A COSA è SERVITA LA GUERRA A SADDAM?

AXGP7BWCABMXXDWCA9VOWD3CAEI516GCAF5NYWBCADHQZYICA6VN495CA3WLVH0CAKJ3K5MCA3PJNZSCAHG5X1TCAG9WDRWCAEO04LFCAB0CXB1CAY6TXDTCAIZ81XPCABH2UT8CAJSX5TQCANF7ISQCOSTATA MIGLIAIA DI MORTI E DEVASTAZIONI? FACILE: A PERMETTERE IL RITORNO IN MASSA DELLE COMPAGNIE PETROLIFERE – In Iraq la chiamano già la “Madre di tutte le Svendite”

 

In Iraq la chiamano già la «Madre di tutte le Svendite», a ricordo della «Madre di tutte le Battaglie» che il dittatore Saddam Hussein aveva minacciato di scatenare nel 1991 se le truppe occidentali avessero provato a invadere il suo Paese (invece finì in un massacro a senso unico di soldati iracheni inermi).

Adesso, con la seconda invasione americana cominciata nel 2003 e non ancora finita, molti iracheni si infuriano, perché il ritorno in massa delle compagnie petrolifere straniere viene vissuto (a torto o a ragione) come l’ultimo atto del saccheggio imperialista delle loro risorse nazionali, la conclusione logica di un processo pluriennale.

Quasi tutti i maggiori gruppi internazionali dell’energia stanno per firmare contratti con l’Iraq. Otterranno concessioni petrolifere in sei delle zone più produttive del Paese dal punto di vista del greggio e del gas, e in cambio apporteranno capitali e tecnologie, cose di cui la sinistrata industria estrattiva locale ha disperato bisogno, dopo 30 anni di guerre quasi ininterrotte (si cominciò con l’attacco all’Iran alla fine del decennio Ottanta).

Gli accordi verranno stipulati fra il 29 e il 30 di questo mese e tecnicamente hanno la forma di «contratti di servizio», cioè non comporteranno una comproprietà straniera dei pozzi, ma solo una gestione in cambio di una quota del petrolio estratto. Questa formula è standard nei Paesi extra-occidentali, per non urtarne la suscettibilità.

 

E sono standard anche le condizioni economiche. Ma a molti iracheni il fatto di firmare mentre 150 mila soldati stranieri calpestano ancora il suolo patrio, e di cedere la gestione della maggior parte del loro petrolio per 20 o 25 anni, è un affronto intollerabile.

Ha cominciato a protestare Fayad alNema, numero uno della maggiore compagnia petrolifera irachena, dicendo che «questi contratti di servizio metteranno in catene l’economia dell’Iraq e ne comprometteranno l’indipendenza economica». Il top manager è stato immediatamente licenziato, ma molti altri iracheni gli hanno fatto eco.

Nel parlamento di Baghdad i critici degli accordi fanno notare che di recente l’Iraq ha investito 8 miliardi di dollari in quei sei giacimenti, e adesso a metterci le mani saranno gli occidentali. Ma per portare a regime l’estrazione in quei pozzi serviranno almeno altri 50 miliardi, che l’Iraq non ha, e non si può sperare che le compagnie straniere investano tutti quei soldi se non si dà loro la garanzia che potranno beneficiare per un lungo periodo di un tale sforzo.

Il fatto è che per accedere alla manna del petrolio servono soldi a palate. Servono quando c’è da cercare e rischiare in zone nuove, senza sapere se poi gli investimenti verranno ripagati da scoperte di pozzi; ma l’impegno è forte anche quando già di sa che il greggio c’è, perché in ogni caso bisogna costruire macchinari per l’estrazione, oleodotti, gasdotti, impianti per la prima lavorazione.

Molte di queste infrastrutture in Iraq esistono, ma in questi 30 anni bui si sono arrugginite. Adesso non solo l’Iraq non ha risorse per rimettere in moto la macchina del petrolio, ma anzi si aspetta di ricavare proprio dal petrolio un fiume di dollari per ricostruire le città e l’economia del Paese devastato.

 

Così come vanno le cose i proventi dei 2,5 milioni di barili di greggio estratti ogni giorno in Iraq servono all’80% a pagare gli stipendi delle stesse industrie petrolifere e le altre spese di gestione ordinarie, e solo il 20% è denaro fresco per ricostruire il Paese. Bisogna aumentare le dimensioni della torta e senza un apporto esterno non ci si riesce.

È diffusa nel mondo arabo l’opinione che la guerra di Bush sia stata fatta per mettere le mani sul petrolio iracheno e che quanto sta avvenendo adesso sia l’ultimo passo per realizzare quel piano. In realtà, ci sarebbe stato un modo più facile, per i giganti americani del petrolio, per tornare in Iraq: nel 2003 i petrolieri amici e finanziatori di Bush premevano (dietro le quinte) sulla Casa Bianca perché facesse pace con Saddam e permettesse loro di tornare a lavorare in Iraq.

Hanno applaudito la pace con la Libia e per quanto riguarda loro e i loro profitti sarebbero felicissimi se si facesse pace con l’Iran, Bomba o non Bomba, repressione o non repressione. Sarebbe arduo sostenere che Bush abbia fatto la sua guerra per dar retta ai petrolieri americani. Il petrolio è certamente una delle variabili fondamentali in Medio Oriente ma non c’è una trasposizione meccanica degli interessi economici nelle azioni politiche.

Luigi Grassia per “La Stampa”

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-7137.htm

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