Sigonella

imagesLe contraddizioni di un luogo simbolo

 

Dici Sigonella, e ancora senti battere il cuore della vecchia sinistra antiamericana, per quella che sarà sempre ricordata come la più grave crisi tra Italia e Usa. Ma anche come il più forte gesto di autonomia e di difesa della sovranità nazionale mai compiuto nella storia pluridecennale di cordiale quanto diffidente collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico.

La sera del 10 ottobre 1985 il governo italiano aveva appena tirato un sospiro di sollievo per la conclusione, tragica ma non catastrofica, del sequestro, ad opera di un commando di terroristi palestinesi dell’ala radicale dell’Olp, dell’«Achille Lauro», con a bordo centinaia di turisti italiani in viaggio in Egitto. Al termine di una difficile trattativa, condotta dal presidente del consiglio Craxi e dal ministro degli Esteri Andreotti con Arafat, i terroristi avevano riconsegnato la nave al Cairo. Ma prima di arrendersi avevano assassinato un turista americano ebreo, Leon Klinghoffer.

Il telefono di Craxi squillò pochi minuti prima di mezzanotte. All’altro capo del filo il presidente Usa Ronald Reagan, che chiedeva l’autorizzazione di lasciare atterrare nella base di Sigonella un aereo egiziano dirottato, e scortato dagli F14 dell’aviazione americana, con a bordo il commando dei terroristi e i mediatori palestinesi, Abu Abbas e Hani el Hassan, che avevano condotto la trattativa.

In pochi minuti, dopo l’atterraggio del convoglio di aerei – di cui facevano parte due C141 che dovevano servire al trasporto del commando – i militari Usa e i soldati italiani, con i carabinieri che sorvegliavano Sigonella, rischiarono di venire alle armi. Craxi ordinò di non consegnare i passeggeri dell’aereo egiziano e di difenderli da ogni eventuale attacco. La trattativa tra il comandante Steiner e il capo del controspionaggio italiano, Fulvio Martini, si concluse con il compromesso che l’aereo con i terroristi sarebbe atterrato a Ciampino. Ma una volta giunti lì, gli americani si aspettavano l’arresto dei palestinesi, che furono fatti scappare in omaggio all’impegno che era stato preso per la riconsegna della nave e il salvataggio dei passeggeri. Tutti i passeggeri, tranne Klinghoffer.

Nella stessa notte Reagan inviò a Craxi una dura lettera in cui, pur ringraziandolo formalmente della collaborazione fornita a Sigonella per l’atterraggio degli aerei Usa, lo impegnava, in attesa di una richiesta di estradizione, a custodire in carcere i terroristi che nel frattempo erano stati fatti scappare. Ne nacque una grave crisi diplomatica, e una conseguente crisi politica che portò alla caduta del governo Craxi, per l’irritazione del ministro repubblicano della Difesa Spadolini che era stato tenuto all’oscuro di tutto. Craxi si presentò alla Camera accolto dal gelo della delegazione del Pri e della parte meno filoaraba della Dc, ma anche dagli applausi dell’emiciclo di sinistra, soddisfatto della lezione data agli Usa. Fu una delle rare volte che i comunisti applaudirono il leader socialista, solitamente odiato e considerato dal segretario del Pci Berlinguer alla stregua di «un pericolo per la democrazia».

Qualche giorno dopo la crisi si risolse. Spadolini si rassegnò. Craxi andò a trovare Reagan per fare pace e concordò con lui un accordo grazie al quale fu dato il via alle «extraordinary renditions», gli scambi di prigionieri (e in qualche caso le catture) al di fuori delle normali regole procedurali per motivi di lotta al terrorismo. Abu Abbas ha finito i suoi giorni in Iraq nel 2003. Ricordare questa storia, adesso che Sigonella cambia funzione – e dopo che l’Italia, anche sotto la guida di un premier postcomunista come D’Alema, s’è impegnata nell’intervento in Kosovo, per non dire della partecipazione a tutte le guerre seguite all’attentato alle Torri Gemelle – serve solo a capire quanto siano cambiati i tempi.

Marcello Sorgi

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6092&ID_sezione=&sezione=

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