Dittatura, il destino immeritato della Tunisia

imagesIl regime tunisino sta investendo enormi somme di denaro in pubbliche relazioni per migliorare la propria immagine, in particolare nelle capitali occidentali, ma è ancora lontano dall’essere in grado di nascondere la realtà dietro le cartoline turistiche

Ad una conferenza stampa, il 4 maggio, alcuni giornalisti che appoggiano il governo hanno impedito a Naji Bghouri, capo del Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (SNJT),  di terminare alcune osservazioni in cui faceva riferimento al declino della libertà di stampa in Tunisia. L’episodio ha mostrato che il regime del presidente Zine al-Abedine Ben Ali ha perso la pazienza perfino con un’organizzazione che esso stesso aveva contribuito a creare nel gennaio del 2008 per fare terra bruciata intorno ai giornalisti più critici del paese.

Il crimine di Bghouri e dei suoi giovani colleghi di orientamento indipendente è stato quello di prendere le distanze dai collaboratori di Ben Ali pubblicando un rapporto sulla libertà di stampa il quale, pur essendo critico, lo era molto meno di tutti i rapporti pubblicati negli ultimi anni dai gruppi internazionali che operano a difesa della libertà di stampa. La Federazione internazionale dei giornalisti ha lodato gli sforzi dell’SNJT per migliorare le condizioni dei giornalisti ed ha denunciato “l’intolleranza politica e la spietata ostilità nei confronti dei difensori della libertà di stampa e dei diritti umani”. Allo stesso tempo, però, il ministero delle comunicazioni tunisino ha lanciato una campagna per cacciare la dirigenza democraticamente eletta dell’SNJT e rimpiazzarla con una più malleabile.

Il regime tunisino ha usato lo stesso schema quando l’Associazione dei magistrati tunisini si è fermamente opposta all’interferenza del governo nei propri affari interni ed ha alzato la propria voce per difendere l’indipendenza della magistratura. Un consiglio filo-governativo è stato imposto ai magistrati nel 2005, e i membri del precedente consiglio indipendente, da quel momento in poi, si sono visti fortemente ridotta la propria libertà di movimento, e sono stati addirittura attaccati e intimiditi per le strade e nei tribunali.

La Lega tunisina per i diritti umani, la prima di questo genere nel mondo arabo, ha subito lo stesso destino. È stata sottoposta a pressioni considerevoli dalla polizia ed è stata di fatto paralizzata per aver resistito all’infiltrazione di membri filo-governativi. Il governo tunisino evoca spesso lo spettro dell’interferenza straniera come giustificazione per mettere a tacere di un’ampia varietà di voci potenzialmente indipendenti – che si tratti di attivisti nel campo dei diritti umani, di oppositori politici o di giornalisti indipendenti.

Ma il vero colpo di grazia per le voci indipendenti è rappresentato dal modo in cui il regime ha conservato il controllo assoluto sui mezzi di informazione. Anche se le autorità hanno messo in piedi una facciata di “allentamento” delle restrizioni, la legislazione dei media è piena di espedienti che favoriscono il controllo da parte del regime. Le licenze per le radio private, i canali televisivi e i giornali vengono date a giornalisti compiacenti o a persone vicine al regime. Ad esempio, lo scorso aprile, un genero di Ben Ali,  Sakher Materi, ha preso il controllo di As-Sabah, uno dei gruppi mediatici storici in Tunisia che, malgrado il declino nel corso degli anni, non aveva mai partecipato a campagne di diffamazione contro i nemici del regime. Il cambiamento nella politica editoriale è stato immediato: il quotidiano As-Sabah, fiore all’occhiello della compagnia, ora più che mai sembra uno strumento di disinformazione nelle mani del regime.

È difficile capire perché paesi con maggiori problemi economici, sociali e di sicurezza della Tunisia impongano meno restrizioni sui propri media e sulla società civile. Anche i critici del carismatico e autocratico predecessore di Ben Ali, Habib Bourghiba, riconoscono che la stampa e le organizzazioni non governative erano meno imbavagliate prima del suo allontanamento nel 1987.

La Tunisia ha fatto passi da gigante nelle aree vitali dell’istruzione e della cultura, creando di conseguenza un’ampia classe istruita. Questi successi hanno permesso alla nazione di evitare situazioni come quella algerina, e di creare istituzioni forti che le hanno consentito di prevenire l’anarchia politica che si è verificata invece in Libia. La Tunisia, che più di 50 anni fa sembrava essere la miglior candidata a divenire una democrazia del Medio Oriente e del Nord Africa, è oggi una dittatura.

Si registra ormai il secondo decennio di deterioramento delle libertà, che ha spinto un numero sempre maggiore di giovani tunisini a lasciare clandestinamente il paese per unirsi a gruppi armati islamici in Algeria, Iraq, Pakistan e Afghanistan. Molti hanno perso la vita o sono finiti in prigione, compresa quella di Guantanamo, perché sono cresciuti in un regime spietato che si oppone ai diritti umani fondamentali e all’idea del cambiamento sociale e politico attraverso mezzi pacifici. E non è finita qui. Ben Ali si candiderà per la rielezione il prossimo ottobre. La vittoria prolungherebbe la sua presidenza fino al 2014, rendendolo, all’età di 72 anni, di fatto presidente a vita.

Alcuni osservatori si riferiranno alla situazione in Tunisia come ad una “gentile oppressione”. Questa descrizione erronea è rafforzata dall’appoggio dei paesi occidentali al regime di Ben Ali. Nell’aprile 2008, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha dichiarato che la “sfera delle libertà” in Tunisia si stava ampliando. Questa affermazione notevolmente miope ha provocato indignazione tra gli attivisti in Tunisia e all’estero.

Il regime tunisino sta investendo enormi somme di denaro in pubbliche relazioni per migliorare la propria immagine, in particolare nelle capitali occidentali. Ben Ali ha avuto successo nel rendere la Tunisia una destinazione turistica popolare, ma il suo regime è ancora lontano dall’essere in grado di nascondere la realtà dietro le cartoline turistiche. La sua crudele oppressione può solo promuovere ulteriore violenza ed intolleranza nelle giovani generazioni tunisine.

Bassam Bounenni è un giornalista tunisino residente in Qatar

http://www.medarabnews.com/2009/05/28/dittatura-il-destino-immeritato-della-tunisia/

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