LE TANTE VITE DEL FU AGENTE CALIPARI

AF4DM0MCAROGRLACA63Y60LCAEQPRVICAU7JO54CA24A0XHCAUEYKY3CAD5V51XCASVYND7CA7LV3ZECAR9ERJBCAS854Y3CAV1UE3FCABXUR0HCA0MWMFRCAYWT0AQCAYHSATTCAGR1ASNCAM3W3HWNEL 1988 l’AGENTE DEL SISMI TRASCORSE 3 MESI IN AUSTRALIA PER SCRIVERE UNA RELAZIONE SULLA ‘NDRANGHETA CHE AL TEMPO INFESTAVA ANCHE I CANGURI – ORA è UN LIBRO – I RICORSI DELLA VEDOVA ROSA E LA DATA DEL 4 MARZO

Marco Lillo per “L’espresso

 

Un baule di quelli che si usavano un tempo nelle famiglie del Sud per conservare la biancheria pregiata o i cimeli di famiglia. In quella cassa di legno nella casa romana di Nicola Calipari era chiuso un documento impolverato dal titolo: ‘Relazione sulla missione in Australia presso la National Crime Authorithy’.

Quella relazione, datata 1988, rappresenta un momento importante della vita professionale e privata del funzionario del Sismi, (il servizio segreto militare) che ha sacrificato nel 2005 la sua vita per salvare quella della giornalista del ‘manifesto’, Giuliana Sgrena, rapita in Iraq.

A tirar fuori dall’oblio la relazione è stata la moglie di Calipari, Rosa Villecco, deputata Pd alla sua seconda legislatura. Anche se l’idea di farne la base di un libro è venuta a un consulente della commissione Antimafia, Enzo Ciconte, che ne sentì parlare dalla Calipari a margine dei lavori della Commissione sulla ‘ndrangheta nel 2006.

 

“Da quel momento Ciconte mi chiese più volte di fargli avere una copia della relazione”, racconta Rosa Calipari nel suo ufficio alla Camera, “ma io cercavo di evitarlo perché sapevo che avrei dovuto riaprire una pagina bella della mia vita con Nicola, ma segnata da tante preoccupazioni”.

Alla fine è stato il procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, amico di entrambi, a sbloccare la situazione: “In una cena a Roma, Ciconte e Macrì mi misero all’angolo e mi convinsero dell’utilità che ancora oggi rivestiva la pubblicazione della relazione di Nicola su quella missione di vent’anni fa”.

Così è nato ‘Australia ‘ndrangheta’, edizioni Rubbettino, 158 pagine, in libreria dal 20 luglio. Un saggio in quattro parti: accanto alla relazione scritta dal giovane Calipari al ritorno dalla missione di tre mesi per aiutare i poliziotti australiani, ci sono la testimonianza di Rosa Calipari e due saggi che rappresentano la parte più corposa del libro. Il primo è dedicato a un’analisi della ‘ndrangheta australiana ed è firmato da Macrì.

Il secondo è invece un’analisi dei cerimoniali e dei rituali contenuti nei codici della ‘ndrangheta, condotta da Ciconte, presidente dell’osservatorio sulla legalità nel Lazio. La testimonianza di Rosa Calipari ricostruisce il clima del 1988, quando la giovane moglie del funzionario di polizia con una bambina di appena un anno e mezzo, si sentì proporre dal marito: “Devo andare in Australia per aiutare le autorità di quel paese a combattere la ‘ndrangheta. Dovresti venire anche tu con la bambina”.

 

Non poteva dire di no. Per due ragioni. La prima le fu spiegata subito dal marito. La seconda no. Il ministro dell’Interno di allora, Amintore Fanfani, teneva molto alla missione perché i calabresi si erano segnalati a Sydney per il racket e la coltivazione della cannabis. Alla reazione dello Stato era seguita un’escalation di violenza fino all’uccisione del giovane deputato, Donald Mac Kay, nel 1977.

In alcuni centri, come Griffith, i calabresi costituivano il 40 per cento della popolazione, e non sempre gli australiani erano disponibili a distinguere i criminali dalla maggioranza onesta. La situazione stava diventando difficile ed era stata la nostra comunità a chiedere aiuto a Roma. Calipari era l’uomo giusto: nato a Reggio Calabria, dopo il concorso in polizia e il primo incarico a Genova, era tornato nella sua terra come vice e poi capo della Squadra mobile di Cosenza.

Lì aveva conosciuto Rosa, una bella ventenne che studiava all’università e veniva dalla famiglia più in vista della città, quella del leader socialista Giacomo Mancini, fratello di sua madre. Cosenza era segnata dall’esplosione della violenza. Un amico di Calipari, il giovane direttore del carcere, Sergio Cosmai, era stato ucciso perché non scendeva a compromessi con i boss reclusi. Calipari era il prossimo obiettivo: viveva scortato e girava con l’auto blindata. Tutta la famiglia era in pericolo. Ed era questa la seconda ragione di quel viaggio.

“Che il pericolo incombesse sulla nostra vita”, spiega Rosa Calipari, “io lo avevo capito quando una vicina a Cosenza mi fermò preoccupatissima per i rischi di un conflitto a fuoco con la scorta che proteggeva Nicola e mi disse: ‘Tuo marito è minacciato, ma se vogliono farlo fuori, ci riusciranno anche se ha dieci uomini di scorta’.

 

Nicola mi tranquillizzò come sempre e solo a Sydney, il 4 marzo 1988, mentre stavamo festeggiando il nostro quarto anniversario di matrimonio, mi disse la verità. Quella è una data che ha segnato tutta la nostra vita, nel bene nel male. Il 4 marzo ci siamo sposati, il 4 marzo è nato il nostro secondo figlio e il 4 marzo Nicola è morto in Iraq”.

Dopo la morte, come accade in questi casi, le carte più importanti di Calipari tornano a casa. Ed è nel 2005 che, rileggendo quella relazione, Rosa ripensa a quel viaggio di tre mesi tra Sydney, Canberra e Melbourne nella primavera della vita e scopre anche l’attualità del testo scritto dal marito allora.

‘Australia ‘ndrangheta’, grazie anche ai saggi di Macrì e Ciconte, fornisce un quadro sorprendente di questa succursale della nostra criminalità che è stata in grado di comprare politici australiani, influenzare un ministro, uccidere il numero due della Polizia, far sparire per lupara bianca un deputato, far esplodere con un pacco bomba un investigatore dell’alto commissariato.

Ma il libro è interessante perché contiene un’analisi dei codici e dei rituali che hanno permesso alla ‘ndrangheta di sopravvivere a latitudini diverse e anche perché permette di riflettere sul rapporto che lega criminalità e immigrazione e sui pericoli dei pregiudizi in entrambe le comunità coinvolte nell’integrazione. Calipari nella sua relazione ricorda la tendenza degli australiani a considerare criminale qualsiasi italiano nato in determinati paesi calabresi.

Un pregiudizio che trova però il suo contrappeso, come spiega Macrì, nel riflesso condizionato che scatta nelle comunità italiane quando si tratta di difendere tutti i concittadini, anche gli indifendibili. Il magistrato ricorda il caso di Francesco Madafferi, un ex sorvegliato speciale approdato in Australia negli anni Ottanta come clandestino che, dopo aver sposato un’australiana e avere avuto quattro figli, aveva ricevuto il decreto di espulsione.

A sua difesa erano insorti i principali giornali della comunità italiana, il ‘Globo’ e la ‘Fiamma’. Il giornalista Nino Randazzo aveva scritto nel 2003 un accorato appello al governo (riportato integralmente nel libro) in difesa dell’italiano. Appello, accolto dal nuovo ministro dell’Immigrazione nel 2005 tra i festeggiamenti della comunità calabrese. Ma tre anni dopo Madafferi è stato arrestato nella più grande operazione antidroga della storia e in quell’occasione si scoprì anche che era sospettato di avere aiutato un concittadino in un tentato omicidio.

La polemica investì il ministro Amanda Vanstone, anche perché si scoprì che il suo partito aveva ricevuto finanziamenti dalla comunità. Randazzo, nel frattempo, è diventato il senatore del centrosinistra che rappresenta l’Oceania (nel 2007 fu corteggiato da Berlusconi con offerte di ogni tipo, tanto che la Procura di Napoli indagò sulla trattativa). Invece il ministro Vanstone è stato nominato ambasciatore nel nostro Paese.

Il caso Madafferi dimostrò comunque la grande capacità di mimetizzazione delle mele marce nelle comunità italiane all’estero. Anche per evitare contatti pericolosi nei tre mesi australiani, i Calipari restarono isolati e frequentavano quasi esclusivamente Enzo Maselli, il funzionario italiano che coadiuvò Calipari con funzione di interprete. Oggi Maselli ha aperto a Melbourne una libreria dove certamente il saggio sarà esposto in vetrina.

“Mi è costato un po’ riaprire quella pagina della mia vita con Nicola“, spiega Rosa Calipari, “ma ho capito che ne è valsa la pena quando i miei figli mi hanno chiesto di leggere la prima copia. Nicola è sempre ricordato per il suo gesto estremo a difesa della vita che aveva il compito di difendere. E invece è utile conoscere anche il suo impegno precedente a difesa degli altri. Solo così è possibile capire il senso profondo di quello scatto finale, di quella capacità di andare oltre l’individualità, che è poi l’eredità più importante lasciata a me e ai miei figli”.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-7912.htm

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