CHI FA LA SPIA (IN VATICANO) NON È FIGLIO DI MARIA MA DEL KGB COMUNISTA

imagesRECLUTATI PRETI, MONACI, MONSIGNORI, GUARDIE SVIZZERE TRA GLI AGENTI INFILTRATI – UN EX DELL’INTELLIGENCE USA SVELA LA GUERRA SEGRETA DELL’URSS CONTRO IL PAPA – “GIOVANNI PAOLO II HA SEMPRE SAPUTO CHE L’ORDINE DELL’ATTENTATO VENNE DA MOSCA”

Maurizio Molinari per “La Stampa”

Un monsignore 007 al fianco di Agostino Casaroli, un traduttore infiltrato nella redazione dell’Osservatore Romano, un prete cecoslovacco sedotto da un’avvenente fanciulla reclutata dal Kgb, l’attentato a Wojtyla suggerito dalle alte sfere del Pcus e una miriade di altri aneddoti che raccontano la guerra segreta dell’Unione Sovietica contro il Vaticano: di questo parla Spies in the Vatican, 296 pagine di cronache top secret pubblicate da «Pegasus» e confezionate da John Koehner, ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano che negli anni Ottanta fu consigliere del presidente Reagan.

 

Consultando documenti declassificati dopo la fine della guerra fredda, a Mosca e in altre capitali dell’Est, Koehner fa risalire l’inizio della «guerra segreta contro il Vaticano» alla domenica di Pasqua del 1923, quando monsignor Konstantin Budkiewicz viene giustiziato sulle scale della prigione Lubjanka perché accusato di «atti controrivoluzionari».

Quell’omicidio svela la convinzione dei bolscevichi, sin dall’inizio, che il Vaticano sia un’entità ostile e, 40 anni dopo, porta alla decisione di infiltrare propri agenti nella Santa Sede, impegnata in una Ostpolitik percepita come una pericolosa intrusione nei Paesi dell’Est.

È la genesi di un’operazione affidata dal Kgb alla Stasi della Ddr guidata da Markus Wolf, che riesce a mettere a segno colpi formidabili. Alcuni di questi portano i nomi di monsignor Paul Dissemond, del monaco benedettino Eugen Brammertz e di Alfons Waschbüsch, studente all’Università di Monaco.

Dissemond inizia a lavorare per la Stasi nel 1974, a 54 anni di età, quando è il segretario generale della Conferenza episcopale di Berlino. È lui a far sapere al Kgb che Casaroli tesse rapporti con i vescovi della Ddr e della Polonia in chiave ostile ai regimi comunisti, tenendo poi informata la Stasi su questi legami. A guerra fredda finita Koehner va a trovarlo a Berlino, ma lui nega di aver «tradito la Chiesa» e continuerà a sostenerlo fino alla morte, sopravvenuta nel 2006.

Brammertz invece viene reclutato dai servizi sovietici subito dopo la guerra, quando è un ex medico della Luftwaffe internato in un campo di prigionia. Nel 1975 viene inviato dall’Abbazia di St Matthias a Roma, dove si fa assumere dall’Osservatore Romano come traduttore per l’edizione tedesca. Riesce così a entrare nella Commissione scientifica della Santa Sede in cui siede il cardinale Casaroli, regista della Ostpolitik.

 

Tra i maggiori successi del «grande monaco», come Wolf lo chiama, c’è l’invio alla Stasi di un documento che illustra nomi e «differenze ideologiche» di chi in Vaticano si occupa della Ostpolitik. Dopo l’elezione di Karol Wojtyla al soglio pontificio è proprio Brammertz a documentare «la crescente influenza del clero polacco sul Vaticano» con dozzine di rapporti che descrivono la «crescente influenza dell’Opus Dei, violentemente anticomunista».

Brammertz continua a mandare resoconti alla Stasi fino a poco prima dell’infarto che lo uccide il 18 febbraio 1987, ma la sua scomparsa non è un gran danno per il Kgb grazie ai servizi di Alfons Waschbüsch, originario di Konz, laureato in filosofia a Monaco nel 1965 e arruolato dalla Stasi con il nome in codice di «Antonius» per essere inviato a Roma nel 1976 come reporter della Kna, l’Agenzia stampa cattolica in lingua tedesca.

 

Nel 1981 è lui la fonte che fa arrivare ai servizi polacchi le informazioni sulla Chiesa cattolica anticomunista, utilizzate durante il golpe del generale Jaruzelski. Oggi è un dipendente della sede dell’Episcopato a Coblenza, dove l’autore del libro ha tentato di rintracciarlo, scontrandosi però con i dinieghi dei superiori secondo i quali «Waschbüsch è stato assunto sulla base del dogma del perdono».

Fra tante spie dell’Est, chi più riesce ad avvicinarsi a Giovanni Paolo II è Konrad Stanislaw Hejmo, il padre domenicano – amico di Wojtyla dai tempi dell’università – che a Roma si occupa delle visite dei pellegrini polacchi e ha «accesso illimitato» al Pontefice fino ai suoi ultimi giorni.

Vi sono poi personaggi minori per l’impatto spionistico, ma comunque significativi per comprendere il clima della guerra fredda in Vaticano, come il prete cecoslovacco Jaroslav Fojtl del Collegio Pontificio Nepomuceno, spinto a collaborare con il Kgb, dopo il 1968, dalla relazione avuta con un’agente abile nel sedurlo durante una visita a Praga.

 

A questo gruppo di «spie minori» appartiene anche il colonnello Alois Esterman, comandante delle guardie svizzere che viene assassinato con la moglie il 4 maggio 1998 dal vicecaporale Cedric Tornay, poi suicida. Esterman serve alla Stasi per avere un controllo del territorio vaticano, ma non è in grado di far avere informazioni di qualità sugli orientamenti della Chiesa.

Fra i tanti documenti che Koehner cita c’è la direttiva datata 13 novembre 1979 emessa dal Segretariato del Pcus, nella quale si ordina al Kgb di adoperare ogni mezzo per «prevenire il nuovo corso politico inaugurato dal Papa polacco, se necessario con misure addizionali». È il testo che, secondo Koehler, prova la matrice dell’attentato al Papa: a firmarlo sono nove gerarchi sovietici dell’epoca, incluso il segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov.

2 – “L’ORDINE DELL’ATTENTATO VENNE DA EST GIOVANNI PAOLO II L’HA SEMPRE SAPUTO”
Giacomo Galeazzi per “La Stampa”

«Il socialismo reale ha combattuto con ogni arma una guerra segreta contro il cristianesimo». Lo storico Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, ritrova nelle carte il nome del benedettino Eugen Brammertz, traduttore per l’edizione in lingua tedesca del giornale vaticano, indicato nel libro come spia dell’Est: «Ma era solo un collaboratore esterno, benché il libro di Koehner sembri informato. Il Vaticano è stato sotto attacco per decenni, attraverso ogni forma di minaccia».

 

Vian ha curato per Einaudi il memoriale del cardinale Casaroli, il protagonista della Ostpolitik vaticana che però «non aveva sentore degli scricchiolii a Oriente, e anzi all’inizio si dichiara affascinato da quell’immane sistema».

Da Benedetto XV, che manda il nunzio Ratti (il futuro Pio XI) sull’orlo del cratere sovietico in fiamme, alle trattative a Berlino del nunzio Pacelli con gli inviati di Mosca, che iniziano nel 1924 e si prolungano inutilmente per più di tre anni; da Giovanni XXIII, che avvia il disgelo, a Wojtyla che appena eletto si dichiara voce della Chiesa del silenzio, lo scontro mortale tra la barca di Pietro e l’«impero del male» arriva ai vescovi cecoslovacchi cattolici di rito greco torturati e uccisi in manicomio fino al 1989, poco prima della caduta del Muro.

«Alla fine il comunismo ha perso contro la Chiesa perché – dice Vian – il sangue dei martiri è il seme dei cristiani, come scrive Tertulliano. Dietro l’attentato del 1981, Giovanni Paolo II era convinto che il mandante si nascondesse nel blocco sovietico e che, per depistare, si fosse servito di un esecutore di estrema destra come il “lupo grigio” Ali Agca. Non sembra avesse dubbi al riguardo e una conferma viene dalle sue lunghe conversazioni del 1993 con due amici polacchi, a lungo meditate e poi confluite in Memoria e identità, il libro che fece pubblicare nel 2005, poche settimane prima di morire».

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8199.htm

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