Viaggio a Moradabad (India), la fabbrichetta globale

imagesvillaggi si svuotano, le officine urbane chiamano lavoro. Operai sotto la soglia di povertà e imprenditori che fanno politica, le caste e le promesse di «sviluppo»

 

Il 70% della popolazione indiana è rurale, dicono le statistiche. E però, un giro nella pianura del Gange fa dubitare di cosa sia rurale e cosa sia urbano. Moradabad per esempio è descritta come un grosso borgo semi-rurale nel Terai, regione occidentale dell’Uttar Pradesh (uno stato che da solo fa 190 milioni di abitanti), terra fertile e ben irrigata. Il «borgo» in effetti conta 2 milioni e mezzo di abitanti (quanto Roma), è una città cresciuta sulla sua principale industria, i manufatti d’ottone prodotti in decine di fabrichette: gran parte degli ottoni esportati dall’India sono fatti qui. E’ vero però che la città resta semi-rurale nella sua struttura – il tradizionale centro di mercatini e bazaar, i vecchi capannoni industriali di mattoni rossi attorno alla ferrovia, poi anche nuovi «family restaurant» con pretese di modernità e spazio giochi per bambini, cartelloni che pubblicizzano saloni di bellezza e «english schools», zone di nuove casette color confetto che cercano di isolarsi dall’abituale caos della strada – baracchini, camion, carri trainati da muli.
L’India rurale e quella urbana qui si mescolano. La famosa industria degli ottoni è semiartigianale, per lo più piccole officine con pochi operai ciascuna, persone capaci di fare lavori minuziosi e sapienti con martello e pochi altri strumenti – e che intanto si avvelenano la vita con acidi e sostanze tossiche necessarie a lavorare il metallo, uomini che lavorano senza guanti o maschere di protezione e quando alzano lo sguardo dal lavoro hanno la faccia verde di chissà quale polvere tossica. Fabbrichette raccolte a grappolo in villaggi diventati periferia urbana, tra stradine di terra e pozzanghere dove ristagnano reflui delle officine e proliferano le zanzare.
Il sociologo Dipankar Gupta, che ha studiato a lungo l’India rurale, calcola che il 55% degli abitanti dei villaggi definiti rurali vivono di lavoro non agricolo (vedi qui accanto). La conferma empirica me la dà Sangeeta Bijlani, ex modella e attrice di Bollywood, donna intelligente e appassionata che ha girato le campagne e i suburbi industriali di Moradabad e ha visto villaggi agricoli popolati solo da donne, perché gli uomini di giorno sono a lavorare in quelle fabbrichette, o comunque in città. Descrive strade polverose pronte a trasformarsi in torrenti di fango quando arrivano le piogge monsoniche, donne che non sanno come raggiungere l’ospedale pubblico in città, la tubercolosi che uccide («anche se sarebbe curabile!»). Riferisce i problemi delle sue interlocutrici: manca l’elettricità, vorrebbero mandare i figli a una buona scuola così troveranno un buon lavoro, ma la scuola non c’è, ogni politico che passa per le elezioni promette qualcosa ma poi non cambia nulla… «E’ un’India che non avevo mai incontrato», dice con candore l’attrice: ci si è imbattuta facendo campagna elettorale per suo marito, l’ex campione di cricket Azaruddin, candidato dal partito del Congress e appena eletto deputato proprio qui, circoscrizione di Moradabad.
La campagna elettorale del campione di cricket ha offerto un altro spaccato di questa India non più solo rurale e non ancora urbana. Per organizzarla e sostenerla sono scesi in campo alcuni imprenditori, locali e non. Jamil Ajmal Saidi, giovane presidente di una società petrolifera con sede a New Delhi, vero organizzatore della sua vittoria elettorale, ci dà le coordinate politico-sociali della regione: l’industria dell’ottone attorno alla città e la coltivazione di canna da zucchero nella parte agricola della circoscrizione; una forza lavoro di 2 milioni di persone in gran parte sotto la «soglia di povertà». L’ho incontrato nel salone della foresteria di un’università locale, che è stata il quartier generale del candidato del Congress durante la campagna – a sera tardi, quando lo staff siede infine a cena e i notabili della città si radunano per incontrare il candidato. «Di cosa parliamo agli elettori? Della legislazione del lavoro, bisogna rafforzare le norme che proteggono i lavoratori. Poi dell’istruzione: è un problema grave. Le scuole di stato sono pessime, i bambini non imparano granché, ma la gran parte delle famiglie non ha soldi per mandarli alle Public schools» (che a dispetto del nome sono private, ndr).
«Poi c’è il problema dell’elettricità: questa è una regione fertile ma non riesce a trarre profitto dalla sua agricoltura. È la maggior zona di produzione di mentolo, che però viene comprato da grandi multinazionali a basso costo, non lavorato perché qui mancano gli impianti. Così i manghi, frutto che va smaltito in fretta quando matura: quasi metà del raccolto va buttato, gli agricoltori lo svendono ancora sull’albero pur di ricavarne qualcosa. E’ ovvio che sarebbe molto più redditizio lavorarlo qui, fare succhi e corserve, però senza energia nessuno investe in impianti agroalimentari». Ma da vent’anni non si costruisce una centrale elettrica, dice. «Le questioni che interessano agli elettori sono queste. E poi mancano fognature, sia nelle zone industriali che in quelle residenziali. La città puzza, le zanzare proliferano, con i 45 gradi d’estate si diffondono malattie. Su questo noi abbiamo combattuto la nostra campagna».
Poi c’è la parte politica, aggiunge Saidi. «Il sistema è tutto basato sulle caste e comunità. Musulmani, takkur, jaat, dalit…». L’imprenditore indica le persone che chiacchierano sui divani: quello è il presidente della maggiore associazione di brahmini, quello rapresenta un gruppo di jaats, là c’è un pezzo grosso della camera di commercio… («Quando uno di questi signori viene a garantire l’appoggio dei suoi, sono decine di migliaia di voti che si spostano»). Ma noi, conclude, «chiediamo un sostegno attraverso le divisioni di casta e di comunità».
È stato il principale messaggio del partito del Congress, in queste zone in grande mutamento sociale: «sviluppo», in questo caso sinomimo di decollo della crescita economica insieme a buone infrastrutture e politiche sociali. In una conferenza stampa per i reporter locali la parola secularism è la più pronunciata. Il partito del Congress ha investito energie per «riconquistare» questo stato, perso negli ultimi vent’anni a favore di alcuni partiti variamente definiti come «regionali» o «di casta»: ed è interessante che sia riuscito a riconquistare il voto e l’egemonia proprio parlando di politiche sociali e laicità. Ha rivendicato l’eredità dei cinque anni di governo appena conclusi: «Il programma per sollevare gli agricoltori dal peso dei debiti che a volte li spinge al suicidio, il programma di lavoro minimo garantito per la popolazione rurale», elenca Parvez Hashmi, deputato al parlamento statale dell’Uttar Pradesh e segretario del direttivo nazionale del partito del Congress, che incontro all’ingresso di Moradabad, nella hall tutta marmi e aria condizionata di un improbabile hotel cinque stelle nella desolazione della periferia semiurbana. «I cittadini sono stufi di slogan faziosi, così si perde l’obiettivo dello sviluppo per tutti. Noi non promettiamo privilegi a questa o quella casta o comunità: questo è secularism». Il risultato del voto gli ha dato ragione: sconfitto in modo sonoro il maggiore partito di opposizione, il Bjp, destra nazionalista hindu – probabilmente rimasto appiccicato alla sua immagine di partito contro le minoranze, in particolare i musulmani, il partito «comunalista» (termine che qui indica la contrapposizione delle identità di comunità e religione), anche i partiti con base «di casta» sono in declino. Dice Saidi : «Non è perché Azaruddin è musulmano che abbiamo chiesto il voto ai musulmani, ma perché lavorerà per tutti, per lo sviluppo, e per la società laica».
Resta una curiosità: perché un businessman prende un paio di mesi di «congedo» dalla sua attività per fare una campagna elettorale? «Perché Azaruddin è un amico», taglia corto Saidi. La risposta viene invece da Moeen Qureshi, imprenditore della vicina Rampur, un altro borgo del Terai (fondato però sulla canna da zucchero, ora in crisi, e sulle fabbrichette di bidi, le piccole sigarette indiane di tabacco arrotolato da schiere di donne malpagate). Lui è padrone di un’industria alimentare, controlla l’80% del mercato indiano dei budelli per salsicce, quando è al paese vive nella grande magione di famiglia cinta da alti muri nell’intrico di vicoli di un modesto quartiere musulmano – casa aperta a visitatori e ospitale anche con l’occasionale giornalista di passaggio. Perché un imprenditore di successo mette il suo tempo in una campagna elettorale? «Siamo sempre stati una famiglia politica. Hai visto il nome di questa via? È intitolata a mio nonno. C’è chi si candida in prima persona e chi spinge altri a candidarsi», spiega. Lui i politici li «fà», li sostiene, gli procura appoggi: ha lavorato a Moradabad per il candidato del Congress e a Rampur per la candidata di un altro partito, il progressista-caste basse rurale Samashwadi party («sono del Congress, ma me lo ha chiesto un amico… e poi in politica non esistono amici e nemici per sempre, le alleanze vanno secondo la situazione»). Perché, dunque? «In una piccola città non puoi fare un’attività economica se non sei anche in politica: hai bisogno connessioni. Il sistema di licenze ereditato dai britannici è cambiato solo in parte, e poiché ogni norma ha le sue eccezioni e scappatoie, ti servono buone connessioni se vuoi curare le tue attività. Non c’è business senza connessioni politiche».

Marina Forti

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090530/pagina/08/pezzo/251111/

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