Fecondazione, i centri senza regole

imagesDopo la sentenza della Consulta sul numero di ovociti Incertezza dei medici: «Serve un protocollo comune»

 

MILANO – Dopo la sentenza il caos. I giudici della Corte Costituzionale hanno cambiato la legge 40 sulla fecondazione assistita rimettendo nelle mani dei medici la scelta del numero di ovociti da inseminare ma molti centri, soprattutto pubblici, continuano ad applicare le vecchie regole: si fecondano al massimo tre ovociti e si trasferiscono tutti gli embrioni prodotti in un unico e contemporaneo impianto. «Prima di cambiare vogliamo essere sicuri di cosa possiamo o non possiamo fare — dice Andrea Gallinelli, responsabile del maggiore centro di Pma (Procreazione medicalmente assistita) della Toscana, l’Ospedale della Versilia a Viareggio —.

 Con gli altri medici stiamo cercando di stabilire una linea comune, in modo da non lasciare al singolo la patata bollente. Per partire aspettiamo un via libera dalla Regione». Stessa linea nel centro diretto da Guido Ambrosini all’Università di Padova: «Questa legge non è chiara — dice —. In realtà lascia al ginecologo la possibilità di fecondare in base alla caratteristica della paziente ma qual è il limite? Se una donna di 43 anni produce 15 ovociti, io, che in scienza e coscienza vorrei fecondarli tutti, posso farlo? Abbiamo paura della reazione del ministero, vorremmo regole certe. Per questo ho interpellato anche i Nas. Presto, comunque, applicheremo la legge».

PANORAMA DISOMOGENEO – Il risultato è un’Italia disomogenea con comportamenti diversi da ospedale a ospedale. Un problema non da poco che tocca il 10-15% dei cittadini in età fertile. Nel 2007 sono state più di 55mila le coppie che si sono sottoposte a cure nel nostro Paese e sono nati oltre novemila bambini. Un altro numero imprecisato, sicuramente migliaia, ha oltrepassato la frontiera. Ora i pazienti sono confusi. In Lombardia, per esempio, la maggior parte dei centri ha varato un documento che recepisce la sentenza: «Gli avvocati sono stati chiarissimi — dice Guido Ragni, consulente del Centro di sterilità della Mangiagalli — se uno non cambia rischia le penalità pecuniarie previste dalla legge 40. Noi siamo obbligati a produrre gli embrioni necessari a un serio tentativo». L’idea è quella di partire da una griglia divisa in fasce d’età. Se una donna ha meno di 35 anni si insemineranno sei ovociti, se ne ha tra i 35 e i 40 si arriverà ad otto. Passati i quaranta si feconda tutto. Ovviamente peseranno anche altre considerazioni: la qualità del liquido seminale, i precedenti fallimenti e il tipo di risposta ovarica della donna. «Abbiamo previsto una serie di eccezioni — spiega ancora Ragni —, per esempio si feconderanno tutti gli ovociti se la paziente ha avuto un tumore oppure soffre di trombofilia o se rischia l’iperstimolazione ovarica». Un protocollo simile, promosso dalla Società italiana studi di medicina della riproduzione (Sismer), è stato firmato da oltre 40 centri, pubblici e privati, sparsi in tutta Italia. «La sentenza ci permette di offrire alle pazienti il massimo di possibilità riducendo al minimo il congelamento — dice Anna Pia Ferraretti, responsabile del Sismer di Bologna —. Poi è chiaro che ogni centro agirà come crede. È proprio questa la novità, si può diversificare».

LE POSIZIONI – Ma c’è anche chi è convinto che la legge 40 così com’era desse già il massimo di chance alle donne in cerca di un figlio. «Da noi non è cambiato niente — dice Eleonora Porcu, responsabile del centro di fecondazione del Sant’Orsola di Bologna —. Io mi rifaccio alla mia esperienza professionale, ho risultati paragonabili alla media europea fecondando tre ovociti, a volte anche solo due, con una percentuale che, nelle donne fino a 35 anni, sfiora il 50%. Noi stiamo già tutelando la salute delle donne e questo senza dover congelare embrioni. L’idea di ritrovarsi di nuovo con i bidoni di azoto liquido pieni mi sembra veramente anacronistica». Al San Raffaele di Milano sono di fronte a un dilemma. La natura cattolica della Fondazione imporrebbe di non congelare embrioni ma la Corte Costituzione ha stabilito che la donna ha diritto ad un numero di embrioni congruo per effettuare un serio tentativo. Conciliare le due cose sembra impossibile. Per chiarirsi le idee i medici si sono dati appuntamento il prossimo week end a Riccione dove sperano di mettersi d’accordo definitivamente su un protocollo comune. «Sarà il primo congresso confederato di tutte le società di medicina della riproduzione — dice Filippo Ubaldi, direttore clinico del centro g.en.e.r.a. a Roma —. Io però non sono d’accordo sullo stabilire una griglia con un numero fisso di ovociti da inseminare. La Corte Costituzionale ha tolto il numero, non vedo perché dobbiamo rimetterlo noi». Le pazienti sono in fibrillazione. Dopo aver gioito per la sentenza ora si sentono prese in giro. Nei forum si scambiano informazioni sui centri per boicottare quelli che si comportano come se nulla fosse accaduto. «Se li conosci li eviti» è il loro motto. La Fiapi (Federazione italiana pazienti infertili) sollecita le socie a farsi mettere per iscritto dall’ospedale che intende procedere come prima in modo da poter poi ricorrere alle vie legali. «Siamo pronti a fare causa — dice Federica Casadei, presidente e fondatrice di Cerco un bimbo, portale sull’infertilità con 22mila utenti — con denuncia per danni perché sottoporre una donna a ripetute stimolazioni costa molti soldi ai contribuenti. Se i medici hanno paura ad applicare la legge cambino mestiere». Indignato è Carlo Flamigni, esperto di fecondazione artificiale, oggi nel Comitato nazionale di bioetica: «I medici sono un branco di codardi. Hanno paura di punizioni ministeriali. Troveranno il coraggio di fare il loro dovere solo quando le pazienti li porteranno in tribunale. La sentenza è chiara e nessuna legge potrà più cambiare il principio sancito dalla Corte e allora che aspettano?».

LINEE-GUIDA – Al ministero, intanto, preparano le linee guida soprattutto per aderire alle direttive europee che impongono un innalzamento dei livelli qualitativi di tutti i centri che utilizzano cellule umane a scopo terapeutico. Oggi, in una conferenza stampa, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi e la sottosegretaria alla Sanità Eugenia Roccella, annunceranno la nascita di due commissioni, quella sulla procreazione assistita, che vigilerà sul funzionamento della legge 40, e quella sulla crioconservazione. «Per le linee guida — spiega Roccella al Corriere — ci vorrà qualche mese ma le differenze tra centro e centro rimarranno perché sono una conseguenza della sentenza della Corte Costituzionale che dà una maggiore responsabilità al medico. Noi, intanto, daremo indicazioni di massima attraverso la Società italiana di ginecologia. Il divieto di crioconservazione, comunque, è rimasto ma con delle deroghe». Ma se un centro decide di fecondare sei ovociti e, ottenuti tre embrioni, trasferirne solo due, congelandone uno, è nella legalità? «Sì, lo è — risponde Roccella —. Comunque questi dubbi si supereranno con le linee guida ma il problema ora è adeguarsi all’Europa. Bisogna rifare tutto. In Italia non tutti i centri possono offrire i livelli di qualità che vengono richiesti adesso. Per questo abbiamo bisogno di tempo. E a quel punto anche le ispezioni diventeranno un obbligo»

Monica Ricci Sargentini

http://www.corriere.it/salute/09_maggio_27/fecondazione_centri_senza_regole_d1569a38-4a6c-11de-90df-00144f02aabc.shtml

Una Risposta to “Fecondazione, i centri senza regole”

  1. francesca Says:

    Anche io,qualche anno fa,mi sono sottoposta,come tante altre donne,a cicli di fecondazione per avere una gravidanza,e proprio mentre la legge veniva approvata.E’ uno shock fisico e psicologico.
    C’è solo da sperare che la libertà personale non venga violata,nel rispetto della madre,innanzitutto,e del possibile nascituro.

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