi dava la sensazione che l’umanità non
esistesse. Esistevano solo i russi, i polacchi, i tedeschi, gli ebrei,
ecc. …”. La città, al centro di una regione oppressa che era oggetto di
aspre dispute, era per Zamenhof un esempio paradigmatico di dove potesse
condurre l’esasperato conflitto linguistico e nazionale. Da qui l’idea di
“una lingua neutra” e “sovranazionale” che unisse anziché dividere, che
avvicinasse gli uomini anziché rinsaldarli nella loro opposta sordità.
“Nessuno, annota Zamenhof, può sentire la necessità di una lingua
umanamente neutra e sovranazionale quanto un ebreo, che è obbligato a
pregare Dio in una lingua morta da molto tempo, è educato e istruito
nella lingua di un popolo che lo emargina, e ha compagni di sventura su
tutta la terra, con i quali non può capirsi!” .
Nessuno meglio di un ebreo, si potrebbe aggiungere parafrasando le parole
di Freud nella sua lettera a Pfister, poteva trasformare questo bisogno in
 un programma praticabile, qualcosa che andasse oltre una bizzarra
fantasia, di un’utopia senza prospettive reali.
Nelle intenzioni di Zamenhof, la lingua universale non doveva nascere
dal nulla. Per non creare difficoltà di apprendimento insormontabili per
la presenza di radici sconosciute, aveva ampiamente utilizzato la lingua
latina, matrice o base di prestiti, secondo i casi, di gran parte delle
lingue europee.
Anche Perlman, che in seguito prese il nome di Eliezer Ben Yehuda, era
nato in Lituania, in un villaggio sperduto. Ma la soluzione da lui cercata
avrebbe proceduto nella direzione opposta a quella di Zamenhof: non la
ricerca di un substrato europeo su cui edificare una lingua comune, ma il
ritorno all’ebraico, la lingua ancestrale dei padri. La scelta di Perlman
avrebbe conquistato i militanti ebrei che erano stati costretti ad un duro
risveglio, dopo l’ondata di pogrom del 1882.
Come Kafka, anche Zamenhof e Perlman ad un certo momento della loro
ricerca si erano dovuti scontrare con delle impossibilità linguistiche.
Per Zamenhof si trattava della difficoltà insormontabile rappresentata
dall’uso di una lingua inventata, anche se a differenza del volapuk di
Schleyer, l’esperanto grazie all’ampio uso del latino, aveva maggiori
possibilità d’imporsi come lingua comune dei popoli europei .
Emigrato in Palestina nel 1888, Ben Yehuda aveva preso l’estrema
decisione di parlare col figlio solamente in ebraico, proibendo a chiunque
di rivolgersi ad esso in un’altra lingua. Settimana dopo settimana, i
membri dello Yishuv, la comunità ebraica nata dall’immigrazione sionista,
facevano l’incontro con decine di parole da lui coniate, alcune delle
quali sopravvivevano ed entravano nell’uso, mentre altre cadevano.
L’attività svolta sulla lingua da un solo uomo sopravanzò quella di
un’intera generazione di studiosi. Nella cella di un carcere turco, dove
fu rinchiuso in Palestina per due anni, Perlman lavorò al suo progetto per
diciotto ore al giorno, dalle sei di mattina alle dodici di notte. In
America dove visse per un certo pericolo, lavorò per dodici, tredici ore
al giorno. Dei sedici volumi di cui si compone l’atlante storico della
lingua ebraica, terminato solo nel 1959, sei sono suoi. Quando Perlman
morì consumato dal suo sforzo nel ’22, l’ebraico parlato era la lingua di
una piccola comunità. Nei decenni successivi l’ebraico avrebbe recuperato
i secoli perduti.
L’atto di nascita del progetto di Ben Yehuda, è un articolo del 1878 in cui si faceva appello agli ebrei di parlare solo in ebraico. L’atto di
nascita dell’esperanto, è del 1887. Non è un caso che la denominazione
sia la stessa dell’inno nazionale ebraico, l’Hattikvah (speranza). Sono
più che coincidenze.
Dieci anni dopo nascevano il movimento sionista ed il movimento bundista,
fratelli gemelli e speculari nella loro reciproca opposizione anche
linguistica. Il primo avrebbe propugnato l’ebraico, il secondo lo
yiddish come lingua nazionale ebraica. In quello stesso anno, Freud
formulava il nucleo fantasmatico della sua teoria edipica. Ben Yehuda era
nato nel 1858, Zamenhof nel 1859. Rispettivamente due e tre anni dopo
Freud. Come Freud, anche Zamenhof era medico.
Se racconto questo fatto non è solo per ricordare uno dei tanti paradossi
della vita ebraica e della società israeliana, che i nomi delle strade
possono rievocare e riflettere meglio di ogni altro commento. È perché in
questi paradossi è racchiusa una possibile chiave di lettura per
comprendere il legame che la nascita delle scoperte freudiane ha con la
vicenda ebraica, che spiega il profondo radicamento ed il successo del
pensiero di Freud nella generazione ebraica dell’emancipazione.
Se come ha spiegato Lacan, l’inconscio è strutturato come un linguaggio,
cos’altro di più ebraico c’era nell’avventura scientifica di Freud, del
 bisogno di scoprire i codici cifrati di una prima lingua, capace di
gettare un ponte fra lingue che non comunicavano più fra loro? È un fatto
a cui si è prestato poca attenzione, e che solo di recente ha incontrato
l’attenzione dovuta all’interno del movimento psicoanalitico. La
maggioranza delle prime analisi didattiche erano svolte in una situazione
in cui uno dei due componenti della coppia analitica parlava in una lingua
diversa dalla propria. Il fatto non è stato oggetto dell’attenzione
dovuta, non solo perché per la maggioranza di questa generazione di
analisti il multilinguismo (che va distinto dal poliglottismo- come
l’interculturalità va distinta dalla multiculturalità) era una condizione
esistenziale; ma perché intorno a questo problema ruotava la questione
 stessa della loro identità di ebrei e la validità della loro scommessa
perché pionieri di un nuovo sapere.
L’attraversamento della lingua e dei codici, la necessità di ridare un
significato alla multiappartenenza, in un’epoca in cui i nazionalismi
emergenti consideravano tutto ciò un pericolo e la stessa psicologia
accademica vi vedeva il sintomo di un disturbo o peggio di una malattia,
è all’origine del progetto freudiano, ne è una importante condizione
storica. Il fatto che il pensiero psicoanalitico si sia ad un certo
momento dovuto misurare con gli apporti della linguistica non è solo il
risultato di un inevitabile e fecondo incontro su terreni di confine di
discipline fra loro diverse.
Per chi ha capacità di ascolto, questa discussione scientifica conserva
l’eco di eventi storici drammatici da cui ha preso avvio la ricerca
freudiana di una lingua franca, capace di far parlare oltre il sintomo. Si
comprende dunque come lo studio della componente ebraica di Freud,
intenda non solo a riscattare un aspetto importante della vita e
dell’opera del fondatore della psicoanalisi, ma sia anche un prisma entro
cui riflettere problemi di portata più ampia che coinvolgono la società
nel suo insieme. È nello sguardo straniero che una società poteva imparare
a comprendersi meglio, e capire perché determinate scoperte, alla cui
radice vi era un ethos particolare, si fossero poi affermate e diffuse
come parte del vivere quotidiano in Occidente.

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=29584

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