Tata: “Investite in India”

images«L’Occidente non ceda al protezionismo, ma il nostro Paese ha un enorme mercato interno»

GIANLUCA PAOLUCCI
TORINO
Credo che questa crisi abbia portato con sé molte pressioni protezionistiche e questo rallenta l’espansione di un paese come l’India. Ma l’India ha un formidabile mercato interno ancora da sviluppare, con grandi opportunità anche per le imprese occidentali grazie alle riforme avviate e alla maggiore apertura del sistema economico». Ratan Tata il mercato interno indiano lo conosce bene, forse meglio di chiunque altro. Il suo gruppo produce tè e software, acciaio e energia elettrica, auto e assicurazioni. Oltre a gestire hotel, fornire servizi di consulenza, operare nel mercato delle telecomunicazioni. Tra i suoi molti incarichi c’è anche quello di consigliere del gruppo Fiat, circostanza che lo porta un paio di volte all’anno in Italia, a Torino, per presenziare di persona e non in teleconferenza ai cda della società. Lontano mille chilometri dall’immagine che si potrebbe avere dell’uomo a capo di uno dei più grandi conglomerati industriali del pianeta, è al lavoro per riuscire a riportare allo splendore originario l’Hotel Taj Mahal di Mumbai devastato dagli attacchi terroristici del novembre scorso in tempo per il primo anniversario di quei fatti e accetta di rispondere ad alcune domande prima di prendere un aereo per gli Usa.

L’economia indiana crescerà del sette per cento quest’anno, mentre la maggior parte dei paesi dell’occidente è in recessione. La “locomotiva indiana” non ha risentito della crisi globale?
«Non è proprio così: è vero che il settore finanziario indiano non ha asset tossici e questo lo ha preservato dalle turbolenze che si sono viste altrove. C’è anche da dire che quest’anno le previsioni sono di una crescita del 7%, ma lo scorso anno la crescita del pil è stata del 9%, e dunque una frenata c’è stata anche in India. La ragione è però legata a dinamiche interne. La Banca centrale ha ridotto la liquidità sul mercato per tenere sotto controllo l’inflazione e questo ha rallentato la crescita, una volta che questo squilibrio è stato superato l’economia ha ripreso un ritmo sostenuto. Questo non vuol dire che le imprese indiane più votate all’export non ne abbiano risentito. Ad esempio, il settore del software è stato colpito pesantemente dei tagli agli investimenti fatti dalle imprese occidentali e anche delle pressioni protezioniste».

La crisi può essere anche un’opportunità per le imprese indiane per guadagnare quote di mercato in occidente?
«In questa fase, non credo ci siano grandi opportunità di espansione all’estero delle imprese indiane. Ma resta un mercato interno dalle enormi potenzialità. Parliamo di centinaia di milioni di persone. Guardi quello che è successo con i telefonini. In India ce ne sono circa 500 milioni e fino a sette, otto anni fa erano praticamente inesistenti. Non è solo una questione economica ma anche di maggiori opportunità per chi fruisce delle tecnologie. Nello scorso decennio per avere una linea telefonica privata era necessario aspettare fino a sette anni e adesso ci sono centinaia di milioni di telefonini».

Le elezioni politiche hanno dato la vittoria a Manmohan Singh che è il primo premier indiano a fare un secondo mandato dopo Nehru. La stabilità politica aiuterà l’economia indiana?
«Queste elezioni hanno portato, a mio parere, una serie di importanti risultati. Il principale è che non c’è uno sconvolgimento delle politiche di riforme economiche e sociali intraprese nella passata legislatura. C’è lo stesso primo ministro e il Partito del Congresso è uscito rafforzato, ma all’interno di una coalizione che probabilmente gli eviterà gli errori del passato. Lo stato d’animo nel paese dopo le elezioni è molto positivo».

Qualche giorno fa ha ospitato il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, nell’Hotel Taj Mahal, di proprietà della sua famiglia. Una presenza dal forte valore simbolico, dopo gli attacchi terroristici del novembre scorso.
«Sì, Hillary Clinton ha deciso di venire a Mumbai prima di Delhi come segnale della comune lotta al terrorismo. Al Taj Mahal, come del resto all’altro hotel colpito in quell’attacco, l’Oberoi, ha voluto incontrare il personale e ha parlato lungamente con le persone che erano lì in quei giorni».

Ciò non toglie che sia qualche frizione tra India e amministrazione Obama, ad esempio riguardo alle politiche ambientali.
«La signora Clinton durante la sua visita ha incontrato, su questo tema, anche le grandi corporation e le associazioni della società civile. Credo di aver colto la disponibilità reciproca a risolvere anche queste frizioni».

Pochi giorni prima della visita della Clinton invece è stata consegnata la prima Nano, l’auto “low cost” (2500 dollari il modello base, ndr) che dovrebbe rivoluzionare la mobilità indiana e non solo. Mi può dare qualche previsione sulle vendite?
«Abbiamo aperto le prenotazioni lo scorso marzo per dieci giorni e abbiamo già venduto la produzione dei prossimi due anni. Direi che le premesse sono ottime».

E in Europa quando la vedremo?
«Alla fine del 2011, come previsto. Venerdì scorso abbiamo superato il “crash test” europeo, gli standard di sicurezza previsti per entrare nel mercato dell’Unione europea».

Tata Motors ha già una partnership con Fiat per produrre motori in India. Possibilità di espansione?
«Ci stiamo parlando. Abbiamo vari progetti, portare insieme la Nano in America Latina, condividere piattaforme di nuove auto, abbiamo progetti per Iveco e anche per commercializzare da noi Ferrari e Maserati. Ci stiamo parlando di molte cose».

È vero che da giovane aveva una Fiat 1100?
«Sì certo che è vero. Ne avevamo tre o quattro, in famiglia. Venivano prodotte localmente e in quegli anni, parlo degli anni ‘60, Fiat era un brand molto forte e popolare. La 1100 era l’unica alternativa alla Morris, un’auto di derivazione inglese, ma era molto più bella».

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