L’Iraq si prepara alla partenza degli americani

ABJXVDJCAN2PWIXCADKBE8UCAKPYE5BCA1QT53ECA5PAFV8CABBJEQ1CA78CQI3CACWB28TCAJDVB9NCA4EYM1MCA7S5C4LCA0DRHF7CAIW4ZGKCADMM2B4CA1SZU7QCAAEIVYICAJANEEPCAYJQPC8Si avvicina rapidamente la data in cui le truppe americane si ritireranno dalle città irachene, e già il panorama politico del paese si sta preparando alla fase successiva all’occupazione

 

Ci sono poche pattuglie americane per le strade di Baghdad, e presto non ce ne sarà più nessuna. Tra pochi giorni, il 30 giugno, le forze militari statunitensi si ritireranno dalla città irachena. L’occupazione iniziata sei anni fa sta finendo. Molti sono i segnali che rivelano che l’influenza degli Stati Uniti in Iraq sta lentamente diminuendo.

Quando, giorni fa, il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki tenne un incontro con 300 comandanti militari di alto livello, un generale statunitense che cercò di prendervi parte fu invitato ad andarsene. “Ci perdoni, ma si tratta di un meeting iracheno e lei non è invitato”, si è sentito rispondere.

Maliki, che fu messo la potere dagli Stati Uniti nel 2006, ha parlato della partenza delle truppe americane come se egli fosse a capo di un’insurrezione contro di loro. “Le forze straniere devono ritirarsi totalmente dalle città “, ha detto nel corso di un lungo discorso, durato un’ora, in cui ha citato l’America una sola volta. “Questa è una vittoria che deve essere celebrata con feste e cerimonie”.

Poiché gli Stati Uniti rappresentano il principale alleato di Maliki, questo atteggiamento potrebbe essere letto come una sorprendente mancanza di gratitudine. I comandanti e diplomatici statunitensi si consolano pensando che Maliki stia rispolverando le sue credenziali nazionaliste irachene nei mesi precedenti alle cruciali elezioni che si terranno alla fine del gennaio prossimo. Ma il suo prendere le distanze pubblicamente dagli Stati Uniti dimostra che egli ritiene che l’anti-americanismo abbia un forte appeal sulla maggior parte degli iracheni.

Ci sono altri segnali meno espliciti che rivelano come l’influenza americana sia in calo. Negli anni successivi alla cacciata di Saddam Hussein, le forze dell’intelligence nazionale irachena erano controllate e stipendiate dalla CIA. L’agenzia ne nominò il capo, il generale Mohammed Abdullah al-Shahwani, che aveva lavorato a lungo per gli Stati Uniti. Negli anni passati, l’intelligence irachena non figurava nel bilancio statale iracheno e gli alti funzionari iracheni che ne facevano parte lavoravano tutti con consiglieri statunitensi. I politici iracheni affermano che ora l’intelligence irachena sta ritornando sotto il controllo del proprio governo.

Gli iracheni si stanno rendendo conto solo molto lentamente che gli Stati Uniti si stanno ritirando per davvero. Circa 133.000 soldati americani resteranno nel paese, le ultime truppe da combattimento partiranno nel mese di agosto 2010, e le restanti forze americane alla fine del 2011. I 16.000 Marines di stanza dal 2003 nella provincia di al-Anbar, ad ovest di Baghdad, lasceranno l’Iraq entro la prossima primavera. Come afferma Ahmed Chalabi, leader del Congresso Nazionale Iracheno e grande esperto di politica irachena: “Qualunque cosa dicano i generali americani in Iraq, Obama ha messo in chiaro che gli Stati Uniti si stanno ritirando veramente”.

Il fatto di sapere che gli Stati Uniti stanno per andarsene sta già trasformando il panorama politico. Per qualsiasi leader iracheno, non è più vantaggioso essere identificato con l’occupazione americana.

Le forze statunitensi si stanno lasciando alle spalle un paese la cui sicurezza è molto migliorata rispetto al periodo del bagno di sangue del 2006-07, ma l’Iraq è probabilmente ancora il paese più pericoloso al mondo. Sebbene il livello di violenza sia già elevato, molti iracheni si chiedono se, quando le truppe degli Stati Uniti se ne saranno andate, ci sarà una nuova ondata di combattimenti.

Nei giorni scorsi si è assistito a gravi incidenti a Baghdad, come pure nel nord e nel sud dell’Iraq, i quali sottolineano quanto sia ancora prematuro parlare di un miglioramento della sicurezza. L’attacco più drammatico si è verificato giorni fa, con l’assassinio di Harith al-Obaidi, il leader del principale blocco sunnita in parlamento, mentre stava lasciando la moschea di al-Shawaf nel distretto di Yarmouk, nella parte occidentale di Baghdad. Il killer ha ucciso Obaidi, il suo segretario e tre delle sue guardie del corpo, prima di essere bloccato dalle guardie e di farsi esplodere con una granata.

Il modo in cui è avvenuto l’assassinio, e il fatto che l’attentatore si sia suicidato, fanno pensare che si tratti di un attacco di al-Qaeda. Obaidi ha solo di recente assunto il potere in qualità di leader del blocco sunnita, e fu in precedenza impegnato come attivista per campagne in favore dei prigionieri. Molto probabilmente questo gesto risponde alla volontà di al-Qaeda in Iraq di dimostrare (sebbene abbia perso molta della sua forza all’interno della comunità sunnita da cui proviene) che è in grado di eliminare qualsiasi leader sunnita che collabora con il governo.

Al-Qaeda aveva già dimostrato di avere un ampio raggio d’azione colpendo un bersaglio sciita, allorché un’autobomba è esplosa nella città di Batha, 225 miglia a sud-est di Baghdad, uccidendo almeno 30 persone e ferendone 65. Sembra si tratti di un attacco di al-Qaeda a sfondo confessionale, che aspirava ad uccidere il maggior numero possibile di sciiti.

Nel nord dell’Iraq, curdi e arabi sono impegnati in una guerra verbale che porta con sé un potenziale di violenza molto maggiore rispetto a quello rappresentato da al-Qaeda. La posta in gioco è il controllo, lungo le 30 miglia di frontiera non ufficiale, delle aree a maggioranza curda al di fuori della regione amministrata dal governo regionale del Kurdistan (KRG).

Nel 2003, i curdi, alleati con gli Stati Uniti, sono stati in grado di conquistare Kirkuk e Mosul, le due più grandi città dell’Iraq settentrionale. Essi hanno mantenuto il controllo della provincia di Ninive, che è curda per un terzo e araba sunnita per due terzi, fino alle elezioni provinciali del gennaio scorso. Queste elezioni sono state vinte da al-Habda, un partito sunnita con una piattaforma anti-curda, sotto Atheel al-Nujaifi, che ora è governatore. Da allora, ci sono stati continui incidenti, in quanto al-Habda e il governo centrale a Baghdad tentano di riaffermare il loro controllo nella provincia.

Le forze curde non accennano a ritirarsi. L’8 maggio, Nujaifi ha cercato di entrare nella città di Bashiqa, che si trova sotto il controllo curdo. I curdi hanno emesso contro di lui l’ordine di “sparare per uccidere”, ma alla fine egli è tornato indietro. “Nessuno ammette di aver emesso questo ordine”, dice un diplomatico a Baghdad, “ma se al-Nujaifi fosse stato ucciso, arabi e curdi avrebbero iniziato a massacrarsi gli uni con gli altri in tutta la provincia di Ninive”.

Quando il capo della polizia sunnita ha cercato di entrare in una parte curda della sua provincia poche settimane dopo, il suo convoglio, nonostante comprendesse soldati iracheni, è stato nuovamente costretto dalle forze curde a ritirarsi.

Mentre gli americani se ne vanno, il governo di Baghdad accresce la sua forza politica e militare, gli arabi di Ninive e Kirkuk si fanno valere sempre di più, e i curdi avvertono che gli equilibri di forza stanno cambiando a loro sfavore. Da molti mesi il presidente del KRG, Massoud Barzani, non vede Maliki. “Oggi abbiamo migliori relazioni con Ankara che con Baghdad”, ha dichiarato un leader curdo.

Oltre alle dispute territoriali, esistono profonde divisioni riguardo al petrolio, scoperto in grandi quantità nel KRG sulla base di contratti che il Ministero del Petrolio a Baghdad denuncia come illegali.

La guerra tra curdi e arabi è possibile, ma entrambe le parti hanno molto da perdere. I curdi, che occupano posizioni chiave nel governo di Baghdad, ne rappresentano la fazione più organizzata. Fintanto che fanno parte del governo sono molto più in grado di resistere alle pressioni da parte della Turchia, dell’Iran e della Siria. Anche Maliki ha molto da perdere. La coalizione irachena che ha sostituito il regime prevalentemente sunnita di Saddam Hussein era composta da sciiti e da curdi. Per più di mezzo secolo i curdi hanno dimostrato di essere in grado di destabilizzare l’Iraq, e persino Saddam non è riuscito a stroncarli. Maliki potrebbe essere tentato di sfruttare l’attuale forte sentimento anti-curdo diffuso tra gli arabi, sia sciiti che sunniti, per guadagnare popolarità prima delle elezioni, ma sarebbe una mossa avventata e pericolosa.

Anche se la violenza in Iraq rimane a livelli alti e il suo governo resta corrotto e inefficiente, le prospettive per il paese potrebbero non essere così tristi come appaiono a prima vista. Dalla caduta di Saddam nel 2003, in Iraq si cono combattute due guerre. Una è stata l’insurrezione nata in seno alla comunità sunnita contro l’occupazione degli Stati Uniti. L’altra è stata una sanguinosa guerra civile tra sunniti e sciiti, che ha raggiunto il suo picco nel 2006-07. Entrambe queste guerre si stanno concludendo. Le forze americane se ne stanno andando. Gli sciiti hanno in gran parte vinto la guerra civile. Baghdad è ora per tre quarti sciita, e gli sciiti controllano le 600.000 unità delle forze di sicurezza. Per la comunità sunnita sarebbe difficile, se non suicida, ritornare alle armi. Al-Qaeda potrebbe cercare di fomentare una vendetta sciita attraverso una serie di atrocità, ma finora ciò non è avvenuto.

La società e l’economia irachena rimangono sconvolte da 30 anni di guerre e sanzioni. Ma uno dei principali fattori che hanno destabilizzato l’Iraq negli ultimi sei anni è stata la presenza di un grande esercito americano. Con la sua partenza, i molti conflitti latenti dell’Iraq potrebbero, forse, essere tenuti sotto controllo.

Patrick Cockburn è un giornalista irlandese; è corrispondente dall’Iraq per il quotidiano The Independent; era a Baghdad durante la prima guerra del Golfo, ed ha scritto diversi libri sull’Iraq

http://www.medarabnews.com/2009/06/23/liraq-si-prepara-alla-partenza-degli-americani/

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