Piccola Posta di Adriano Sofri

imagesTitolo di un trafiletto sulla pagina degli spettacoli della Stampa di ieri: “Placido: follia, nel ’68 simpatizzai con le Br”. Altro che follia. Ma il corto circuito dell’inconsapevole titolista è a suo modo esemplare. Non solo per l’errore di dieci anni (Michele Placido rivela di aver addirittura simpatizzato per le Br durante il rapimento di Moro) ma per l’assegnazione al ‘68 di Br, Moro e tutto. Il ’68 non è più un anno: è un’epoca, uno stato d’animo, una malattia mentale, un crimine organizzato. Placido, che sta finendo il suo film sul ’68 intitolato “Il grande sogno”, nell’intervista qui riassunta lo chiama “una pura follia”. C’è un momento, prima nei fatti, poi, molto più tardi, nella memoria, in cui il sogno diventa follia. (“Cercare un sogno che conduce alla pazzia”, Guccini, Dio è morto, 1965).

Quando si guarisce, e Placido sembra credere di esserne guarito, si ha paura di ricominciare a sognare, e se lo si fa, si corre dall’analista. Perché ormai si pensa di sapere che se Dio muore è per tre giorni, e non risorge.

26 maggio

Un film carcerario, particolarmente “duro”, come ci dicono i critici, ha avuto un gran successo a Cannes. Perché la gente detesta le galere e i loro abitatori e non ne vuol sapere, e metà dei film che si guarda in poltrona in prima serata si svolgono in galere? Perché le immagini della galera attraggono tanto gli sguardi? Che cosa rende chi le guardi curioso e vergognoso, come chi guardi della pornografia, o – esperienza molto simile – gli animali in gabbia di uno zoo, esposti peraltro alla pubblica vista, e fino a poco fa – forse ancora – alle visite guidate delle scolaresche? Perché non si guidano le scolaresche a guardare i detenuti, e schernirli, e gettare loro noccioline, e compiangere certe espressioni tristi dei loro occhi, come se capissero? Le galere sono un luogo di indecenza. Dopo il Grande Fratello e i suoi innumerati epigoni, il meccanismo è diventato familiare. Però il Grande Fratello è un luogo d’indecenza concepito per esser guardato dal pubblico universale. Doppio meccanismo: la chiusura e la segregazione, la cecità dall’interno all’esterno, e la visibilità ininterrotta e senza riserve dall’esterno all’interno. Gli uni sanno che gli altri sanno, il che accresce l’indecenza e insieme l’inautenticità, riscattata sporadicamente dal controllo perduto di chi sta dentro, perché i corpi reclusi in spazio ristretto finiscono per reagire secondo natura, la natura dei topi da esperimento. E però, oltre al contratto esplicito fra cavie e pubblico, c’è, a rendere incolmabile la distanza, l’abbondanza: lo spazio intanto, che non è affatto stretto, benché sembri, a quei piccoli ambiziosi di tempra leggera, soffocante ed esasperante, e poi la mescolanza, anzi coltivata e sobillata, dei sessi, e tanta roba da mangiare e da bere, benché sembri, a quella brigata di aspiranti alla notorietà, di fare la fame, di morire di fame. Dunque, quello che vi sembri d’aver capito, guardando Grande Fratello e simili, non vi illuda: non avete capito niente. Vi siete solo dimenticati di che cos’è all’origine il Grande Fratello, e l’occhio che vi segue dovunque, in qualunque momento: pornografia, persecuzione oscena per definizione, perché uno sguardo che vi segua sempre ovunque, sia quello di Dio o della mamma delle minacce d’infanzia, vi spoglia del fondamento dell’umanità, e anzi di qualcosa che viene prima dell’umanità: avete osservato gli animali che cerchino un riparo alle loro funzioni corporali, che mangino o bevano o defechino o si accoppino, o alle ferite o alla malattia, sapendo che la vista altrui nel momento della vulnerabilità e della vergogna è micidiale, perché l’occhio dell’altro è occhio di cacciatore e di schernitore. Quando si accorsero di essere nudi, i Progenitori corsero a nascondersi in un canneto. Come gli altri animali, gli umani hanno bisogno d’esser nudi a volte, e allora d’esser protetti dallo sguardo altrui. In galera si è nudi agli occhi del carceriere, invisibili agli occhi del restante genere umano, che se ne sente esonerato, e se ne risarcisce al cinema e in televisione, con uno sguardo da carceriere senza colpa.

http://www.ilfoglio.it/piccolaposta/213

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