Trapasso

imagesRenzo Foa, il direttore dell’Unità che fece infuriare Botteghe Oscure

In redazione, in quegli anni che ormai sembrano così remoti – remoti anche a noi, la vecchia tribù dell’ Unità , quella mitica con la scritta “organo del Partito comunista italiano”, quella da un milione di copie (grazie alla favolosa diffusione militante) – molti lo guardavano con una certa distanza e anche con una certa invidia. Per via del gran cognome, del gran padre, della celebre madre sessantottina, della Gran Famiglia, insomma, ciò che lo collocava ipso facto nell’alveo del generone romano di Botteghe Oscure e dintorni.
Ma lui per la verità non ne faceva gran conto, anzi per niente; era schivo, rintanato, timido, non si dava arie, di nessun tipo. Uno come noi (e se non lo era, non lo dava a vedere). Qualcuno lo prendeva anzi in giro, per quell’ aria un po’ da orso, per quel suo sorriso sempre un po’ storto, appena accennato e anche un po’ malinconico. Renzo Foa che se ne è andato così presto, stroncato dalla malattia contro la quale ha lottato fino all’ultimo. Che aveva cominciato come noi, nella Fgci, in quel settimanale fervente e visionario che si chiamava Città futura ; Renzo Foa, che come noi aveva condiviso tante battaglie e poi, a un certo punto, aveva deciso di andare altrove. Con altre idee, con altre convinzioni. Altrove. Verso destra.
L’ Unità , l’Organo, l’aveva trattato bene, fin dall’inizio, riconoscendone la preparazione politica e culturale, la serietà professionale, la bella scrittura (mai burocratica). Nel ’72, a 26 anni, è corrispondente e inviato in Vietnam, è in zona di guerra e i suoi reportages sono testimonianze di prima mano di ciò che accade laggiù sotto le bombe, ma anche della vita e della società ai tempi del generale Giap.
Agli esteri lavorerà lunghi anni come capo servizio; e a lui si deve lo scoop che molti gli invidiarono: la famosa intervista che riesce a mettere a segno con Alexander Dubcek, il leader della “Primavera di Praga”, praticamente sparito nel nulla dopo l’ingresso dei carri armati russi nel ’68 e che molti davano per morto, “ucciso dal regime”. Riletta adesso, quell’intervista, realizzata subito prima della “rivoluzione di velluto” del 1989, già rivela in nuce lo scetticismo e la disillusione di Renzo Foa sulla possibilità del comunismo di «riformarsi veramente»: il filo che da lì a pochi anni lo porterà ad abbandonare il partito nel quale aveva militato fin da ragazzo.
E’ vero, c’è il tentativo di Gorbaciov che, sull’ Unità , Foa appoggia con gran forza come ultima chance; ma lo scetticismo sul comunismo irriformabile rimane. Anzi, diventa dissenso aperto, spalancato lì sulle “sacre” pagine. In quegli anni, tra la caduta del Muro e la Bolognina, il giornale si sente miracolosamente autonomo. Un po’ troppo autonomo. Direttore politico è ancora Massimo D’Alema, ma è lui, Renzo, il responsabile: ed è lui che quel giorno, un lunedì, estate 1989, decide lo “strappo”. In prima, a tutta pagina, come un vero fulmine a ciel sereno, compare l’ incredibile titolo che fa sobbalzare tutto il Pci: «C’era una volta Togliatti» e, sotto un altrettanto incredibile articolo a firma di Biagio De Giovanni , che fa letteralmente a pezzi la politica dell’intoccabile leader.
Inaudito! Brutti momenti al giornale, Gerardo Chiaromonte va su tutte le furie, e noi in redazione veniamo a sapere, sbigottiti, che nessuno a Botteghe Oscure (nemmeno D’Alema, in ferie) era stato avvertito della pubblicazione dell’articolo-bomba.
La sortita non viene presa bene; arrivarono centinaia di lettere di protesta, il partito ne ebbe una scossa e anche tra noi, in redazione, si aprì la stagione del dissenso e dei cuori divisi. Ci lanciammo accuse e ci furono riunioni burrascose. Ma lui, Renzo, non si fermò né si pentì. Anzi, in redazione, con lui ormai direttore, si è venuto formando un bel gruppo che lo appoggia e lo sostiene alla grande, Sansonetti, Caldarola, Marco De Marco e tanti altri (la maggioranza). Sono “irrispettosi”, insubordinati, indifferenti alle veline e alla “linea”, proclamano che «non sono più quei tempi». Un giornalista, che all’epoca ricopriva l’incarico di vicedirettore, racconta che, con Foa sulla poltrona di comando, la riunione di redazione ogni mattina si apriva invariabilmente con la domanda di rito: «Chi facciamo incazzare oggi a Botteghe Oscure?».
Non era goliardia, tutt’altro. Del resto, lo dirà lui stesso qualche anno dopo, una volta approdato al Giornale e al centrodestra: «Con la sinistra ho smesso da un pezzo di pensare allo stesso modo». Ci ricordiamo quelle assemblee di passione. Quando la proposta – da Foa (insieme agli altri) così fortemente caldeggiata – di togliere la scritta “quotidiano del Pci” e sostituirla con “fondato da Antonio Gramsci nel 1924”, passa a schiacciante maggioranza, qualcuno – di noi pochi che ci opponiamo – si scontra duramente proprio con lui. Ma Renzo Foa correva dietro a un suo sogno di autonomia e indipendenza: quello di un giornale-giornale – spiegava pacatamente ma cocciutamente – che si doveva misurare liberamente col mercato, scendere dalle bacheche protette del partito, entrare in concorrenza, proprio così diceva, direttamente con Repubblica e Corriere . Un giornale liberal, moderno, spregiudicato, fuori dagli schemi ufficiali, sganciato dalle Botteghe Oscure. “Concorrente”, appunto. Al lettore frastornato che gli scriveva peste e corna circa la sua “nuova” Unità, Foa rispondeva papale papale: «Questo giornale non ti piace? Beh, compratene un altro». E nasce sotto la sua regia la sciagurata “Festa d’addio del giornalista comunista” a Rimini, musica e champagne per l’esemplare di giornalista-militante, che moriva insieme al Pci. Ce la ricordiamo bene, quella sera: la Calderoni e Eugenio Manca, noi due che avevamo rifiutato la “Festa”, seduti da soli a un tavolo separato (con brutti presentimenti).
Di lì a poco infatti sarebbe venuta la grande crisi del giornale in pauroso calo di vendite; il “mercato”, e soprattutto i lettori, lo avevano tradito, la parolina “comunista” cancellata si vendicava. Parecchi di noi – alcune decine – si trovarono d’un tratto trasformati da giornalisti militanti in “esuberi” e, previo articolo 416, dovettero andarsene. Di lì a poco, anche Renzo Foa venne sollevato: i retroscenisti del tempo dissero che D’Alema, diventato l’uomo forte del Pds, aveva urgenza di liberarsi di Veltroni: e quindi era il cacio sui maccheroni l’incarico di affidargli la direzione dell’ Unità . E così fu. Via Foa, il giornale tornò “normale”, ufficiale, senza più alzate di testa. Gli anni di Foa erano finiti per sempre.
Ma lui – primo direttore dell’ Unità a non venire dai ranghi dirigenti del Pci – non se la prese poi tanto: si divertiva a definirsi «non organico», anzi «irregolare».
D’altra parte, raccontava, «la mia era una famiglia sciolta. Ognuno la pensava a modo suo. Padre della sinistra socialista, madre iscritta al Pci, sorella maggiore, Anna, con simpatie trotziske, io Fgci, sorella minore, Bettina, destinata per generazione al ’68. Io sono sempre rimasto nel Pci. Mio padre è passato per il Psiup, il Manifesto, il Pdup, questa estrema sinistra sempre terremotata, prima di arrivare nel Pci come senatore indipendente. Mia madre si avvicinò a Lotta Continua dove era uno dei punti di riferimento».
“Non organico”. Non si voltò, non tornò più indietro. Nel 1996 tenta il risiko di Diario della settimana , un periodico politico-culturale fondato insieme a Enrico Deaglio e Amato Mattia, anche lui ex Unità. L’impresa è travagliata e non dura; ma due anni dopo, 1998, nasce il settimanale Liberal , area berlusconiana, diretto da Fernando Adornato, anche lui ex Fgci ed ex Unità. E di Liberal diventerà direttore. Vi ha lavorato fino all’estremo, anche quando la malattia lo ha già micidialmente aggredito. Il suo ultimo editoriale è del febbraio scorso, un articolo anticipatore (visto i risultati delle ultime elezioni) che aveva per titolo “Un Grande Centro per fermare la Lega», Berlusconi annoti.
Voltagabbana, la parola-insulto non gli è stata risparmiata. Ma lui non ha mai battuto ciglio: «E’ la sinistra che ha abbandonato me, non io la sinistra».
Renzo Foa, l'”irregolare”.

Maria R. Calderoni

http://www.liberazione.it/

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