Somalia: un incubo senza fine

AVFQ213CAEV1HLDCAMAPUPKCAGAFRVGCA4ZC2LDCAF8BD3ZCA03ODY4CAE23QZRCASL64R2CAJRE7PJCATBZHO0CAMOXO37CA86PUKKCA378YJDCA05TWELCATWQGQTCAUJ37E1CA7Y96VYCAWYJ7QELa nuova escalation di violenza. Il governo chiama i signori della guerra. Nuovi protagonisti: cos’è Ahlu Sunna wal Jama’a. L’opposizione islamista: alla ricerca di una leadership

 

Ritorna la guerra a Mogadiscio e in Somalia fra le milizie filogovernative e l’opposizione islamista composta dai combattenti di al-Shabab e Hizbul Islam. Più di trecento vittime nella sola capitale nelle ultime tre settimane e un numero di sfollati oramai salito, secondo stime UNHCR, a più di 200mila, dipingono in maniera esaustiva la tragicità della situazione. Intanto, a Ginevra, l’United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR) denuncia continue violazioni dei diritti umani commessi da entrambi i fronti, non solo ai danni della popolazione civile ma anche di giornalisti locali. Come se non bastasse inoltre, in questo macabro scenario si susseguono false notizie che spesso colgono impreparata anche la stampa internazionale; come quella dell’esecuzione a Baidoa di sette somali di fede cristiana accusati dagli Shabab si essere spie al soldo dell’occidente, oppure della fantomatica presenza in Somalia di combattenti stranieri di al-Qaida.

Ma come si spiega la nuova spirale di violenza? C’è davvero la mano della rete qaidista dietro il fronte di opposizione islamista somalo? E inoltre, perché le nuove istituzioni transitorie – nonostante il sostegno internazionale – stentano ad uscire vittoriose dallo stallo politico e militare in cui tutt’oggi si trovano?

La nomina lo scorso inverno delle nuove Istituzioni Transitorie allargate ai moderati dell’ARS (Alleanza per la Re-liberazione della Somalia) non si è materializzata nella formazione di un vero e proprio governo di unità nazionale, ma si è trattato piuttosto di una sostituzione di leadership culminata con l’elezione di Sheikh Sharif Sheikh Ahmed a presidente delle Istituzioni Federali di Transizione. L’uscita di scena dalla compagine governativa dei fedelissimi dell’ex presidente Abdullahi Yusuf ha determinato anche una sostituzione di milizie sul campo.

L’apparato militare del Governo Transitorio
infatti, prima dell’uscita di scena dell’Etiopia, si è quasi sempre appoggiato su “mercenari” Darawish (circa 3.500) originari del Puntland. Le dimissioni di Abdullahi Yusuf e il ritiro dell’Etiopia hanno lasciato Sheikh Sharif con le sole forze del nuovo ministro della sicurezza Omar Hashi (per lo più Hawiye un tempo al soldo delle Corti Islamiche) e dei peacekeepers dell’Unione Africana.

Per supplire alla mancanza di milizie armate, lo scorso giugno, il Governo Federale di Transizione è stato costretto ad organizzare a Villa Somalia un incontro con un gruppo di capi milizia strettamente connessi alle Istituzioni Transitorie dell’ex presidente Yusuf, e per questo conosciuti anche come “Mbaghatini”, dal nome della località del Kenya dove si è aperto il processo di riconciliazione nazionale somalo che diede vita nel 2004 alle Istituzioni Federali di Transizione. Tra i partecipanti all’incontro erano presenti importanti uomini Abgal (stesso clan del presidente) come Musa Sudi Yalahow, Mohamed Omar Habeeb “Dhere” e Omar Mahamud Mohamed “Finish”. L’intento del nuovo GFT è stato quello di allargare le proprie forze cercando di inglobare  pericolosi capi milizia che in passato, ai tempi delle Corti, lo stesso presidente Sheikh Sharif aveva sempre osteggiato.

Alle nuove milizie Abgal
si sono poi aggiunte quelle di Yusuf “Indhadde”, ex ministro della difesa delle Corti Islamiche che in passato presiedeva – prima di essere destituito dalle milizie di al-Shabab alla fine del 2008 – un’amministrazione nelle regioni agricole del basso Scebeli dominata con la forza dal suo influente sottoclan Ayr (Hawiye/Habar-Gedir). La scelta del GFT di inglobare le milizie di “Indhadde” – dati gli aspri rapporti di quest’ultimo con gli Shabab, e specialmente con l’ex portavoce Abu Mansur “Robow” – ha finito col precludere qualsiasi tipo di accordo tra le istituzioni transitorie e l’opposizione islamista. Inoltre, la nuova entrata dell’Etiopia in Somalia, e principalmente nelle regioni di confine dell’ Hiiraan e del Galguduud, ha finito per smontare anche la propaganda politica del governo somalo, il quale faceva dell’uscita di scena del contingente di Addis Abeba dal territorio uno dei suoi punti forti.

A complicare ulteriormente il lavoro
del governo vi è stato anche il clamoroso attacco dove ha perso la vita lo stesso ministro della sicurezza Omar Hashi, ucciso lo scorso giugno da un attentato suicida a Beledweyne, 300 chilometri a nord di Mogadiscio. L’attacco, rivendicato da al-Shabab, ha dimostrato non solo la capacità del movimento islamista di colpire anche importanti personalità governative, ma anche la nuova strategia adottata dai “giovani”; come usare aspiranti martiri dello stesso sottoclan delle vittime designate, in modo da non aprire contestualmente contenziosi clanici. Una dimostrazione questa di come il movimento tenda ad utilizzare strumenti coerenti all’ambiente sociale somalo (come il clan appunto) per perseguire i propri obiettivi militari e politici.

L’uscita di scena di Omar Hashi non solo ha rappresentato la perdita di uno degli uomini forti del nuovo governo, ma anche la conseguente diserzione delle sue milizie, assottigliando ulteriormente l’apparato di sicurezza del governo.

In questo clima così precario per le nuove
Istituzioni Transitorie, si è aperta così la nuova pesante offensiva dell’opposizione islamista nella capitale, dove sono stati presi di mira anche alcuni quartieri relativamente sicuri come Yaqshid, Karan e Abdulaziz. A sostenere il governo nella propria difesa contro gli insorti, oltre a un manipolo di caschi verdi ugandesi e burundesi dell’Unione Africana, i quali però – almeno su carta – avrebbero tutt’ora un mandato esclusivamente difensivo, si è unito anche un nuovo gruppo, conosciuto con il nome di Ahlu Sunna wal Jama’a (ASWJ), e operante principalmente il quella che viene definita dai somali stessi come “Galmudug” (che sta per l’insieme delle regioni del Galguduud e del Mudug). Ma in cosa consiste il movimento di Ahlu Sunna wal Jama’a? E perché oggi segue la stessa agenda politica del governo?

Formalmente Ahlu Sunna wal
Jama’a tende ad autodefinirsi come un gruppo islamista “moderato”, fondato nei primi anni Novanta principalmente in contrapposizione ad Al-Ittihad al-Islami (AIAI). Il movimento racchiudeva diversi Sheikh il cui obiettivo era quello di riunire sotto un’unica guida alcune confraternite sufi somale come la Qadiriyya, la Salihiyya e la Ahmadiyya.

Il presidente riconosciuto di questa organizzazione risiede tutt’oggi in Arabia Saudita, e prende il nome di Moalim Mohamud Sheikh Hassan, del clan Hawiye – Habar Gedir (Ayr). Questa figura è generalmente molto rispettata in Somalia dagli ambienti sufi, anche di altri clan. Dopo il 2006 però, la struttura di ASWJ ha subito diverse modifiche, principalmente per volere dell’allora primo ministro Mohamed Ali Ghedi, il quale tentò di riorganizzarne i vertici in opposizione ai movimenti radicali di al-Shabab e di quelli presenti nelle Corti Islamiche (principalmente del gruppo di Hassan Dahir Aweys). Questa operazione, denominata con il nome saxwa (in somalo “moderati”), portò all’interno del gruppo altri leader, per lo più Abgal (stesso clan dell’attuale presidente e dell’allora primo ministro Ghedi) e Habar Gedir ostili alla leadership di Dahir Aweys.

Così, da movimento il cui unico obiettivo era limitare l’impatto delle organizzazioni islamiste radicali nate all’inizio degli anni Novanta in Somalia, come Al-Ittihad al-Islami, dopo il 2006, e per volere del governo Ghedi, Ahlu Sunna wal Jama’a diventa principalmente uno strumento governativo prima per opporsi alle Corti Islamiche e agli Shabab, e poi per combattere la leadership Hawiye della resistenza nelle regioni al confine con l’Etiopia del Galguduud e del Mudug.

L’attuale attività dell’ASWJ non a caso
si è circoscritta all’interno delle regioni di tradizionale appartenenza Hawiye – Habar Gedir, proprio per frenare l’avanzata delle milizie di Shabab e Hizbul Islam, ma soprattutto di quest’ultima, visto che Dahir Aweys sembra ancora oggi essere intenzionato a riappropriarsi delle regioni del suo clan. E proprio in un tentativo del leader di Hizbul Islam di raggiungere il villaggio di Wabho, nel Galguduud, che lo stesso è stato ferito in maniera grave lo scorso giugno proprio dalle milizie di Ahlu Sunna wal Jama’a. In altre parole, sembra che l’agenda di ASWJ, più che filogovernativa, conservi oggi una forte propensione territoriale, la stessa del resto emersa – soprattutto in alcune fasi del conflitto – anche all’interno di Hizbul Islam e di al-Shabab.

Nell’ultimo mese si è assistito a due importanti ricambi di leadership nell’opposizione islamista, sia all’interno degli Shabab sia in Hizbul Islam. Abu Mansur “Robow”, portavoce dei “giovani” si è dimesso per lasciare il posto a Sheikh Ali “Dhere”, mentre nel Partito Islamico il dottor Omar Iman ha lasciato volontariamente la presidenza a Sheikh Hassan Dahir Aweys. Mentre sembrano piuttosto chiare le motivazioni di quest’ultimo avvicendamento, permangono ancora dubbi sul ricambio avvenuto negli Shabab. A tal proposito è interessante notare che Sheikh Ali “Dhere” – oltre ad essere politicamente molto più “duro” rispetto al suo predecessore – fa parte della famiglia clanica Hawiye (e in particolare Habar Gedir/Ayr), la stessa di Dahir Aweys, e maggioritaria nelle zone dove oggi si sta maggiormente combattendo (Abu Mansur invece è un Digil Mirifleh di Baidoa). È altamente probabile che i “giovani” abbiano voluto cambiar pelle proprio nel momento in cui la guerriglia ha finito per estendersi in piena zona Hawiye (come Beledweyne e Jowhar), oppure – altra ipotesi – che dietro la nomina di Sheikh Ali Dhere ci sia un realtà la longa manus di Aweys, il quale non ha mai nascosto di voler inglobare e/o guidare anche al-Shabab, cosa peraltro impensabile fino a poco tempo fa per la presenza ingombrante di Abu Mansur.

Secondo fonti somale infatti, sembra che le dimissioni di Abu Mansur siano state decise a seguito di una riunione di alcuni leader del gruppo avvenuta a Mogadiscio alla fine dello scorso giugno, in cui erano presenti, oltre che lo stesso ex portavoce, anche Sheikh Fuad Mohamed Qalaf, conosciuto anche come Fuad Shangole, e Sheikh Mukhtar Abu Subeyr, ufficialmente il capo di al-Shabab. Mentre il primo è un Darod del nord, quest’ultimo appartiene alla famiglia clanica Isaaq, maggioritario in Somaliland. È possibile dunque che la convergenza storica di interessi tra gli Isaaq e gli Hawiye – Habar Gedir abbia finito per influire anche nella scelta della destituzione di Abu Mansur. Il suo allontanamento dagli alti quadri di al-Shabab ha determinato da un lato la fusione formale delle milizie di Hizbul Islam con quelle Shabab, e dall’altro il repentino cambiamento delle amministrazioni Shabab nelle regioni del Bay e del Bakool, dove la carica di governatore è oggi tenuta da Sheikh Mahad Omar Abdikarin, clanicamente vicino ad Aweys e al nuovo portavoce Shabab.

Tali avvicendamenti hanno certamente radicalizzato l’attività di al-Shabab anche nel Benadir e nelle città costiere di Merca e Brava. Fino ad oggi infatti, i santuari sufi di quelle zone (a differenza di quelli di Chisimaio) erano stati risparmiati dalle demolizioni proprio per volere di Abu Mansur che, essendo un Digil Mirifleh, ha sempre conservato un buon rapporto con l’ambiente clericale sufi e con gli anziani locali. Inoltre, l’ondata di condanne e di arresti avvenuta ultimamente nel Benadir, che la stampa internazionale erroneamente ha spesso etichettato come rispondente ad un’applicazione più rigida della sharia, è molto probabile sia stata funzionale ad evitare un piccolo colpo di stato “Ayr”, dove – tra gli altri – erano implicati anche personaggi vicini allo stesso Yusuf “Indhadde”, il quale aspira tutt’oggi a riappropriarsi delle posizioni perse lo scorso anno per mano degli Shabab.

Data la fluidità  della situazione
, è difficile oggi pensare a cosa accadrà  in Somalia nei prossimi mesi. C’è da dire che le istituzioni transitorie, pur conservando l’appoggio di gran parte della comunità internazionale, stanno perdendo costantemente terreno, sia militarmente sia politicamente. L’inclusione all’interno delle forze di sicurezza del GFT di milizie legate a pericolosi warlords infatti, ha gettato nel caos il coordinamento degli apparati di sicurezza del nuovo governo (che tendono a rispondere sempre meno alle istituzioni transitorie e sempre di più ai loro leader clanici), finendo inoltre per incidere negativamente sulla stessa legittimità interna della presidenza di Sheikh Sharif.

L’affannosa ricerca di una “pistola fumante” che possa dimostrare la presenza di al-Qaida in Somalia per ora non ha portato alcun risultato, se non il goffo tentativo di catturare l’attenzione internazionale su una crisi che – nonostante tutto – resta ancora per lo più dimenticata. La continua enfasi data all’eventuale presenza di al-Qaida nel paese ha però determinato un altro risultato; ovvero quello di radicalizzare sempre più l’opposizione islamista, le cui strategie politiche e militari – nonostante il loro forte carattere locale – tendono sempre più a prendere la forma di quelle sperimentate dalla rete globale del terrore, dalle fasi di reclutamento alle attività di guerriglia sul campo.

Le vie diplomatiche di soluzione
alla crisi hanno risentito – e risentono tutt’ora – della politica americana che verso i gruppi di opposizione, e specialmente gli Shabab. È interessante notare che questo tipo di atteggiamento votato all’”esclusione” è molto simile a quello che fu usato da Washington nei confronti delle Corti Islamiche prima dell’intervento etiopico del dicembre 2006. In quel periodo però, l’unico risultato raggiunto dalla politica statunitense fu di radicalizzare ulteriormente i gruppi esclusi dalle trattative di pace, rendendoli al contempo pedine per attori regionali impegnati esclusivamente a perseguire politiche di destabilizzazione regionale, come è stato – ed è ancora – il caso dell’Eritrea del presidente Isaias Afeworki, impegnata, più che a sostenere la causa somala, a creare focolai di guerriglia contro il suo storico antagonista etiopico.

A questo punto, l’unica soluzione in un momento così critico per il paese potrebbe essere quella di trovare meccanismi di riconciliazione locali alla crisi, coinvolgendo gli attori presenti sul campo (dalle amministrazioni locali alle milizie islamiste radicali). In altre parole, più che cercare di porre un freno alla violenza con aiuti a pioggia, economici e militari (come avvenuto a Bruxelles lo scorso aprile), o imponendo processi di riconciliazione a livello nazionale costruendo una legittimità “internazionalmente riconosciuta” ma localmente inconsistente, bisognerebbe identificare e valorizzare quegli attori davvero influenti sul territorio. In tutto questo l’Unione Europea, e in particolare l’Italia – a differenza del partner statunitense e delle deboli organizzazioni regionali come UA e IGAD – può far molto, grazie anche al basso profilo mantenuto fino ad oggi rispetto alla crisi, il quale ha finito per preservarla dal pericolo di screditamento agli occhi delle fazioni somale in campo, islamiste e non. Insomma, iniziare a considerare l’opposizione islamista radicale per quella che è, ovvero alla luce di dinamiche interne al contesto somalo, potrebbe essere un inizio..

Matteo Guglielmo

http://temi.repubblica.it/limes/somalia-un-incubo-senza-fine/5734?h=0

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