Gli indifferenti di Alberto Moravia uscì nel maggio 1929, ottanta anni fa

imagesGli indifferenti di Alberto Moravia uscì nel maggio 1929, ottanta anni fa. Nessuno si è accorto di questo importante anniversario sulle pagine culturali dei giornali. Non dico i parenti, le ex mogli, e quant’altro, ma gli stessi moraviani doc, quelli che si lagnarono tempo fa del silenzio caduto sul grande scrittore romano, sembrano averlo dimenticato. E meno male che i lettori a Moravia non sono mai mancati. E’ per questi ultimi infatti che ne scrivo.Dunque, ottant’anni fa, un ragazzo di vent’anni, di buona famiglia borghese, pubblicò presso una grande casa editrice mussoliniana e a spese del padre, un romanzo. Si intitolava Gli indifferenti , il primo romanzo generazionale italiano.

Nel secondo dopoguerra, da Arpino a Tondelli e poi tanti altri, hanno rinnovato questo genere di romanzo, che oggi ha lasciato il campo ai gialli e ai romanzi sui vampiri. Moravia apparteneva alla prima generazione nata sotto il fascismo e la curiosità che quel romanzo suscitò era dovuta anche alla parola “indifferenza”, che suonava critica di un regime che aveva fatto dell’entusiasmo la sua bandiera. Quel giovane si era permesso di criticare la borghesia, ignorantissima ma vivissima, dall’interno, condannandone la voracità economica e i vizi che ne seguivano. Ed è come se un giovane di oggi scrivesse di una famiglia berlusconiana, con il padre puttaniere e la madre scambista , la sorella che si offre sul web e un figlio a cui l’andazzo famigliare non va giù, tentando di farli saltare per aria con una bomba a orologeria. Ma la parola “borghesia” è stata archiviata, diventando globale. Di cosa parlava Gli indifferenti ? Di una famiglia borghese romana, formata da una madre gelosa del suo amante, ricco e potente, di una figlia che sognando una nuova vita finisce a letto con l’amante della madre e di Michele Ardengo, il giovane indifferente, che compera in una armeria, una pistola per uccidere l’amante della madre senza riuscirvi. A ben vedere, se si eccettua Michele, tutti gli altri personaggi del romanzo non riescono a frenare i propri istinti, sessuali e di tipo economico. L’amante concupisce madre e figlia come un adulto in calore e non si ferma nemmeno dinanzi all’ubriacatura e al vomito della ragazza. Michele sembra un piccolo amleto, indeciso dinanzi allo sfacelo morale della famiglia che ha accettato l’amante per risanare i propri debiti. Non a caso il padre è assente. Michele vorrebbe tornare all’Eden primitivo, vivere in un mondo intellettuale, dove la sua esistenza potesse esserde giustificata, e si ritrova nauseato, dentro una commedia borghese delle più comuni. Il romanzo si svolge quasi per intero dentro la villa degli Ardengo, tra il salotto, la camera da pranzo e il soggiorno. L’attenzione alle suppellettili della casa è dettagliata, come se anche gli oggetti dovessero suggerire la decadenza morale della famiglia. La risposta agli istinti è l’ipocrisia che vorrebbe celarli e che Michele disvela nella maniera più cruda, accompagnato dall’autore che inventa la lingua del romanzo novecentesco, con echi pirandelliani, manzoniani e dostoevskiani. Si tratta insomma di un romanzo dell’interpretazione dove l’immersione nei fatti, che oggi va tanto di moda, avviene attraverso la lente della distanza.
Per il suo antiborghesismo Gli indifferenti fu applaudito dai recensori fascisti, con qualche critica del padrone stesso della casa editrice, che in una rivista si lagnò che la gioventù italiana leggeva un libro così distruttivo e decadente. Fu anche menzionato nelle riviste dei fuoriusciti, che lo consideravano un testimone critico di quel regime da loro osteggiato. Sappiamo che Moravia, fin dal 1929, fu pedinato dai poliziotti della polizia segreta di Mussolini, sperando di beccarlo in vicende legate ai fratelli Rosselli, che fecero trucidare in Francia. Moravia riteneva i Rosselli ottocenteschi rispetto al fascismo che criticava ma come un fenomeno nuovo, moderno, dovuto alla comparsa della massa nella scena politica novecentesca. Ebbe amici rivoluzionari e fascisti, cercando di scrutare in loro l’aria del tempo, viaggiando moltissimo all’estero, nauseato dalla retorica del regime.
In Italia primeggiava la bella pagina e la narrativa della memoria di tipo vagamente proustiano, mentre il giovane Moravia puntava alla compattezza della struttura romanzesca, a una diversa poesia dovuta alla sua lucidità tagliente. E oggi è proprio quella lucidità e quella lingua che va all’osso a infastidire una narrativa che ha abbandonato alle ortiche l’interpretazione, la distanza con una lingua che non può non ricalcare quella televisiva. E speriamo che dopo il successo del romanzo di Saviano, che ha costretto i recensori a riparlare di realtà, gli scrittori che si sono definiti post-realisti tornino a farci vibrare. Visse il successo di vendite e di critica in maniera svagata. Non se l’aspettava e quando veniva insultato da Cardarelli, nei caffè romani, come un giovane don Giovanni, ci restava male. Quel libro gli aveva aperto le porte dei salotti nobili e meno nobili della capitale, dove il giovane Moravia faceva la sua comparsa come un testimone. Emilio Cecchi, che lo aveva visto ballare con le figlie a casa sua, non riusciva a capire come avesse potuto scrivere un romanzo simile. Gli sembrava un giovane scavezzacollo. G. A. Borgese scrisse che era il contrario del «vescicante calligrafo», giusto il contrario del «falso e intossicato bello scrivere. Dopo i crepuscolari, i frammentisti, i calligrafi, potremmo avere il gruppo degli indifferenti. E sarebbero i giovani di vent’anni». La profezia non si avverò. Le tante recensioni parlavano di un romanziere ammirevole, moraleggiante e cinico allo stesso tempo, scambiando l’indifferenza per la poetica dell’autore. Superò di molto la media delle trecento copie vendute per un esordiente del suo tempo. Il nostro è un paese dove si legge poco se ancora oggi un esordiente che vende mille copie soddisfa il piccolo editore per aver ricoperto le spese di edizione, ma non il grande editore che ne vuole vendere almeno ventimila per rifarsi. Più tardi Moravia confessò che voleva «reagire a Joyce, tornare alla compattezza della tragedia», svelando quanto vicino fosse il suo libro al teatro. Michele Ardengo non è dunque un crepuscolare, né un calligrafo, né un rondista, ma nemmeno uno dell’atto gratuito alla Gide o un utopista religioso come voleva Geno Pampaloni. Non è nemmeno un inetto alla Svevo o un delirante alla Pirandello. Michele è un ragazzo a vita, un insofferente, che implode dinanzi allo sfacelo della sua famiglia, somigliante il suo piuttosto all’urlo espressionista, anche se qui si tratta di un grido interno. Sono invecchiati gli indifferenti? Non mi pare, eppure sono rarissimi i giovani scrittori che citano il loro inventore come un maestro, anche se recentemente qualcuno lo ha fatto e altri hanno riparlato di realismo sotto forma di post. L’anno scorso la sua casa editrice ha mandato in libreria Impegno controvoglia dove raccolsi i suoi scritti politici. Non ho letto una recensione, dicasi una, su un libro lucido e tagliente come il suo autore, uscito in contemporanea con Una pietra sopra di Italo Calvino all’apparire degli anni Ottanta del secolo scorso. E’ stato visto per troppo tempo come un romanziere pornografico mentre in Francia veniva considerato un autore francese, e nel Sessantotto venne contestato stupidamente per la sua collaborazione al Corriere della sera , mentre dopo la sua morte cadde un silenzio preoccupante che solo i lettori continuano a infrangere. Si dirà: il solito Paris che fa il vedovo fuori tempo massimo, ma giuro che non è così. Moravia non ha avuto continuatori ed è giusto che sia così, ma non capisco come possa essere dimenticato uno dei frutti più vivi del romanzo italiano. E questo in un momento in cui la rilettura delle opere moraviane potrebbe insegnare molto alla nuova letteratura del primo decennio del Duemila.

Renzo Paris

http://www.liberazione.it/

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