Nessun vincitore all’orizzonte nella caotica guerra somala

imagesLa Somalia è dilaniata da un conflitto dimenticato, che vede principalmente contrapposti il governo provvisorio e le milizie Shabab. Queste ultime sono riuscite ad internazionalizzare il conflitto coinvolgendo combattenti stranieri provenienti da tutto il mondo – riferisce il corrispondente americano Jeffrey Gettleman

 

NAIROBI, Kenya – La Somalia è ancora una volta un teatro dove si sta combattendo una violenta battaglia, con jihadisti che si stanno riversando nel paese dall’esterno, preparandosi per il colpo finale per rovesciare il governo di transizione.Il governo implora aiuto, sostenendo che un numero maggiore di peacekeeper, più denaro e più armi potrebbero spostare l’ago della bilancia a svantaggio degli islamisti radicali.Ma la situazione potrebbe essere più critica di quanto le parti in causa sono disposte ad ammettere: la Somalia è divenuta teatro di una guerra che nessuno può più vincere, almeno non in questo momento.

Nessuna delle fazioni – il governo islamista moderato, le milizie radicali Shabab, gli esponenti religiosi sufi che controllano alcune parti della Somalia centrale, le milizie claniche che ne controllano altre, il governo autonomo del Somaliland nel nord-ovest e il governo semiautonomo del Puntland nel nord-est – è abbastanza potente, organizzata e gode di sufficiente sostegno popolare da poter sopraffare gli altri contendenti e porre fine alla violenza che ha ucciso migliaia di persone durante gli ultimi due anni.

Gli esperti di questioni somale ritengono che il confronto principale, quello tra il governo e le milizie Shabab, si trascinerà per mesi, alimentato dal sostegno esterno nei confronti di entrambe le parti. Le Nazioni Unite e gli stati occidentali considerano il governo di transizione, pur con tutta la sua debolezza, come il miglior bastione contro la pirateria e contro l’estremismo islamico in Somalia. Per questo motivo essi stanno investendo centinaia di milioni di dollari per la sicurezza del governo. Allo stesso tempo, le milizie Shabab sono mantenute in vita dall’afflusso di armi e combattenti, in gran parte, secondo quanto riportato, in arrivo attraverso la vicina Eritrea.

Le Shabab, più di chiunque altro, sono riuscite ad internazionalizzare il conflitto somalo e a sfruttare le proprie aspirazioni jihadiste per coinvolgere combattenti stranieri da tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Le Shabab, il cui nome in arabo significa “gioventù”, sono milizie i cui membri hanno per lo più meno di quarant’anni. Esse abbracciano la rigida versione dell’Islam wahhabita e, secondo quanto affermano diplomatici americani, sono guidati da un altro gruppo wahhabita più conosciuto: Al-Qaeda.

Ahmedou Ould-Abdallah, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Somalia, ha affermato che al momento ci sono parecchie centinaia di jihadisti stranieri schierati al fianco delle Shabab. Egli ha fatto notare che essi sono “più motivati, organizzati e addestrati” rispetto  ai tipici combattenti di strada somali, che normalmente sono adolescenti che vengono pagati qualche dollaro al giorno per lanciarsi in battaglia alla cieca con fucili Kalashnikov arrugginiti. Questi giovani combattenti somali conoscono la tattica militare tanto quanto ne sanno di scuola, il che non è molto. Le lezioni scolastiche sono state infatti fondamentalmente sospese negli ultimi 18 anni da quando il governo centrale della Somalia è caduto.

Ma anche le milizie Shabab hanno dei limiti. Durante le scorse settimane, le Shabab insieme ai loro alleati sono quasi riuscite a impadronirsi della capitale somala, Mogadiscio, e a sigillarne le vie di fuga. Alla fine, tuttavia, esse non sono riuscite ad occupare quelle poche – ma importanti dal punto di vista strategico – aree che il governo ancora controlla, come il porto, l’aeroporto e il palazzo presidenziale.

Le nuove reclute delle Shabab che provengono dall’esterno del paese hanno importato in Somalia i trucchi del mestiere di Al-Qaeda, come esplosivi comandati a distanza e attacchi suicidi. Ma come hanno mostrato l’Iraq e lo Sri Lanka, i ribelli hanno bisogno di più di questo per prendere il controllo di un paese. Hanno bisogno di una forza schiacciante o di un’ideologia convincente, e di una strategia di governo. Le Shabab non possiedono nulla di tutto ciò per ora. Il ruolo che più si confà a queste milizie attualmente è quello di predoni.

“Le Shabab non sanno governare”, ha affermato Hassan Gabre, un ingegnere in pensione di Mogadiscio. Egli ha detto che le Shabab sono semplicemente parte dell’industria della violenza della Somalia, e tentano di difendere “la situazione di anarchia”.

Gli esponenti religiosi delle Shabab sono pronti ad applicare la loro versione austera dell’Islam nei territori che conquistano. Recentemente essi hanno ordinato l’amputazione di una mano ai danni di un ladro dichiarato colpevole e poi hanno fatto penzolare l’arto senza vita e sanguinante di fronte ad una folla scioccata a Kismayo, una città portuale nel sud della Somalia. Ma questo potrebbe essere semplicemente uno spettacolo macabro marginale.

Il signor Ould-Abdallah ha fatto riferimento a un’ “agenda nascosta” e ha suggerito che il vero motivo per il quale le Shabab e i loro alleati detengono il controllo di Kismayo è dovuto ad una convergenza di sinistri interessi economici, quali il traffico di armi, di esseri umani e il traffico sottobanco di carbone. Egli ha affermato: “esiste una dimensione economica in tutto ciò”.

Ma non è sempre stato così. Le milizie Shabab erano una delle componenti fondamentali di un “mini-governo” in funzione nel 2006, anno in cui un’alleanza di corti islamiche ha assunto per breve tempo il controllo di gran parte della regione centro-meridionale della Somalia. Le pratiche religiose controverse delle Shabab erano a quel tempo temperate dagli islamisti moderati che fornivano servizi quali pulizia e pattugliamenti di quartiere. Come conseguenza di ciò, l’intero movimento islamista si guadagnò il sostegno popolare. Alla fine, l’esperimento durò soltanto sei mesi, fino a quando le truppe etiopiche, appoggiate dalle forze militari americane, invasero la regione e dispersero gli islamisti in clandestinità .

Ma l’intervento etiopico fallì. Gli islamisti sono ritornati come una spaventosa forza di guerriglia e gli etiopici si sono ritirati lo scorso gennaio, riportando la Somalia più o meno dove essa si trovava nel 2006. Nel frattempo, 17.000 persone sono state uccise, secondo i gruppi somali per i diritti umani. I leader islamisti moderati hanno in seguito assunto il potere nel governo di transizione sotto la protezione nominale di 4.300 peacekeeper dell’Unione Africana.

Ma nessuno è particolarmente amato di questi tempi a Mogadiscio. Neppure i peacekeeper, che sembra siano coinvolti nella missione più pericolosa di tutte. Molti somali si sono ribellati contro di loro dopo un incidente mortale accaduto in febbraio, quando un’esplosione sul limitare di una strada colpì un camion dell’Unione Africana e i peacekeeper risposero sparando selvaggiamente su una strada affollata. Secondo alcuni responsabili somali, i peacekeeper uccisero 39 civili, mentre l’Unione Africana ha affermato che la cifra reale è molto inferiore e che le persone sono morte a causa del fuoco incrociato. Gli islamisti radicali ora chiamano le truppe africane “batteri”.

Tutto questo potrebbe essere un’opportunità per il governo di transizione. Dopotutto, il nuovo presidente, Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, è divenuto popolare come risolutore di problemi, ed è conosciuto soprattutto per il suo contributo nella liberazione di bambini rapiti.

Ma il governo di Sheikh Sharif sembra procedere a fatica a causa delle solite vecchie insopportabili divisioni claniche e delle scarse competenze che hanno fatto naufragare i 14 governi di transizione precedenti. Vi sono stati alcuni barlumi di speranza: il governo ha per esempio approvato il bilancio nazionale per la prima volta da molti anni, e sta utilizzando il denaro raccolto in maniera legittima attraverso le tasse del porto di Mogadiscio per pagare i suoi soldati. Ma la situazione generale è deprimente. Nelle scorse settimane, il governo ha fatto addirittura fatica ad organizzare le sue varie milizie affinché difendessero congiuntamente i pochi palazzi che esso ancora controlla.

Il copione è chiaro e potrebbe rimanere inalterato a breve termine: un governo debole significa più violenza, la quale a sua volta significa un governo più debole, che significa ancora più violenza e così via.

“Con tutti i combattimenti in corso, questo governo non riesce ad attirare i somali migliori”, ha sostenuto Mohamed Osman Aden, un diplomatico somalo in Kenya. “I somali di valore non arriveranno fintanto che c’è una tale violenza. Voi lo fareste?”.

Jeffrey Gettleman è un giornalista americano; è direttore degli uffici del New York Times a Nairobi, in Kenya, dal 2006; in precedenza è stato responsabile delle comunicazioni per “Save the Children” in Etiopia; è stato anche corrispondente dall’Afghanistan e dall’Iraq

http://www.medarabnews.com/2009/06/12/nessun-vincitore-all%e2%80%99orizzonte-nella-caotica-guerra-somala/

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