Anatomia di Zuckerman, cantore del nostro ego

imagesPHILIP ROTH. Esce per Einaudi la raccolta sul personaggio-mito dello scrittore Usa. Un individuo eccezionale che non smette di essere storia di tutti noi

 

Può capitare a volte che un’idea editoriale di per sé semplicissima abbia conseguenze addirittura rivelatrici. È il caso di un volume, appena uscito negli Einaudi Tascabili, che sotto il titolo complessivo di Zuckerman raccoglie tre romanzi e un racconto lungo di Philip Roth pubblicati, con precisa cadenza biennale, fra il 1979 e il 1985 (645 pp., euro 19,50). A favorire come meglio non si potrebbe la lettura continuata dell’intero ciclo, provvede la mano di un unico traduttore, il bravissimo Vincenzo Mantovani. Va osservato che ogni singolo libro che compone questo ciclo può essere letto e goduto singolarmente. Ma solo il loro insieme rivela pienamente il senso e le ambizioni dell’impresa di Roth, sofisticato manipolatore dei più diversi registri e generi narrativi, dal romanzo di formazione alla favola iniziatica, passando per la satira sociale, la divagazione saggistica, la confessione, la caricatura, il delirio paranoide, il monologo amletico…

Al centro della scena c’è sempre lui, Nathan Zuckerman, intrepido e disgustato esploratore dell’«egosfera», scrittore ebreo cresciuto a Newark nel New Jersey (origini che condivide con Jerry Lewis, con Paul Auster, con la famiglia Soprano…) e approdato alla fine degli anni Sessanta, dopo il travolgente successo del suo quarto libro, lo scandaloso Carnovsky, in un lussuoso appartamento dell’East Side di Manhattan. Ma prima di seguire il nostro eroe nell’ufficio di un consulente finanziario che lo illuminerà su come investire i milioni guadagnati, ci siamo goduti un bellissimo prologo, quel capolavoro di ironia, leggerezza, malizia che è Lo scrittore fantasma. Scritta in prima persona, la storia si svolge in una lontana notte d’inverno del 1956. Nathan ha ventitré anni, ed è appena agli inizi della sua carriera di scrittore, quando bussa alla porta del suo idolo e modello, il grande E.I. Lonoff, incarnazione di un ideale di vita ascetico, esclusivamente concentrato sulla propria vocazione artistica. È un modello reale quello che ispira l’invenzione dell’indimenticabile personaggio di Lonoff, asserragliato nelle sue abitudini e nel fondo di una campagna remota da ogni possibilità di relazioni umane, con l’unica compagnia quotidiana di una moglie ridotta alla follia.Per dipingere questo sublime ritratto di nevrotico, nel quale la grandezza umana e artistica convivono con il comico e il patetico in un difficilissimo equilibrio, Roth aveva davanti agli occhi un modello in carne ed ossa, quello di Bernard Malamud, maestro insuperabile nell’arte del racconto, ebreo d’America capace di parlare della sua gente con una lucidità d’espressione, una comprensione umana, un senso della giustizia mai raggiunti da nessuno in precedenza.

Ma quello dell’identità ebraica, del vecchio maestro come di questo Zuckerman nelle vesti di apprendista stregone, si insinua nel tessuto scintillante del racconto proiettandovi un’ombra di malinconia. Il fatto è che proprio uno dei primi racconti pubblicati da Nathan, Istruzione superiore, ambientato in una famiglia ebrea di Newark che è chiaramente la sua, è diventato il motivo di un dissidio insanabile tra lo scrittore e suo padre. Perché raccontare quei fatti privati? Perché fornire ulteriori argomenti ai nemici degli ebrei? Ma proprio qui sta il punto dolente, ed anche il senso della vocazione di Nathan. Raccontare è tradire, raccontare è profanare, allontanarsi dai propri simili, voltare le spalle alle regole dell’appartenenza ancora più che a quelle della decenza.

La favola di Zuckerman inizia qui, come quella di un Pollicino che ha perduto per sempre la strada di casa, ma non perché qualcuno lo abbia ingannato, bensì per seguire il suo più profondo desiderio. Invano cercherà un padre sostitutivo nel grande Lonoff. Basterà una notte sola passata sotto il suo tetto per fargli imparare più cose di quelle apprese in ventitrè anni di vita, e per fare strage di tutte le illusioni che popolano la sua mente e sostengono i suoi propositi. E l’uomo che ritroviamo nei due successivi romanzi della saga, Zuckerman scatenato e La lezione di anatomia, è la conseguenza diretta del disincanto maturato nell’animo di quel ragazzino che, nel giro di una notte, scoprirà di dover fare a meno per sempre di un padre, di una comunità, di un sistema di valori ereditario.

Per essere più impietoso nella stesura di questo straordinario ritratto di artista di mezza età, Roth rinuncia alla prima persona dello Scrittore fantasma, e osserva dal di fuori la sua creatura, stretto nella tragicomica morsa di un’identità che si rivela una prigione, capace di avvelenargli ogni successo e ogni piacere. Quello che potremmo definire il paradosso di Zuckerman ha tutto il tempo di articolarsi e approfondirsi. L’arte, come abbiamo detto, lo ha portato lontano da ogni forma di appartenenza, in quella terra incognita in cui è necessario inventare se stessi ancora prima che la propria opera.

Eppure, se questo esilio è la conseguenza e la condizione necessaria dello scrivere, non è meno vero che la solitudine sembra essiccare le fonti stesse dell’ispirazione. Il piano simbolico e quello materiale dell’esistenza convergono in maniera spaventosa quando Zuckerman, nel giro di pochi mesi, perde entrambi i genitori. «Senza un padre, una madre e una patria, non era più un romanziere. Non più un figlio, non più uno scrittore. Tutto ciò che lo galvanizzava si era estinto, senza lasciare nulla di inconfondibilmente suo e di nessun altro da rivendicare, da sfruttare, da ingrandire e da ricostruire». Nella Lezione di anatomia, questo disagio letteralmente si incarna, invadendo il corpo del povero Zuckerman nella forma di un misterioso e invalidante dolore che dalla base del collo si propaga alla schiena e al braccio.
Siamo negli ultimi mesi del 1973, Nixon è nei guai per le indagini sul Watergate, Israele combatte vittoriosamente contro Siria ed Egitto nella guerra del Kippur. Per guarire dal suo dolore, Nathan dovrà imboccare la più difficile delle strade, imparando pian piano ad accettare di essere ciò che è diventato: un individuo diverso, un «uomo diviso dagli altri». Questo non vuol dire che diventerà saggio. Dopo aver composto la prima trilogia dedicata a Zuckerman, Roth non rinuncerà al suo personaggio prediletto, concedendosi il lusso di raccontarne la vita fino all’estrema vecchiaia.

La sua presenza inquieta e curiosa sarà decisiva anche in romanzi dei quali non è il protagonista, come Pastorale americana e La macchia umana. Non c’è personaggio nella letteratura dei nostri tempi che possieda una vita così ricca e complessa come Zuckerman. Roth lo ha sottoposto all’azione del tempo, usurandone il corpo, esacerbandone i difetti del carattere, condannandolo a una solitudine senza scampo. Lo ha usato, molto spesso, come uno specchio, ma senza mai cadere nel tranello dell’autobiografismo puro e semplice. Zuckerman, insomma, a differenza di quanto spesso si dice, è molto di più di un alter ego di Roth. Di libro in libro, è un’immagine credibile dell’esistenza, e non solo dell’esistenza artistica, che il romanziere americano è riuscito a creare.

Zuckerman il traditore, l’orfano, il profanatore è il protagonista di una storia che, pur appartenendo a un individuo eccezionale, non smette di essere la storia di tutti. La sua massima virtù consiste, probabilmente, nel non nutrire nessuna illusione su stesso. È un essere umano, sottoposto alla forza di gravità del comico, del corporale, dell’effimero. È un artista senza patria, che per essere se stesso paga il necessario dazio del distacco da ciò che lo precede. «L’anima», osserva in un momento di lancinante consapevolezza, «affonda nel ridicolo proprio nel momento in cui lotta per la propria salvezza». È proprio vero: a patto di ricordare che la lotta non è meno dura per il fatto di suscitare il riso e lo scherno di se stessi.Emanuele Trevi

http://www.ilriformista.it/stories/Culture/69326/

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