Almirante, né demone né eroe

imagesUna biografia di Vincenzo La Russa ricostruisce le ragioni di una sconfitta storica

 

Quando Fini e il gruppo dirigente del Msi lasciarono a Fiuggi «la casa del padre», era la gigantografia di Giorgio Almiran­te sul palco a ricordare, tra lacrime e no­stalgia, il passato che si stava abbandonando. Al­mirante, per tutto il gruppo dirigente che si ap­prestava a costruire An, era l’incarnazione stessa della storia del Msi. La continuità che si lacera­va. La storia da cui bisognava emanciparsi per avere la possibilità di costruirne una interamen­te nuova. Un mito, più che una storia, a dir la verità. La storia vera, fatta di chiaroscuri, di for­za e debolezze, di periodi smaglianti e momenti di buio e di sconfitte, è ancora tutta da scrivere. E un tassello di questa storia ci viene offerto dal libro appena uscito di Vincenzo La Russa, “Gior­gio Almirante. Da Mussolini a Fini” (edito da Mursia, pp. 256, € 17).

La figura di Almirante è ancora prigioniera di due opposti stereotipi. Quello demonizzante e denigratorio che fa di Almirante l’icona del Male fascista, il «fucilatore», il «massacratore», l’uo­mo che non volle recidere i legami con il passa­to mussoliniano. Quello apologetico di una me­morialistica missina che colloca Almirante e l’in­tera vicenda politica che si è riscaldata alla fiam­ma tricolore su un piedistallo da celebrare e non da criticare, da onorare e non da sottoporre a un esame spregiudicato e sin­cero. Il libro di La Russa aiuta a superare questo duplice impac­cio, a rimettere la storiografia al posto sinora presidiato dalle opposte radicalità della mitolo­gia e della demonologia. Rileg­ge la storia di Almirante con simpatia, ma senza indulgen­za.

È sottilmente crudele quan­do sottolinea che il grande leader che il Msi non riuscì ad avere si chiamava Pino Romualdi. Sem­bra propendere per la tesi che Almirante non eb­be un grande e decisivo ruolo nella nascita del Movimento sociale. Non nasconde incertezze e incoerenze nella scelta almirantiana della «De­stra nazionale» e anzi sembra far sue le critiche che portarono una gran parte del gruppo dirigen­te storico missino, a metà degli anni Settanta, al­la scissione di Democrazia nazionale. Accoglie il sospetto che l’autodifesa di Almirante sia stata mal condotta quando contro di lui partì la campa­gna sul «fucilatore». Si tratta di osservazioni scritte da La Russa con delicatezza e riguardo (tanto da sorvolare su una delle peggiori sconfit­te tattiche nella storia almirantiana: la campagna antidivorzista disertata da una fetta consistente dell’elettorato missino, femminile in particola­re). Ma sono pur sempre motivi che dovrebbero suscitare un’accesa discussione, tra chi oggi è ap­prodato ad altri lidi, ma è nato politicamente nel­la storia del Movimento sociale.

La vera stagione di Almirante, del resto, è quella che coincide con le tragedie degli anni Settanta. Prima di quella data, l’impronta più for­te era stata di Augusto De Marsanich, ma soprat­tutto di Arturo Michelini, nei confronti del qua­le l’autore del libro nasconde a malapena un’am­mirazione politica e umana forse superiore a quella per il personaggio descritto nel profilo biografico. La Russa adopera a proposito di Mi­chelini la categoria metastorica della «sfortu­na »: alla fine degli anni Cinquanta stava portan­do a compimento il progetto di «inserimento» politico e culturale del Msi nel sistema democra­tico, ma ebbe la sfortuna di incappare negli scon­tri del luglio ’60, che trascineranno per qualche decennio il Msi nel ghetto infrequentabile del «neofascismo» estraneo all’«arco costituziona­le ». Ma la «sfortuna» è un po’ come il saragattia­no «destino cinico e baro»: non è sufficiente a spiegare le ragioni di una sconfitta. La sconfitta almirantiana della «Destra nazionale» (malgra­do le fortune elettorali di quel periodo) invece raccontata con molto acume da La Russa. Ma è ancora da ricostruire il ruolo che Almirante eb­be nell’incanalare un mondo giovanile ribollen­te e vulnerabile al richiamo estremista nell’alveo di una democrazia che stava rischiando di soc­combere sotto i colpi della violenza omicida, del terrorismo e delle stragi.

Certo, la parabola umana e politica di Almi­rante era tutta immersa nell’orizzonte del fasci­smo e del neofascismo. La storiografia indulgen­te aggiunge: era così e non poteva essere che co­sì. Ma è un’impostazione giustificazionista esat­tamente speculare a quella che, sul fronte oppo­sto, difende il Pci dall’accusa di non essere usci­to dalla storia comunista prima del crollo del Muro. In politica non esiste il determinismo del­l’ideologia ridotta (o dilatata, secondo i punti di vista) a codice genetico. Se Almirante non volle disfarsi fino alla fine dell’eredità fascista è per­ché in quell’eredità, sia pure emendata e rinno­vata, vedeva la ragione stessa della sopravviven­za del suo partito. Era politicamente nato con Mussolini, non voleva morire contro Mussolini.

E nel maggio dell’88, quel doppio funerale nel­la Chiesa di Santa Agnese a Piazza Navona, quel­lo di Almirante e di Pino Romualdi morto solo ventiquattr’ore prima, sancì nel modo simbolica­mente più coinvolgente la fine di una storia che ancora oggi merita di essere scritta

Pierluigi Battista

http://www.corriere.it/cultura/09_luglio_29/Almirante_ne_demone_ne_eroe_pierluigi_battista_1f0820b2-7c04-11de-bec1-00144f02aabc.shtml

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Una Risposta to “Almirante, né demone né eroe”

  1. ALEX TEMPLAR Says:

    ARTURO MICHELINI NEL ’54 FU IL MIO PRIMO SEGRETARIO

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