Un raggio di luce nell’ora più buia

imagesUn volume ripercorre la storia della Rosa Bianca

 

Giovani e studenti, cristiani e testimoni dello spirito nazionale tedesco. Simbolicamente, dei martiri della libertà. Furono essenzialmente questi i giovani che dettero vita, tra l’estate del 1942 e il febbraio del 1943, al gruppo della Rosa Bianca, il minuscolo ed eroico manipolo di studenti che si oppose al nazismo attraverso una serie di volantini e scritte murali contro il regime. Il 22 febbraio del 1943 Sophie Scholl venne ghigliottinata dal regime a soli ventuno anni. E con lei suo fratello Hans e il suo amico Christoph Probst. Nei mesi successivi vennero uccisi altri studenti e il professore Kurt Huber, ma la vicenda ha finito, quasi sempre, per associarsi alla biografia di Sophie Scholl.

 Anche il volume Storia di Sophie Scholl e della Rosa Bianca (Torino, Lindau, 2008, pagine 308, euro 22), scritto dalla giornalista Annette Dumbach e da Jud Newborn, responsabile del Museum of Jewish Heritage di New York, porta nel titolo  il diretto riferimento a questa giovane donna che venne uccisa dagli sgherri di Hitler nello stesso giorno del processo. L’ennesimo processo farsa inscenato da Roland Freisler, fanatico sostenitore del nazionalsocialismo, grande ammiratore del terrore staliniano e delle strategie con cui Andrei Vishinsky esercitava la sua carica di pubblico ministero nella Mosca degli anni Trenta del Novecento.
Una giovane donna tedesca, dunque, che si oppose a quella forma di tiranno che costella la nostra immaginazione come una delle più perfette rappresentazioni del male. Sophie Scholl e i suoi amici contro Hitler e il regime nazista. Un lotta che, apparentemente, non sembra stare in piedi. Un conflitto che, in questi termini, sembra quasi irreale. D’altronde, la vicenda della Rosa Bianca nella sua estrema esiguità – pochissime le persone coinvolte, circoscritto l’arco di tempo in cui si svolse la vicenda, limitato il raggio di azione – potrebbe essere sbrigativamente derubricata al rango di un’azione prepolitica, di un moto dell’anima o, addirittura, di una vampata adolescenziale. Potrebbe, appunto, ma non fu così.
Il volume curato da Dumbach e da Newborn, scritto con uno stile narrativo asciutto che non concede nulla alla melassa apologetica tipica della letteratura eroicocelebrativa, mostra ancora oggi il valore, al tempo stesso politico e morale, di quell’opposizione alla tirannide per certi versi solo intima e spirituale. Le loro azioni, come sottolineò il primo presidente tedesco Theodor Heuss, rappresentarono “un raggio di luce nell’ora più buia”, furono la dimostrazione che il nazismo non era riuscito ad annullare nell’intimo le coscienze. Una forma di lotta e di eroismo fuori dai cliché tradizionali. Nessun fiero condottiero al comando, nessun credo rivoluzionario da divulgare, nessuna palingenesi sociale da mitizzare. Non si trattò, neanche, di un vezzo borghese pagato a caro prezzo, né di uno spunto intellettuale e giovanilistico finito in malo modo. Nei sette volantini della Rosa Bianca – l’ultimo, il settimo, viene pubblicato per la prima volta nel volume edito da Lindau – riecheggiano le parole di Schiller e i versi di Goethe, i riferimenti alla Bibbia e alla Civitas Dei, l’appello al popolo tedesco e un continuo, irrefrenabile, grido di libertà.
Richiami intellettuali e motivazioni ideali non proprio così diffusi nella Germania dell’epoca. Negli anni precedenti il conflitto, infatti, il regime nazista aveva rappresentato una forma di fascinazione e annichilimento che aveva ammaliato le nuove generazioni. E lo era stato anche per i fratelli Scholl, i quali durante i primi anni del regime erano stati contagiati dall’entusiasmo che si avvertiva nelle scuole e nei gruppi:  indossare le uniformi, marciare nelle fiaccolate per le strade di Ulm, accamparsi nelle campagne, sentirsi parte di un progetto di ricostruzione di una nazione profondamente divisa e sfiduciata. La gioventù doveva essere la punta di diamante nella battaglia per la nuova Germania:  l’indottrinamento era lo strumento per educarla. Come gli Scholl, gran parte dei ragazzi tedeschi era inscritta alla gioventù hiltleriana con entusiasmo. Alla fine del 1932 c’erano già centomila iscritti, che salirono a quattro milioni nel 1935.
Nonostante questo clima di forte esaltazione comunitaria e nazionalista questi giovani svilupparono la loro opposizione al regime. Dapprima nella propria coscienza, nel rifugio più intimo della persona, poi con un’azione dimostrativa. Le ragioni che li hanno spinti a unirsi e a procedere da un “esilio interiore” verso una resistenza attiva sono per lo più sconosciute, quasi enigmatiche, e lasciano spazio soltanto alle ipotesi dello studioso. Fatto sta, che a un certo punto della primavera del 1942, Hans Scholl e l’amico Alex Shmorell, decidono di agire, di abbandonare la “resistenza spirituale” e di impegnarsi in un’aperta opposizione al regime nazista.
La resistenza tedesca al nazionalsocialismo fu un fenomeno senza dubbio di dimensioni minori rispetto ai moti di opposizione ai regimi totalitari europei che si svilupparono in altri Paesi, ma non per questo ebbe una minore dignità. Figure come il colonnello Hans Oster e il reverendo Dietrich Bonhoeffer, il vescovo di Münster, Clemens August von Galen e il colonnello von Stauffenberg testimoniano ancora oggi il tentativo di opposizione al nazismo. Negli anni del regime, inoltre, sono stati contati più di trecento gruppi che agivano clandestinamente attraverso la distribuzione di stampe e volantini. Tra questi gruppi, il più noto dei quali probabilmente è la Rote Kapelle, c’era anche quello particolarissimo della Rosa Bianca. La memoria storica di quegli eventi, però, nel secondo dopoguerra, come ricostruiscono nel loro volume Dumbach e Newborn, non fu esente da critiche e insinuazioni. Per molti anni, infatti, la vicenda della Rosa Bianca finì nel silenzio se non addirittura in un evidente risentimento tra chi accusava i giovani membri di essere stati dei traditori del proprio Paese in tempo di guerra, oppure di essere adolescenti vizianti che non avevano avuto riguardo per le famiglie o addirittura di essere idealisti prodotti dall’accademia, innamoratisi del rischio di farsi gioco della Gestapo.
Gli scritti di Inge Scholl, la sorella dei fratelli giustiziati, sono stati pubblicati pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma è solamente negli anni Ottanta, e grazie al cinema, che si infrange il muro del silenzio e che la pubblicistica sulla Rosa Bianca inizia a uscire dai canali catacombali dai quali era stata inghiottita. Due celebri registri di Monaco raccontarono la vicenda sul grande schermo. Die Weisse Rose di Michael Verhoeven e Gli ultimi cinque giorni di Percy Adlon vinsero nel 1982 numerosi premi e scatenarono una forte reazione nel pubblico tedesco. Come chiosano nel loro volume, Dumbach e Newborn, “fu un’esperienza toccante per molti vedere morire ghigliottinati Hans, Sophie e Christoph”.

Andrea Possieri

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#10

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