La mia vita nel gulag

imagesGli interessi politici ed economici dietro il suo caso. La difficile vita in carcere. Il suo nemico Putin. La voglia di riscatto. In esclusiva l’intervista a Mikhail Khodorkovsky, l’ex uomo più ricco di Russia

 

Darà battaglia, Mikhail Khodorkovsky, “fino alla morte o alla mia liberazione”. L’ex oligarca e patron della Yukos, in galera da quasi sei anni accusato di evasione fiscale, frode, riciclaggio, sta subendo il secondo processo. Denuncia, in questa intervista esclusiva con ‘L’espresso’, resa possibile dai suoi avvocati che gli hanno portato le domande in carcere, gli interessi non solo politici, ma anche economici che sono alla base dei suoi guai giudiziari. Parla di Putin, Medvedev. Di Berlusconi. Racconta le sue prigioni e i momenti in cui ancora adesso, nel 2009, la detenzione in Russia può trasformarsi in un gulag. Ma non ha perso la speranza. Per se stesso. E per il suo Paese .

Signor Khodorkovsky, ci può descrivere la sua giornata tipo in carcere?

“L’aspetto principale della mia vita in carcere è l’auto-disciplina. Non importa a cosa mi sottopongono, o quello che faccio, svegliarmi presto, fare ginnastica, passeggiare all’interno della mia cella, lavorare con della carta. Se le condizioni sono umane sono in grado di sopravvivere. La sola cosa che mi manca davvero è la famiglia: moglie, figli, genitori”.

Cosa ha significato per un uomo di successo come lei finire per anni in una cella siberiana?

“L’isolamento permette di sviluppare una visione più filosofica del mondo. In un primo momento si tenta di reagire rapidamente a tutto, come quando si è fuori. Poi ci si accorge che le condizioni di vita non lo permettono. C’è tanto tempo per riflettere e per pensare. A poco a poco ci si abitua a questa nuova dimensione”.

Dalle prime avvisaglie di questo secondo processo pare difficile che lei possa avere un giudizio equo. Continuerà comunque a battersi?
“La libertà personale per un individuo è la cosa più importante. Continuerò a lottare fino alla morte o alla mia liberazione”.

Lei crede che ci siano differenze tra Vladimir Putin e il presidente Dmitry Medvedev? Pensa che il nuovo presidente sia più aperto alle istanze democratiche o sia solo una creatura di Putin?
“Putin e Medvedev, senza dubbio, sono molto diversi. Tuttavia, sembra che la politica sia orientata a preservare la stabilità tra i due. Credo però che la convivenza di due presidenti non possa durare a lungo”.

Nel mondo si moltiplicano le iniziative a suo favore: influiranno sul processo? E quanto e come il potere giudiziario dipende da quello politico?

“Il supporto è per me molto importante. In Russia ci sono moltissimi burocrati servili, pronti a fare qualsiasi cosa per ottenere l’approvazione dei loro dirigenti. Senza attenzione da parte dell’opinione pubblica, non avrei speranze. Nelle ultime settimane sia il Congresso americano sia il Bundestag in Germania hanno adottato delle mozioni in cui il mio caso è stato dipinto come politicamente motivato da una giustizia non indipendente. Entrambi le mozioni chiedono un processo equo e imparziale. L’iniziativa in Italia di Pier Ferdinando Casini va in questa direzione e merita un’attenzione particolare. Di sicuro, l’intera vicenda Yukos abbia avuto motivazioni politiche per indebolire ed eliminare un sostenitore dell’opposizione indipendente. Oggi la situazione è cambiata: gli interessi commerciali e la corruzione di molti funzionari di medio livello, che avevano tratto beneficio dalla distruzione della compagnia, sono emersi. Ora temono che tutto questo possa essere reso pubblico”.

Si aspetta di più dall’Italia? O teme che iniziative a suo favore vengano impedite dall’amicizia tra Berlusconi e Putin?
“Il rapporto di amicizia tra Berlusconi e Putin influenza le relazioni tra i nostri due Paesi. Tuttavia, senza una base solida in termini di valori e di istituzioni, come ci insegna la storia europea, la situazione non può essere stabile. Mi auguro che Berlusconi capisca questo, e che il rapporto di amicizia che lo lega a Putin gli consenta di affrontare anche dei temi delicati, come la mia situazione, e di farlo in modo costruttivo”.

Nutre qualche speranza nel fatto che il presidente Usa Barack Obama si possa impegnare e protestare con il Cremlino per la sua detenzione?

“Non vi è dubbio che una decisione sul mio caso stia per essere presa in Russia, ma non nel tribunale di Khamovnichesky (la Corte dove si svolge il processo, ndr.). Allo stesso modo, è evidente che i nostri funzionari vorrebbero far credere che qualsiasi decisione sia il risultato di una ‘corte indipendente’. Ho conosciuto il nome di Barack Obama nel momento in cui si è fatto promotore nel 2005, assieme ad altri, di una Risoluzione, poi adottata dal Congresso, in mio favore. Mi auguro che Obama, che ha apertamente denunciato la situazione di Guantanamo, faccia capire ai suoi interlocutori in Russia di non avere troppe illusioni che ciò accada”.

Vede ancora lontano il tempo in cui la Russia potrà essere una democrazia compiuta?

“Un Paese democratico è composto da un elettorato consapevole, da un sistema giudiziario imparziale, da una società civile, ecc. Credo che se la Russia non diventerà un regime totalitario, nei prossimi otto anni potremmo essere in grado di creare le basi per una vera democrazia. Saranno comunque sufficienti un paio di anni per capire la direzione che prenderà il Paese”.

Se ne ha fatti, riconosce degli errori nella sua vita prima del carcere?

“Di errori ne ho sicuramente commessi. Penso che il principale sia stato quello di aver speso ben dieci anni della mia vita nella costruzione di un’industria russa forte e competitiva piuttosto che aver contribuito alla costruzione delle istituzioni democratiche del mio Paese. Una delle cose che più hanno dato fastidio al potere centrale è stato il mio appoggio all’opposizione. Questo per loro è stato del tutto inaccettabile”.

Quali erano i suoi legami con la politica prima della detenzione?
“Ho sempre sostenuto le opposizioni. Anche durante la presidenza Yeltsin, che ne era a conoscenza. Ho una ferma convinzione che mi porta a credere che un’opposizione libera e indipendente sia indispensabile. Allo stesso tempo, però, questo è estremamente pericoloso in una situazione in cui esiste una burocrazia corrotta”.

Lei respinge le accuse che le vengono mosse. Si è fatto un’idea del perché sono state costruite? A chi giova, oltre che a Putin, la sua detenzione?
“Penso che, oltre all’interesse di marginalizzare l’opposizione durante le elezioni del 2003, vi fossero anche altri interessi commerciali di molte persone che, con il passare del tempo, sono diventate sempre più importanti e influenti. Sono ancora questi interessi che dettano l’agenda politica in Russia, a scapito dei bisogni del Paese”.

Non trova che per il potere sarebbe un bel colpo d’immagine la sua liberazione? E perché allora non avviene?
“Notevoli somme di denaro appartenenti alla compagnia sono passate di mano in mano in un modo decisamente poco trasparente: stiamo parlando di quasi 3 miliardi di dollari. Oggi i nuovi proprietari sono preoccupati e stanno cercando in tutti i modi di proteggersi, nascondendosi dietro a cosiddetti interessi politici”.

Che libri legge in carcere? Guarda la televisione? Quali programmi? Ha un’idea di come è cambiato il mondo in tutto questo tempo?
“Oggi le prigioni russe, anche se non possono essere definite dei gulag, mantengono alcune caratteristiche dei vecchi penitenziari. Non subisco grandi restrizioni per quanto riguarda libri, giornali e riviste. Fortunatamente riesco a leggere molto. Ovviamente il divieto categorico di usare Internet riduce notevolmente la mia capacità di ricevere informazioni aggiornate e libere. La televisione di Stato, come potete immaginare, offre una versione a dir poco edulcorata della realtà. Ma come molti altri intellettuali vissuti nell’ex Unione Sovietica, sono abituato a cercare la verità dietro a quello che mi viene proposto. A volte, in televisione, si parla anche di me. Ovviamente quando questo succede finisco in cella di isolamento, come nei vecchi gulag”.

Quando uscirà, si batterà per cambiare la situazione nelle galere russe?
“Quando uscirò di prigione, credo di avere il dovere di difendere i diritti delle vittime di persecuzioni criminali. A tal proposito vedo con favore i primi provvedimenti annunciati dalle più alte cariche dello Stato per riformare il sistema giudiziario. Oggi nelle prigioni russe, oltre a centinaia di prigionieri politici, si trovano moltissimi individui ai quali è stato sottratto tutto da approfittatori che hanno tratto beneficio da un sistema corrotto. Decine, centinaia, se non migliaia di persone su circa un milione di prigionieri sono vittime delle aspirazioni carrieristiche di poliziotti, pubblici ministeri e giudici. Pensate solo a questo: decine di migliaia di vite rovinate ogni anno. È sufficiente sottolineare come giurie relativamente indipendenti assolvono una persona su quattro, mentre i cosiddetti giudici professionisti assolvono solo una persona su 300. Questi giudici hanno il monopolio delle audizioni, quasi il 99 per cento dei casi, che sono spesso caratterizzati da interessi para-politici”.

Ha qualche messaggio da lanciare al pubblico che segue, da lontano, il suo caso?
“Innanzitutto voglio ringraziarli per il loro supporto perché aiuta sia me sia i miei colleghi a sopravvivere. In secondo luogo ci tengo a sottolineare come la Russia sia parte integrante dell’Europa dal punto di vista politico e geografico (l’80 per cento dei russi vive in Europa), per non parlare poi dei legami storici e culturali (basti pensare alla casata dei Romanov). Una visione univoca di comuni valori europei , istituzioni democratiche e un sistema giudiziario indipendente, è la migliore garanzia della fiducia verso l’Europa. Una simile circostanza garantirebbe un clima di sicurezza, anche dal punto di vista energetico. Sono convinto che parlare del caso Yukos non riguardi solo tematiche umanitarie. Riguarda infatti anche la fiducia verso le istituzioni russe”.

Come si immagina la sua vita futura fuori dal carcere? Ha dei progetti?

“Molto è cambiato durante questi anni: i miei figli sono cresciuti, i miei genitori invecchiati. Ho molti debiti morali nei confronti di queste persone, ma come ripagarli? Oggi non saprei come farlo, ma sono sicuro che la vita mi suggerirà il modo”.

Gigi Riva

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-mia-vita-nel-gulag/2103540//0

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