Piccola Posta di Adriano Sofri

AUZOTNPCAE8UXH2CAPDB26FCAO0G27ECAOZ5VQXCAYXSXP0CAR3DFLFCAEQ0N0ACA8MJXVMCA43VVRYCA3ZRZCOCAEU3ABQCALV9HF3CAP5GKO1CA6WNCFZCA0A940KCA66HNC5CAND0EF8CA1SHUNDL’altra sera, sui viali di Firenze, un’auto civile dei vigili urbani è passata di corsa a un semaforo rosso e ha investito un motorino, sbalzandolo lontano di molti metri. A bordo c’erano un ragazzo di 19 anni, e una ragazza di 18. La ragazza è morta. Era bellissima. Aveva una sorella gemella. Era bravissima a scuola, intelligente, simpatica, amata. Sarebbe stata in ogni modo una storia terribile. Ma le fotografie di quel viso luminoso sulle pagine locali fanno venire i brividi. La città è commossa e scossa, per una vera tragedia. E’ una tragedia per una famiglia, per gli amici e i coetanei, per una comunità. Lo è anche per chi ha provocato la sciagura, e ora dice di sentirsi precipitato in un inferno. Il padre della giovane lo chiama scellerato omicida. Proviamo a districare momenti e attori – e attrici – della tragedia.

 C’è una pattuglia di vigili urbani, a bordo di un’auto civetta, senza segni distintivi: sono tre, al comando di una signora. Fermano una giovane donna di nazionalità russa, dicono che si rifiuta di esibire i documenti, la fanno salire in auto per portarla in caserma e accertarne l’identità. La donna sale dietro fra i due vigili, l’altro vigile è davanti alla guida. E’ esperto, ha 53 anni, in passato ha fatto da autista a un popolare assessore fiorentino. L’auto va forte, a un certo punto mette un breve lampeggiante, inserisce anche una sirena, ma intermittente. (Un paio di bip-bip, dice un testimone). Brucia senza rallentare il semaforo rosso: quelli che vengono dal verde, come un motorino che se la cava accelerando, e l’altro che viene investito, non potevano né udire la flebile sirena né vedere il rado lampeggiante. Perché l’auto correva così? Era un’emergenza, diranno. L’emergenza era l’accompagnamento della giovane russa. E’ una motivazione così assurda da suonare oltraggiosa. Meglio non darne nessuna, meglio dire: “Non so che cosa mi è successo, invece di fermarmi al rosso o rallentare ho tirato diritto, ho perso la testa…”. Sceso dall’auto, il guidatore è andato a vedere e poi si è allontanato, dicono ancora i testimoni, tenendosi la testa fra le mani e gemendo: “Dio mio, che cosa ho fatto!” Ricapitoliamo. C’è una giovane donna, 27 anni, che sta sulla strada, fino a un momento fa non sapeva che questa sera la sua vita, che viene da lontano, si sarebbe mescolata con quella dei tre vigili fiorentini, e che fra un momento la vita di loro quattro andrà a sbattere contro quella di una ragazza, e la ucciderà. Questo atroce corto circuito – che appuntamento mostruoso, che complicata Samarcanda in un viale di Firenze – ha tuttavia un suo itinerario. Non è lo scherzo di un destino d’una sera d’estate, invidioso della gioventù, della bellezza della serenità. C’è – come chiamarlo? un eccesso di zelo? un gioco al rialzo? – nei confronti di una giovane straniera, probabilmente lì per prostituirsi, forse “irregolare”. Una di cui prendere le generalità, tutt’al più, se non c’è niente di più importante da fare. Non un pericolo pubblico, né un’emergenza. C’è – come chiamarla? l’emulazione di altre corse sul filo del rasoio, come nei film, come nei colleghi di altre polizie, come nei racconti al bar? – il brivido della macchina (una Punto, la vita è mediocre) lanciata a sfidare il rosso. E c’è, vicinissima, Samarcanda. Firenze è, per quanto ci si compiaccia a deplorarla, una città bella e civile. Non ha un pregiudizio contro i suoi vigili. E’ facile conoscerli, fermarsi a chiacchierare con loro, donne e uomini, da Ponte Vecchio alla Signoria al Duomo, scoprirli cordiali, colti, premurosi. Là dietro, nel maggio del 1993, una bomba politico-mafiosa ammazzò una famiglia intera, due figlie di nove anni e neanche due mesi, la madre, che era la custode dell’Accademia dei Georgofili, e il padre, 38 anni, che era un vigile urbano. Il cordoglio e la solidarietà dei fiorentini verso i loro vigili fu impressionante. Pochi anni fa i vigili furono protagonisti di una campagna sulla sicurezza in cui si fermavano pedoni ciclisti e automobilisti per congratularsi con loro per il comportamento regolare e leale e metterlo a verbale, e si sorteggiarono fra i fermati centinaia di biciclette. Può succedere oggi, nelle grandi città, che i vigili vengano spinti a fare il viso dell’arme contro i disgraziati, o a fare contravvenzioni a vanvera. Ma quel sentimento di simpatia a Firenze non è cambiato. Perché non cambi questa volta c’è bisogno di uno sforzo grande, molto grande.

http://www.ilfoglio.it/piccolaposta/232

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