Muti, ritorno a Sarajevo: la pace si vince suonando

imagesAi giornalisti al seguito di Riccardo Muti nel suo «Viaggio dell’amicizia», che lo vedeva tornare a Sarajevo, si poneva la questione se la musica, la più astratta di tutte le arti, sia veramente un veicolo dei valori fondativi della civiltà. La risposta non poteva essere che positiva ascoltando le voci dei bambini di Srebenica, Tuzla, Mostar, e Zenica che si erano unite nel bis, Va pensiero, ai complessi del Maggio fiorentino con cui il direttore partenopeo si è esibito lunedì in uno straordinario concerto nella città simbolo delle guerre nella ex Jugoslavia. Risposta positiva quanto incompleta: infatti, aveva probabilmente ragione Muti nel dire che da un’atmosfera di tragedia di 12 anni fa, quando aveva qui inaugurato i viaggi dell’amicizia del Ravenna Festival, si è passati a quella di gratitudine, manifestata dal sindaco di Sarajevo con la consegna delle chiavi della città.
Allora il pubblico stringeva nelle mani le fotografie dei parenti morti. Dopo tutto a Sarajevo essere vivi è un valore: questa è la città dei cimiteri, da piccolissimi a enormi come campi sportivi, la maggior parte delle tombe sono dal 1992, inizio dell’assedio più lungo che l’Europa ricordi. Quando Muti arrivò nel ’97 la terra su quelle bare era ancora fresca, a Sarajevo impazzavano i media da tutto il mondo e fioccavano i fondi internazionali per la ricostruzione, che molto hanno stimolato l’appetito delle mafie locali. Oggi che quei fondi sono finiti, la Bosnia-Erzegovina si trova ad affrontare altri problemi: una crisi economica devastante e una disoccupazione che fischia al 40 per cento. Con un parlamento e tre presidenti diversi eletti su basi «etniche», ognuna delle componenti può porre il veto su un provvedimento se si ritiene danneggiata: così non si promulga una legge da dieci anni. Molti giurano che sotto la cenere dell’attuale calma covino tizzoni incandescenti, e il colonnello Costantini, comandante del contingente italiano, è convinto che le truppe Nato resteranno a lungo. In una burocrazia con 14 livelli istituzionali i veti incrociati hanno impedito alla commissione per la riconciliazione di funzionare, spiega Jovan Divjak, il vicecomandante serbo della storica difesa di Sarajevo. Nel frattempo sono rinate orgogliose chiese, moschee, alberghi e supermarket, ma al centro della città torreggia come un dente marcio, abbrutito da colpi di mortaio, la biblioteca universitaria su cui ha speso la sua lacrimuccia ogni europeo con in saccoccia almeno un diploma secondario quando venne distrutta nel ‘92. Sull’edificio stampellato da impalcature spicca il lungo elenco di paesi e città che partecipano alla ricostruzione: tra cui la non epulonica Ungheria e perfino Tirana, ma non l’Italia né uno dei suoi umanistici comuni.
A fine concerto le devote acclamazioni del pubblico, oltre 4000 persone, allora sembrerebbero suggerire maliziosamente che la musica sia un’«Estasi trasportabile», per citare la definizione dell’oppio di Thomas De Quincey nelle sue memorabili Confessioni. Certo trasportabili sono il capo gabinetto del ministero della cultura Salvo Nastasi, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, giunti con volo militare a Sarajevo per non perdere l’evento assieme a Bruno Vespa: non è prodigiosa la velocità con cui gli aerei dello stato sono passati dalle veline agli anchor-man di Rai1?

CANTI DEL DESTINO
Senonché il programma di Muti offre ben altro: lo Schicksalslied (Canto del destino) è un fenomenale esempio di come Johannes Brahms mettendo in musica una lirica di Hölderlin dissenta profondamente dal testo: per il poeta alla beatitudine celeste ed eterna si oppone una terrena sofferenza. Ma il compositore riprende alla fine la musica celestiale suggerendo che la beatitudine possa essere anche terrena, e bisogna ascoltare con quale convinzione Muti affronta queste battute conclusive, oppure come nella Sinfonia n. 3 Eroica di Ludwig van Beethoven sfogli le pagine disarticolandone la componente epica in favore di un sapiente gioco di effetti timbrici e ritmici –beata la terra libera dal destino, e questa lo meriterebbe.
«Vorrei cercare delle collaborazioni tra i Teatri di Napoli e Roma – confida il Muti a una pletora di giornalisti durante un ritardo di un aereo –. Perché l’idea di ridurre a due o tre i grandi teatri italiani non mi piace: è antistorica e lo anche detto al ministro Bondi. I politici, di qualsiasi schieramento, dicano se la cultura e la musica in Italia devono finire o contano davvero qualcosa. Lo ripeto da quaranta anni, ma a me chi volete che mi stia a sentire?» Parole non prive di melanconia, suggeriscono forse che i valori e la musica viaggiano sulle gambe degli uomini?

Luca Del Fra

http://www.unita.it/news/cultura/86463/muti_ritorno_a_sarajevo_la_pace_si_vince_suonando

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