L’era della società azienda

imagesUn modello vincente, dalla vita economica a quella politica: la provocazione di una giovane filosofa

I manager hanno conquistato il mondo. I grandi guru dell’impresa hanno sostituito gli antichi eroi classici, che aspiravano alla gloria ed erano pronti a sacrificarsi per una causa, e anche i leader politici (Mao, De Gaulle, Kennedy), un tempo celebrati e adorati. Oggi il manager ipermedializzato appare investito di poteri sovrannaturali, e lo si giudica sulla base delle idee innovative e sulla capacità di trasmettere e conquistare il consenso. Chi si ferma è perduto, per cui il management vincente è quello che riesce a imporre idee non realistiche bensì visionarie: far vedere quello che non c’è e che invece potrebbe esserci. Proiettarsi continuamente nel futuro, questa è la formula vincente della nuova cultura del dominio.

In un libro brillante e provocatorio, Estensione del dominio della manipolazione (Mondadori, pp. 202, e18), Michela Marzano, una giovane filosofa italiana, che insegna in Francia, ha esposto la sua visione dell’attuale società dominata da modelli di successo proposti e praticati dalle imprese. Viviamo nell’era delle imprese, di cui i manager sono i profeti e il management la filosofia pratica. Per management non si intende tanto l’organizzazione e il coordinamento all’interno dell’azienda, quanto invece «ciò che riguarda l’estensione dell’ideologia del controllo e della gestione al “saper essere”», sia in ambito professionale sia negli altri ambiti della vita.

Detto altrimenti, l’attuale organizzazione del lavoro è fondata sul superamento della divisione tra vita lavorativa e vita privata. L’impiegato, figura dominate nella nuova società, si trova sistematicamente «fuso» negli obiettivi aziendali e spogliato della propria vita privata. Il dipendente modello, scrive Michela Marzano, è «un individuo impegnato che deve credere nel suo lavoro e trovarvi motivo di felicità: elastico, flessibile e versatile, deve riuscire a trovare esaltante tutto ciò che è alienante». Ogni lavoratore è stretto in una sorta di double bind: essere autonomo, indipendente e creativo, e insieme più vincolato, dedito all’azienda e ai suoi obiettivi. Ma come si è arrivati a tutto questo?

Fino agli anni Settanta esistevano due universi, diversi e contrapposti: quello dei salariati e quello dei padroni. I loro sogni, costumi, usi e punti di riferimento erano spesso opposti e in conflitto. Dopo un periodo di transizione, segnato da una serie di conflitti molto acuti in Europa, il modello d’organizzazione del lavoro, e la sua stessa ideologia, è mutato. La logica della piramide, al vertice i padroni e i dirigenti, si è rovesciata secondo la ricetta sintetizzata nel 1984 da Jan Carlzon, amministratore delegato della compagnia aerea Sas. Nel saggio La piramide rovesciata Carlzon sosteneva che i dirigenti dovevano comportarsi come «guide», e contare sulla collaborazione dei dipendenti, stimolando la creatività e la partecipazione del personale dell’azienda.

Negli anni Ottanta arriva in Europa la «filosofia Toyota», fondata sulle sperimentazioni giapponesi degli anni Cinquanta nella fabbrica automobilistica. Il sistema si basa sulla produzione solo di autovetture ordinate; si produce con il just in time. Prima bisogna vendere, poi produrre. Questo sistema mette fuori corso il taylorismo. Si comincia a parlare di competenze, know how, qualifiche sociali. Il passaggio successivo, spiega Marzano, è quello dello sviluppo del concetto di «risorse umane», che all’inizio indica l’insieme del personale. Siamo entrati nell’epoca del «management partecipativo». La pressione non è più esterna, come nel sistema tayloristico, con il controllo dei tempi e delle mansioni direttamente alla catena, bensì interna: il lavoro di gruppo. Ognuno dei lavoratori ha come un proprio guardiano interiore e il conflitto passa dalla relazione tra lavoratori e azienda alle relazioni tra lavoratori: gli individui si trovano in una condizione di perenne concorrenza per impieghi, incentivi, promozioni.

Questo si fonda però su un punto fondamentale: il lavoro è il fine ultimo della vita umana. Il passaggio non è banale poiché accade proprio in questo periodo, metà degli anni Ottanta, che dal lavoro alienato, dal rifiuto del lavoro, si passa all’idea del lavoro come realizzazione di sé. Appare quello che Richard Sennet in un libro famoso ha chiamato L’uomo flessibile: nasce un nuovo sistema d’obblighi per i dipendenti, flessibilità nelle mansioni, ma anche più vincoli rispetto agli obiettivi condivisi da tutti e imposti dall’azienda. Di fatto, scrive Marzano, i lavoratori non sanno più bene quale sia il loro posto; s’illudono di essere inseriti nella scala gerarchica, mentre in realtà sono rotelle di un ingranaggio.

Il punto saliente dell’intera questione è proprio l’idea di lavoro. Come ha scritto Hannah Arendt in Vita activa, da mezzo di sussistenza il lavoro è diventato un valore. La filosofa distingue tra l’opera, che termina quando l’oggetto è compiuto, pronto per aggiungersi al mondo delle cose, e il lavoro che «gira indefinitamente nel vortice sempre uguale dei processi biologici degli organismi viventi, dove fatica e dolore hanno fine solo con la morte degli organismi medesimi». La stessa azione umana è qualcosa di diverso dall’attività lavorativa e riguarda, ad esempio, l’agire politico, non concepito come «lavoro». A partire dall’età classica della borghesia, il XVI secolo, il lavoro è divenuto il fine stesso dell’esistenza: non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare. L’intera retorica del management verte tutta su questo concetto dell’assorbimento della vita umana nel lavoro.

La figura con cui termina il XX secolo è poi quella del coach: il manager trasformato in allenatore. Come lo sportivo, anche il lavoratore deve essere aiutato a combattere, non tanto l’avversario esterno, quanto quello interno, «per liberare il proprio potenziale e migliorare la performance», secondo un’idea di Timothy Gallwey che ha oggi ampio corso. Così il ciclo della devozione incondizionata si chiude su se stesso e le idee del «management dell’allenamento» trasmigrano dalla vita economica a quella politica. Un altro cerchio si chiude. Durerà ancora, o invece l’attuale crisi del capitalismo aprirà ad altre prospettive?

Michela Marzano italiana di Francia
Michela Marzano è nata in Italia 39 anni fa, ma vive e lavora a Parigi.
È stata giudicata dal Nouvel Observateur tra i 50 pensatori più importanti di Francia.

Marco Belpoliti

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