Dostoevskij

imagesI risultati stupefacenti dell’occidentalismo

“Anja, Anja ricordati che non sono un vigliacco, sono solo un giocatore appassionato!”. Con espressioni come questa, pescata in una tumultuosa lettera di scuse del 28 aprile 1871 scritta da Visbaden alla moglie Anna Gregorev’na, Fëdor Michailovic Dostoevskij, vittima per l’ennesima volta del demone del gioco, confessa di aver perso alla roulette i 3o talleri che la consorte gli ha appena spedito.
Soffrendo e gemendo come l’ubriacone Marmeladov di Delitto e castigo – o come un altro dei suoi tanti personaggi più deboli e miserabili – il romanziere che proprio in quei mesi sta lavorando alla stesura de I demoni, ancora una volta sperimenta quella che per tutta la sua vicenda esistenziale sarà a un tempo una condanna e una grazia:  l’impossibilità di scindere la realtà dal romanzo; la finzione dall’autobiografia; la grandezza di introspezione illuminata dalla fede in Cristo, ma indisgiunta da una “legione” di fragilità personali, fisiche e morali.

 
Il destino grandioso e drammatico di una delle menti più alte di tutta la letteratura occidentale si riflette in ogni sua pagina come sulle tessere di un mosaico. Proprio ne  I demoni lo scrittore del resto cerca più che mai di sottolineare il carattere antinomico e contraddittorio del destino umano.
Nel 1869 aveva fissato sulla carta il suo progetto:  “Ho intenzione di scrivere un grande romanzo, il cui soggetto sia l’ateismo, più precisamente:  una parabola dell’ateismo. Non sarà un’opera di critica, ma un vero poema. Il suo scopo è quello di realizzare una sintesi in cui si integrino la mia filosofia e la mia arte (…) Scrivere quest’ultimo romanzo; poi non importa se muoio, perché avrò detto tutto”. Le vicende della cronaca contemporanea, anche le più sordide, crudeli e disperate, da sempre hanno attratto l’attenzione del pensatore russo che scrutando come un aruspice tra le viscere del contingente si affaccia sul secolo futuro. Come nel dialogo tra Ivan e Alësa Karamazov – che fa da prologo alla famosa Leggenda del Grande Inquisitore – è raccolto un saggio di atrocità compiute sui bambini, così per la trama de I demoni, Dostoevskij si avvale di una fosca vicenda di cronaca che tanto ha scosso l’opinione pubblica della Russia zarista:  quella, risalente al 1869, dei terroristi anarchici che fanno capo a Sergei Gennadievic Necaev e che culmina con l’assassinio dello studente Ivanov, crimine compiuto dallo stesso Necaev. Dietro allo storico cofondatore – con Bakunin – della società segreta Volontà del Popolo, è riconoscibile il volto di Pëtr Stepànovic Verchovenskij, mentre Ivan Pavlovic Satov evidentemente richiama nella figura e nella sorte il povero Ivanov. Ma I demoni come ha osservato Pavel Evdokimov, non è un pamphlet politico sul nichilismo russo del xix secolo. Anzi, limitarsi a questo orizzonte sarebbe ignorare la più profonda intuizione di Dostoevskij. Siamo invece di fronte a una vera e propria “fenomenologia del nichilismo, dell’ateismo universale, attraverso l’analisi della sua “formula sociale””. Anche Nikolaj Berdiaev del resto avverte che la visione di Dostoevskij non si riferisce alla società del suo tempo ma riguarda l’avvenire. E qui non si allude soltanto alla rivoluzione russa poiché in Aleksej Nilic Kirillov troviamo il precursore di Nietszche profeta di Dioniso e della sua scienza gaia che al culmine superomistico dell’autoaffermazione si suicida. Mentre il gelido, magnetico, luciferino Nikolaj Vsevolodovic Stavrogin, intorno al quale ruota tutto il romanzo è l’icona del nulla; annoiato, indifferente, lucidamente preferisce le tenebre alla luce. Nella sua fisionomia vi è molto di quel Nikolaj Alexandrovic Spechnev, figura-chiave del gruppo di socialisti utopici di Petrasevski che nel giovane Dostoevskij aveva esercitato un fascino “mefistofelico”.
Ma nel delirio del male commesso – o seminato a seconda delle circostanze e delle inclinazioni dei singoli – proprio quando s’illude di giganteggiare a Stavrogin cade la maschera che rivela un volto meschino, banale e ridicolo. E quindi insostenibile.
L’ispirazione primigenia del romanzo è evangelica:  proprio per questo ha in sé la facoltà di porre domande vive in ogni tempo e in ogni contesto.
Nel leggere il passo di Luca sull’indemoniato di Gerasa si accende la luce che accompagna l’intreccio di tutta la narrazione. “I fatti dimostrano come la malattia sia più grave di quanto abbiamo immaginato – annota Dostoevskij. “Qui avviene quanto racconta l’evangelo di san Luca. I demoni abbandonano l’ossesso e entrano in un branco di porci. L’uomo guarito siede ai piedi di Gesù (…) È il soggetto del mio romanzo”.
È impossibile andare al fondo dell’opera dostoevskiana se si pretende di ometterne la natura fondamentalmente cristiana e quindi tutta protesa sull’umanità e sul suo destino. È significativo rileggere quanto ne Il diario di uno scrittore, a proposito dei riferimenti necaeviani de I demoni, risalta in uno scritto del 1873:  “Una delle falsità contemporanee”. In questa pagina Dostoevskij risponde polemicamente ad alcuni critici che avevano affermato come “un fanatico idiota del tipo di Necaev” potesse “trovare dei proseliti soltanto tra la gioventù oziosa, deficiente e niente affatto studiosa”. Ad avvalorare l’affermazione gli stessi critici avevano aggiunto alcune dichiarazioni del ministro della pubblica istruzione che, in quei giorni a Kiev – siamo nel 1873 – dopo aver visitato le istituzioni scolastiche di sette circoscrizioni ha dichiarato “che negli ultimi anni la gioventù si comporta in modo incomparabilmente più serio nei riguardi dell’attività scientifica e lavora incomparabilmente di più e con maggiore impegno”. Il fatto è, osserva Dostoevskij, che non sta scritto da nessuna parte che i Necaev debbano essere dei fanatici. E nemmeno che i loro giovani proseliti debbano essere oziosi, e perdigiorno. “Io stesso – dice il romanziere (ricordando i suoi trascorsi giovanili, e sediziosi, del circolo petrasevskiano, per cui aveva fatto l’esperienza del carcere e della condanna a morte poi commutata con la deportazione in Siberia) – sono un vecchio “necaeviano”. Anch’io sono stato sul patibolo condannato a morte, e vi assicuro che mi ci trovavo in compagnia di persone istruite”.
Il pensatore russo suggerisce di stare in guardia sul razionalismo e sul positivismo che impregnano l’Europa postilluminista:  “Tutti questi Mill, questi Darwin, questi Strauss hanno un modo molto curioso di considerare i doveri morali dell’uomo moderno (…) eppure un giovane russo potrebbe forse rimanere indifferente all’influenza di questi capi del pensiero progressista europeo, e di altri simili a loro, e soprattutto al “lato russo delle loro dottrine”? (…) Questa buffa espressione mi sia perdonata – dice Dostoevskij – perché il lato russo esiste davvero. Esso consiste nelle deduzioni da queste dottrine, che in forma di assiomi incrollabili, si fanno soltanto in Russia; mentre in Europa, a quel che si dice, la possibilità di queste deduzioni non si sospetta neppure”. Qui il pensatore osserva che nessuno di questi maestri dell’Occidente insegna espressamente a commettere scelleratezze, anzi adorano l’umanità nel suo complesso, dottrina che non potrebbe apparire più nobile ed elevata. Ma odiano Cristo. Strauss, ad esempio “si è posto come scopo di tutta la propria vita quello di dileggiare e vituperare il cristianesimo”. Proprio per questo per Dostoevskj il termine “occidentalismo” sarà sempre sinonimo di ateismo.
“Una volta ripudiato Cristo, l’intelletto umano può giungere a risultati stupefacenti. È un assioma. L’Europa, per lo meno nei maggiori rappresentanti del suo pensiero, ripudia Cristo, e noi, com’è noto, siamo obbligati a imitare l’Europa”. Nel suo chiaroveggente colpo d’occhio Dostoevskij si preoccupa per il suo popolo:  un popolo teoforo e sofferente; inscindibilmente legato alla terra, alle icone, alla fede umile e saggia della santa madre Russia sulla quale egli già coglie i segni premonitori e minacciosi di un lungo e terribile inverno. Oggi, al di là degli sviluppi storici, delle ideologie e dei sistemi, la lezione de I demoni assume una valenza universale e si rivolge alle coscienze:  alla nostra idea di libertà e alle nostre contraddizioni.

Raffaele Alessandrini

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#12

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