La valanga che travolse l’arte

imagesMostre e libri per i cento anni dalla pubblicazione del manifesto futurista

Come spesso accade quando la storia centrifuga un movimento come il Futurismo, così innovativo e anticipatore del nostro modo di comunicare, si corre il rischio di surgelarlo come un cibo precotto. Quest’anno si festeggia (o si commemora) il centenario della pubblicazione del Manifesto futurista sulla prima pagina de  “Le Figaro”. Quando Marinetti scrisse i suoi celebri “comandamenti” che cominciavano con il violento “noi vogliamo cantare l’amor del pericolo” aveva già intuito che l’informazione spesso precede gli avvenimenti. Nel momento in cui pubblicava il suo manifesto, Marinetti stava bluffando, poiché non aveva ancora né iscritti, né simpatizzanti. Quello che lui chiamava “movimento futurista” era ancora, e tutto, solo nella sua testa.
In realtà Marinetti ebbe l’onore di pubblicare le sue idee rivoluzionarie sulla prima pagina del prestigioso giornale francese perché si era finto innamorato della figlia del maggiore azionista de “Le Figaro”. La trovata era degna di quello strano poeta sbarcato in Europa dall’Egitto che aveva deciso di diventare un personaggio. E come tale, si trasformò da dandy eccentrico a istrione spudorato, completo di papillon, bombetta e baffi svettanti.
Se oggi ancora si parla di futurismo non si può ignorare il suo inventore o, peggio, citarlo “tra gli altri”. Perché è alle geniali intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti che si deve il nostro attuale modo di comunicare sfruttando la proliferazione del messaggio e della velocità – vedi sms ed e-mail. L’epoca delle comunicazioni di massa Marinetti l’aveva prevista più di cent’anni fa.
L’estetica rivoluzionaria che egli riuscì a imporre, aggregò intorno a lui un gruppo di artisti che avevano capito l’importanza di aderire a un’arte nuova. Tutti avevano una forte identità individuale. Basti pensare a Balla che al momento dell’adesione al futurismo, era già un maestro con importanti esperienze e risultati alle spalle.
Al primo manifesto della pittura dell’11 febbraio 1910 aderirono Boccioni, Severini, Carrà, Russolo, Balla. Il toscano Severini che viveva a Parigi fece da ponte tra cubismo e futurismo. Fu lui a guidare Boccioni nella visita degli studi parigini dei maggiori scultori d’avanguardia, stimolando l’artista italiano a elaborare il successivo manifesto della scultura.
Analizzando però l’itinerario percorso dal futurismo nei primi cinquant’anni del Novecento, non si comprende l’ostinazione di alcuni studiosi a confinare il movimento in una manciata di anni che arrivano a stento alla prima guerra mondiale. In realtà il futurismo con le sue idee aveva messo in moto una sorta di valanga che avrebbe travolto tutti i campi dell’arte. Dalle arti applicate all’architettura, dalla grafica alla letteratura, dalla musica alla fotografia.
In questi mesi in tutto il mondo proliferano mostre in cui sembra che ogni curatore voglia dire la sua sul tema, da Parigi a Roma, da Milano a Londra. Quasi che dietro al futurismo duellino due diverse teorie:  quella più radicale, che considera futuristi solo i padri fondatori, e quella più liberale che riconosce tutte le esperienze fino all’aereopittura. Periodi segnati da nomi illustri come Depero e Prampolini, Dottori e Regina, Zátková e Benedetta e tanti altri che sarebbe assurdo ignorare.
Le due mostre italiane che meglio hanno elaborato questi concetti sono la rassegna a Palazzo Reale di Milano (“Futurismo 1909-2009, velocità, arte, azione” aperta fino al 7 giugno) e quella romana appena chiusa alle Scuderie del Quirinale, che nel titolo – “Futurismo, avanguardia-avanguardie” – ha apparentemente racchiuso quel senso d’incertezza che ha percorso il suo allestimento.
La mostra romana, proveniente dal Centre Pompidou di Parigi e ora diretta alla Tate di Londra, pur proponendo opere di assoluto valore, ha purtroppo mostrato alcune lacune. In particolare ha offerto molto spazio ad artisti tutto sommato minori finendo col mortificare grandi firme come quelle di Boccioni o di Balla – anche se la Bambina che corre sul balcone del 1912 resta un’opera incantevole.
Sappiamo quanto sia complesso e difficile ottenere i prestiti per questo tipo di rassegne, e quindi se Balla è ben rappresentato a Milano non può esserlo altrettanto a Roma, ma come giustificare il fatto che un quadro significativo come La città che sale del 1910 di Boccioni, presente a Parigi e già prenotato per Londra, sia stato assente a Roma (anche se pubblicato in catalogo)? Soprattutto spiace avanzare alcuni appunti all’allestimento poco godibile, in particolare nella sezione dedicata alle avanguardie europee, dove si affollavano, come in una polverosa quadreria ottocentesca, le pur belle opere di artiste russe come Gonèarova, Popova, Exter, fino a Sonia Delaunay. Sono state ignorate grandi protagoniste del movimento italiano, ma soprattutto il resto, da Léger a Picasso, e stato esposto in un assemblaggio piuttosto confuso. In questo senso non sono state certamente aiutate le scolaresche che nei mesi scorsi hanno gremito le sale.
Va tuttavia detto che la mostra ha comunque proposto opere bellissime, a volte anche inedite. Forse il rammarico è sopraggiunto nel verificare come l’euforica voglia di vivere e di cambiare il mondo che ha caratterizzato il futurismo, sia stata in qualche modo banalizzata da un genius loci privo di immaginazione.
La mostra di Milano sembra funzionare di più. Forse perché ha affrontato con umiltà e senza pregiudizi il movimento anche dal lato didattico, cercando di comunicare al pubblico le ragioni che lo hanno reso grande e ancor oggi attuale.
Contemporaneamente a questa febbrile attività di mostre sono usciti una serie di libri che affrontano il futurismo a trecentosessanta gradi. Tra questi piace ricordare il volume di Fabio Benzi – Il futurismo (Milano, Federico Motta, 2008, pagine 384, euro 135) – che, per la sua complessità e l’analisi originale, offre un precedente prezioso non solo per gli studiosi, ma anche per chi desidera approfondire le proprie conoscenze su un movimento che ha subito l’emarginazione di un dopoguerra che lo considerava troppo compromesso politicamente. Ma questa è un’altra storia.

Sandro Barbagallo

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#14

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