Libia

images” Ricordo i pogrom del ’67, poi la fuga “

«Quando mio padre, mia madre, i miei nonni ed io fummo costretti a lasciare la Libia avevo 8 anni. Eppure ricordo tutto benissimo. Ricordo un legame strettissimo con l’Italia, che era ovunque. Alla televisione, nei giornali, nell’abbigliamento. L’Italia era lì, dietro l’angolo. Si andava e si veniva. Era il punto di riferimento. Culturalmente, economicamente, idealmente. Ma noi eravamo e restavamo libici, anche se con un legame fortissimo con l’Italia e se di religione ebraica. La Libia di quegli anni la ricordo come un paese in fermento, ricordo un clima quasi di euforia portato dal petrolio. Ricordo un paese bellissimo, o forse così me lo raccontano i miei genitori, o, che vuole, sono i ricordi dell’infanzia».

Poi la guerra dei sei giorni. «La tensione fra Israele e i Paesi arabi continuava a salire. Il 5 giugno del 67 la guerra. Fu l’orrore. Cominciarono i pogrom. Il popolino ci inseguiva per la strada. Se ci avessero preso ci avrebbero sgozzato vivi. Gli ebrei libici, lì da duemila anni, rischiavano lo sterminio. Molti si salvarono grazie all’aiuto degli arabi. La mia famiglia si nascose in casa di un ufficiale dell’esercito libico. Ma la situazione si era fatta insostenibile. Allora re Idris prese un’iniziativa estrema: condusse tutti i libici di religione ebraica nel paese di Gorgi, in un campo di concentramento. Fu un modo per salvarci la vita. Fummo trattati bene. Ma i giorni continuavano a passare, senza che le cose si sbloccassero. Sapevamo che se ci fossimo mossi ci avrebbero ammazzati. Dopo un mese fummo imbarcati per l’Italia. Senza altro bene che la voglia di dar-si da fare, che non ci è mai mancata ». Oggi Raffaele Sassun è un uomo felice. Sposato, padre di tre bambini, titolare di una società informatica, è impegnato col “Fondo nazionale ebraico” a favore dello stato di Israele, e in Libia non desidera affatto fare ritorno. Lui, come tanti altri ebrei libici ha trovato in Italia la sua nuova patria. Di Gheddafi si interessa poco («ci prende in giro»), è al governo italiano che chiede di prendere una posizione chiara sui risarcimenti dovuti agli ebrei di Libia: «Capiamo le ragioni del Governo, ma ora dopo aver lasciato mano libera al Colonnello, Berlusconi ascolti le nostre richieste. Vogliamo un risarcimento per gli espropri subiti. Il governo si deve fare interprete di questa richiesta nei confronti di Gheddafi. Basta con le buffonate». Nel 67 arrivarono sulle coste italiane circa 5 mila ebrei libici in fuga dal paese africano. Non erano clandestini, ma cittadini italiani. Il nostro governo alcuni anprima aveva concesso loro la cittadinanza perché gli era rifiutata quella libica. E perché, come scrisse Italo Balbo a Mussolini nel 39, chiedendo di escludere gli ebrei della Libia dalle leggi razziali, «senza di loro il paese non funzionerebbe». Di quell’ondata di profughi, allora ospitati a Gaeta, molti, la maggior parte scelse Israele. Quelli che rimasero in Italia fecero fortuna. Specie nel commercio, ma non solo. Sassun a otto anni ricorda l’arrivo a Roma quasi come una festa: «tutto mi sembrava migliore, più bello. Roma era una città, Tripoli un paesone». Non fu per tutti così però. «Per i miei nonni fu molto diverso. Non riuscirono mai ad integrarsi. Venivano da una struttura sociale troppo diversa. In Africa erano gli anziani, degni di rispetto. In un contesto come quello italiano le cose andavano diversamente. La loro dignità fu distrutta.Restarono convinti fino all’ultimo di tornare. Ma morirono qui»

Marco Innocente Furina per “Il Riformista”

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