Delitto Aldrovandi, cronaca a fumetti di un’ordinaria violenza

images“Zona del silenzio” è la scritta riportata su un cartello posto dietro il cancello d’ingresso dell’ippodromo di Ferrara, per lo più adibito ad allevamento di cavalli e solo saltuariamente a sede di corse al trotto. Da bambino andavo spesso da quelle parti, perché c’era il magazzino nel quale mio nonno stoccava le merci del suo negozio di ferramenta. Allora – più di quarant’anni fa – era periferia, oggi è quasi centro. Zona del silenzio , però, è anche il titolo emblematico di un libro importante, di un “graphic novel” scritto dall’inviato di Liberazione Checchino Antonini, disegnato da Alessio Spataro (Edizioni Minimum Fax, pagg. 172, euro 15,00) e dedicato a una delle vicende più brutali ed inquietanti della storia recente di questo Paese, e cioè l’omicidio (colposo, secondo la recente sentenza emessa dal tribunale del capoluogo estense) del diciottenne Federico Aldrovandi, compiuto da quattro poliziotti il 25 settembre 2005. “Zona del silenzio”, infine, è anche una definizione adatta a rappresentare le reazioni pavide e “codine” di una parte di città di fronte a un evento che vedeva coinvolte le “forze dell’ordine” e i vertici della Questura.

Volutamente ho scritto “una parte”, perché in quella Ferrara un po’ troppo avvolta dalla nebbia c’è anche stato chi, assieme ai genitori e al fratello di “Aldro”, quel silenzio ha cercato di romperlo, organizzando un comitato, promuovendo fiaccolate e cortei – il più grande dei quali con diecimila partecipanti – e chiedendo in tutti i modi “verità e giustizia per Aldro”, nelle strade cittadine come nella curva dello stadio in cui gioca la Spal, e ciò non va dimenticato. Lo sottolineo perché, leggendo la bella e circostanziata prefazione al libro dello scrittore Girolamo De Michele si potrebbe avere l’impressione di una città totalmente assopita, incapace di reagire anche a causa di una codardia atavica e di una sorta di opportunismo “d’origine”, ben evidenziato dal riferimento a «quella Ferrara che con troppa leggerezza – scrive De Michele – all’indomani del ’45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba antifascista vent’anni di obbedienza passiva (…) al regime». Tutto vero, ma è altrettanto vero che Ferrara è “città medaglia d’oro della Resistenza”, quindi in molti quella barba antifascista ce l’avevano già… . D’altronde, quel contrasto tra la città dell’impegno civile e degli intellettuali e quella degli scandali edilizi insabbiati e del mostruoso inquinamento da industrie chimiche viene messo in rilievo dallo stesso De Michele, il quale, forse, è solo un po’ più pessimista e categorico di me (ma chissà, forse ha ragione lui, che a Ferrara ci vive, mentre io, che ci sono nato e cresciuto, non ci vivo più da un paio di decenni…). Detto ciò – e gli stimoli contenuti nella prefazione meriterebbero altre riflessioni – il libro di Antonini e Spataro riesce ad essere non solo una ricostruzione puntuale dei fatti e delle loro conseguenze in termini di processi, depistaggi e mobilitazioni, ma anche uno spaccato, molto realistico, di quei diversi ambienti sociali e professionali costretti a convivere a causa di questa vicenda tragica. Diviso in sei sezioni anticipate da un prologo senza testo (che narra, solo attraverso i disegni di Spataro, le ore precedenti la morte di Federico, trascorse dal ragazzo prima a consegnare pizze, poi in un centro sociale di Bologna e infine a camminare nei dintorni di casa), il libro è allegorico e cronachistico nel contempo, con non poche incursioni nel terreno privato dei protagonisti. Al centro della narrazione c’è la figura di Simone (dietro la quale è evidente quella di Checchino Antonini), giornalista di “Liberazione animale” che s’imbatte nel blog scritto dalla mamma di Federico, Patrizia Moretti, e decide, assieme al direttore del giornale, di partire per Ferrara e di mettere la vicenda in prima pagina.
Com’è noto ai nostri lettori, fu proprio quell’articolo a spingere molte altre testate nazionali ad occuparsi del caso, contribuendo così ad alzare il velo sull’insieme di menzogne e di ipocrisie che aveva circondato (e continuava a farlo) la morte violenta di un ragazzo di diciotto anni. Tutti i personaggi vengono proposti nelle vesti di animali, forse per sottrarre un po’ di drammaticità a una storia già molto drammatica in sé, o forse, più semplicemente, per raggiungere con maggiore facilità, e in modo più diretto, il vasto pubblico degli appassionati del fumetto, non sempre coincidente con quello più politicizzato. Comunque sia, Simone è un topolino con la borsa a tracolla e un forte accento romanesco, Patrizia e Lino (i genitori di “Aldro”) sono due gatti, la compagna ferrarese Elisa è una gallina, mentre i poliziotti – indovinate un po’? – sono dei maiali. Questa soluzione “disneyana” può essere discutibile, ma a ben pensarci non inficia la dimensione di denuncia del libro, immettendo, casomai (e malgrado tutto) un tocco di leggerezza che potrebbe avvicinare a questa storia lettori giovani e magari lontani dai meccanismi della controinformazione. Nel suo testo, Checchino Antonini ricostruisce perfettamente il caso Aldrovandi senza dare nulla per scontato, in modo tale da rivolgersi anche a persone all’oscuro di questa vicenda. Nel farlo, però, non tralascia di introdurre nella storia molti altri elementi di contesto sia generale che personale, recuperando alcuni aspetti più o meno autobiografici (una complicata relazione sentimentale, un confronto sul tema della paternità), nonché dubbi e argomenti di discussione attinenti alla situazione politica, al rapporto tra generazioni diverse, al mestiere di giornalista e al ruolo dell’informazione. Così, mentre da lettori osserviamo quasi impotenti il lato peggiore di certe istituzioni del nostro Paese, ogni tanto ci fermiamo a condividere i pensieri dell’autore in merito, ad esempio, a tutti i rospi che abbiamo dovuto inghiottire durante l’ultimo governo Prodi, o alla difficoltà di realizzare ogni giorno un quotidiano comunista in una società di allineati e coperti, o, ancora, alla diffidenza che nutriamo naturalmente nei confronti della magistratura. E se questi ultimi punti vengono solo accennati, lasciando ai singoli lettori la facoltà di immedesimarsi, sulla storia di Federico i due autori scelgono la via dell’approfondimento, riuscendo ad indignarci senza dover ricorrere ad artifici retorici.
Scena dopo scena (o meglio: tavola dopo tavola), prende corpo quella che in copertina viene definita “una storia di ordinaria violenza italiana”, basata su alcuni passaggi di rito, già percorsi nel 2001 a Genova e in altri frangenti. Per prima cosa si esprime tutta la propria carica di aggressività di uomini e donne in divisa nei riguardi di chi è diverso da te (in questo caso un ragazzo che gira di notte senza documenti, spaventato di fronte a quattro poliziotti che lo circondano). Poi, una volta massacrato di botte e scoperto che il ragazzo è morto, si tira fuori qualche luogo comune per cercare di giustificare il proprio comportamento (“il ragazzo era drogato e ci ha aggredito”, “sbatteva la testa contro la nostra macchina”, ecc.). Dopo di che si perde qualsiasi barlume di umanità (il corpo di Federico è rimasto sull’asfalto per ore senza che nessuno si preoccupasse di avvertire la famiglia o di rispondere alle continue telefonate della madre) e si tenta, goffamente, di aggiustare le cose, magari modificando un verbale (ma su questo si svolgerà un procedimento a parte, quindi dobbiamo attenderne l’esito), non senza aver fatto un giretto nelle case dei potenziali testimoni per… sondarne gli umori e le intenzioni. Tutto questo – assieme al coraggio e alla determinazione di due persone straordinarie come Patrizia e Lino, i genitori di Federico – è ricostruito fedelmente da Antonini e Spataro, che interrompono la storia al momento del rinvio a giudizio per omicidio colposo dei quattro agenti. Oggi, a sentenza emessa, di fronte alla loro condanna a tre anni e sei mesi di carcere (grosso modo quelli richiesti dall’accusa) ci siamo ritrovati in tanti a festeggiare, proprio perché era fortissimo il timore che in un Paese anormale come il nostro quei poliziotti l’avrebbero fatta franca, come è successo al carabiniere Placanica e a tanti altri prima e dopo di lui. E allora teniamoci stretta questa piccola soddisfazione, facendo finta di non sapere che in galera non metteranno mai piede, che forse in appello si vedranno ridurre la pena, che avrebbero meritato una condanna ben più severa e che… . Appunto, fermiamoci qui, magari ringraziando Checchino Antonini e Alessio Spataro per aver violato, con il loro bel libro, l’ennesima zona rossa, o meglio,”zona del silenzio”.

Stefano Tassinari

http://www.liberazione.it/

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