Baghdad LA SPERANZA

images«Eravamo abituati a 50, 60 bombe al giorno, oggi ce ne sono state tre». Incontro con il ministro degli interni Jawad al Bolani, che parla delle nuove sfide dell’Iraq: il lavoro, il rapporto tra le persone, un futuro migliore

Lunedì è stata una giornata di fuoco come non se ne vedevano da tempo a Baghdad: bombe a Karrada, in pieno centro, alla periferia nord di Shaab e ad Abu Ghraib, numerose le vittime. Nonostante queste bombe gli abitanti di Baghdad non si sentono più minacciati dal terrorismo come negli anni scorsi, ma l’avvicinarsi del ritiro delle truppe americane dalle città ha innescato nuovi scontri per affermare il controllo del territorio. L’eliminazione di al Qaeda da parte dei gruppi sunniti del risveglio non è ancora definitivo.
Riusciamo ad incontrare Jawad al Bolani, Ministro degli interni, sciita (considerato dell’area del premier al Maliki) dal quale dipende in gran parte la sicurezza del paese, alle undici di sera. Arriviamo al palazzo Adnan, occupato ai tempi di Saddam dal suo braccio destro al Douri, dopo aver percorso il labirinto di corridoi, formati dalle alte pareti di cemento, nella zona verde. Lo sfarzoso palazzo ospita il ministero delle finanze e degli interni, in piena notte è illuminato a giorno, il lavoro ferve come se non fosse calato il sole da parecchie ore.
Il ministro ci accoglie in abiti sportivi e visto che non aspetta altre visite è molto disponibile. La prima domanda non può che riguardare gli ultimi attentati che contrastano con il clima di sicurezza che sembra prevalere a Baghdad.
«Il miglioramento della situazione dal punto di vista della sicurezza è evidente, ma ci sono ancora alcune sfide da affrontare. A Baghdad, eravamo abituati a 50/60 bombe al giorno, oggi ce ne sono state tre, questo non vuol dire che io sottovaluti la situazione, bisogna evitare anche quelle tre. Le forze di sicurezza sono al lavoro in tutto il paese. La transizione della responsabilità dalle truppe americane a quelle irachene non rappresenta la fine della sfida. In questi anni ci sono stati molti problemi tra i partiti e anche tra gli iracheni, dobbiamo lavorare per ricostruire i rapporti, allora la situazione migliorerà.
Le nuove sfide che riguardano l’intera società non sono le bombe ma il lavoro, i rapporti tra le persone, la speranza nel futuro. Non è la sicurezza ma il sistema di governo che conta, gli iracheni vogliono uno stato che funzioni, che garantisca i servizi: luce, gas, sicurezza.
Abbiamo speso molti soldi per far fronte alla situazione ma la popolazione non vede risultati. L’unica cosa che avverte è che al Qaeda non è più forte come prima».
Molti soldi sono stati anche dilapidati dalla corruzione, uno dei problemi più gravi in Iraq.
La corruzione è nel governo in generale, non nel mio ministero, e si presenta sotto diverse forme. C’è un grande sforzo per risolvere questo problema ma occorre una strategia nazionale per combattere la corruzione, una combinazione di sforzi, perché si tratta di una questione culturale. Quindi il compito di combattere la corruzione non riguarda solo il governo ma anche i partiti, le organizzazioni che devono impegnarsi a costruire uno stato nuovo.
Oltre che a combattere la corruzione lo stato dovrebbe anche impegnarsi a far rispettare i diritti umani. In questi giorni abbiamo visto diverse manifestazioni che chiedono la liberazione dei prigionieri, l’eliminazione della tortura e migliori condizioni nelle prigioni.
I detenuti non riguardano solo il Ministero degli interni, ma anche quello della giustizia e, per i minori, quello del lavoro e dei diritti sociali. Comunque il maggiore problema è rappresentato dal fatto che chi porta avanti delle operazioni antiterrorismo poi trattiene nelle proprie celle i detenuti e questo non è legale, con il pretesto del terrorismo si pratica l’illegalità.
A un mese dall’assunzione del mio incarico (Bolani è ministro da giugno 2006, ndr) ho cominciato ad indagare il primo battaglione della polizia nazionale, la «fox brigade», che tratteneva 1.473 prigionieri. Ho nominato un comitato d’inchiesta e sette ufficiali di alto rango sono risultati responsabili di violazione dei diritti umani, abbiamo subito avviato un procedimento contro di loro. Il lavoro del Comitato continua in tutte le carceri sotto il diretto controllo del ministro e i dirigenti hanno capito che devono stare attenti. Ci sono stati denunciati 800 casi di violazioni dei diritti umani nelle carceri, abbiamo indagato e secondo noi solo in 50/60 casi si tratta realmente di violazioni dei diritti umani, in altri casi si tratta per esempio del fatto che è stato impedito ai prigionieri di ricevere visite dei famigliari.
Comunque non voglio negare questi fatti e ritengo che tutto quello che si produce al di fuori della legalità sia negativo. Le violazioni sono cominciate prima del 2003 e allora non si indagava nemmeno, ma non voglio sfuggire alle nostre responsabilità. Non basta la sicurezza occorre anche la libertà.
A proposito di diritti umani, il 12 giugno è stato assassinato il leader del Blocco islamico sunnita in parlamento, Harith al Obeidi, che denunciava le violazioni dei diritti umani
È vero. Ma Obeidi penso sia stato ucciso da al Qaeda, che non può avere un tornaconto diretto nell’eliminare chi difende i diritti umani se non quello di creare il caos. Il killer è stato ucciso da un agente e questo ci ha permesso di avviare una inchiesta molto circostanziata, che però non è ancora conclusa.
Quanti prigionieri iracheni sono ancora nelle carceri americane?
Tra i 10 e gli 11.000, erano 15.000 ma circa 4.000 ci sono stati consegnati dopo l’accordo Usa-Iraq. Abbiamo creato un comitato ad alto livello per esaminare tutti i casi, ogni mese si indaga su circa 700-1.000 detenuti, dovremmo finire entro 10 mesi.
Anche perché tutti i detenuti con un reato a carico dovrebbero essere trasferiti alla giustizia irachena…
Anche le carceri e il terreno su cui si trovano devono tornare ai legittimi proprietari. E in futuro gli americani non potranno più fare prigionieri.
L’Italia è impegnata nell’addestramento delle forze di polizia irachena, è soddisfatto di questo rapporto?
Le relazioni con l’Italia e la Nato sono molto importanti. Approfitto per ringraziare il governo e il popolo italiano per l’aiuto dato agli iracheni. Apprezziamo molto gli sforzi per aiutare il nostro ministero e il lavoro dei carabinieri che addestrano 4.000 poliziotti che avranno il compito di proteggere ambasciate, il museo, la banca centrale e altre banche importanti. Abbiamo fatto questo accordo per due anni e si realizza sotto la supervisione della Nato. Verrò presto in Italia per firmare un accordo importante con il ministro degli interni italiano. Proprio per questo nei prossimi giorni partiranno per l’Italia degli esperti per valutare gli equipaggiamenti italiani e vedere quali possono essere utili anche per la polizia irachena.
Comprerete anche armi dall’Italia?
Dipenderà dalla valutazione degli esperti, se necessario è possibile.
Lasciamo il palazzo dopo mezzanotte, il lavoro continua, evidentemente per il ministro la notte è più pericolosa del giorno.

Giuliana Sgrena

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090624/pagina/16/pezzo/253208/

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