L’Iraq in balia dei big del petrolio

imagesNel giorno in cui l’esercito Usa ha completato il ritiro dalle città irachene a Baghdad si sono svolte le gare per l’assegnazione dei contratti per dieci giacimenti petroliferi e di gas. Ma è stato un mezzo passo falso, perché i giganti del greggio chiedono migliori condizioni prima di farsi avanti con gli investimenti necessari.
Le gare internazionali sono le prime per l’Iraq da oltre tre decenni e per il premier Nuri al-Maliki si tratta di un «vitale esercizio di sovranità». Ma l’invito a partecipare ha ricevuto un’accoglienza assai fredda. Se ai nastri di partenza c’erano 38 società energetiche di 22 nazioni, quando si è trattato di depositare le buste in pochi lo hanno fatto. Di fronte alla possibilità di sfruttare giacimenti che sommano 43 miliardi di barili di riserve – sul totale nazionale di 115 miliardi – in ben quattro casi è stata registrata appena un’offerta. Le aziende petrolifere ritengono troppo basso il prezzo minimo che il governo iracheno offre per ogni barile prodotto.
Le tensioni sono affiorate subito, con l’assegnazione del giacimento di Rumalia – il maggiore in palio con 17,8 miliardi di barili – perché il consorzio guidato dagli americani di Exxon Mobil ha chiesto 4,8 dollari mentre il governo voleva non andare oltre i due e l’ha quindi dato agli inglesi di British Petroleum. Da quel momento in poi tutto è andato storto, o quasi. Nessuno si è fatto avanti per il gas di Mansouria, mentre i campi petroliferi di Bai Hassan, Kirkuk, Missan e quello di gas ad Akkas hanno avuto appena un’offerta. Per Missan a presentarla sono stati i cinesi di Cnooc chiedendo un pagamento minimo di 21,40 dollari a barile.
«L’inizio è stato disastroso – commenta Samuel Ciszuk, analista energetico di Ihs Global Insight – non si è fatto alcun passo avanti a causa di un approccio del Ministero del Petrolio che ha sorpreso tutte le compagnie». A smuovere la situazione non è bastato l’intervento del premier che aveva assicurato «totale protezione, tutte le garanzie possibili agli investimenti». Il nodo è l’offerta-base di 2 dollari a barile, condizionata dalla debolezza del bilancio pubblico.
Il ministro del Petrolio, Hussain Al Sharistani, non è comunque pessimista, assicura che «i nostri numeri sono molte realisti» e considera di «buon auspicio» la scelta di BP «di accettare il prezzo per Rumalia». Ma gli americani di ConocoPhillips hanno fatto marcia indietro su Bai Hassan, lasciandolo senza pretendenti. Le uniche due gare andare meglio sono state quelle per Zubair e West Qurna: nel primo caso si sono presentai Eni, Bp, Royal Dutch Shell e Exxon Mobil con gli italiani titolari della migliore offerta mentre nel secondo i concorrenti sono Total, Lukoil, Repson, Exxon Mobil e Cnpc.
Shahristani appare determinato a presentare tutte le «migliori offerte per i giacimenti non assegnati» al governo affinché decida. Ma a Baghdad ci sono molti malumori perché da un lato i manager dell’industria petrolifera temono i troppo scarsi investimenti stranieri e dall’altro più partiti del Parlamento vorrebbero far approvare i singoli accordi con votazioni pubbliche dell’aula e non in riunioni di governo a porte chiuse.

Maurizio Molinari per “La Stampa”

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=30031

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