Mao-Tze Dong a Park Avenue

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Alta più di tre metri, pesante 5,5 tonnellate e immersa ogni giorno in un fiume di taxi gialli, la statua di metallo con le fattezze della giacchetta di Mao posizionata nel bel mezzo di Park Avenue sta a testimoniare quanto la patria del capitalismo guardi alla Cina.Che si tratti di manodopera finanziaria, cittadini comuni o governanti di Washington, l’approccio non cambia: per i brokers di Wall Street i capitali cinesi sono «il partner più ambito», come scrive il magazine Forbes.

Per i pendolari della Grande Mela le lavanderie gestite da immigrati cinesi consentono a prezzi stracciati di avere sempre camicia e pantaloni ben stirati; per l’amministrazione Obama Pechino è indispensabile allo sviluppo di nuove fonti di energia come alla lotta contro la proliferazione.

Metà banca detentrice di un terzo del debito americano e metà potenza militare dell’Estremo Oriente, la Repubblica Popolare guidata da Hu Jintao è l’interlocutore obbligato con il quale il ministro del Tesoro Tim Geithner deve fare i conti pianificando il rilancio dell’economia e il Segretario di Stato Hillary Clinton deve concordare le mosse su Corea del Nord e Iran per scongiurare l’incubo di mini-guerre atomiche. Ma forse ciò che più spiega l’attenzione che l’America di Barack Obama ha riservato alle 48 ore di colloqui bilaterali strategico-economici è quanto dice Jeffrey Sachs, direttore dell’«Earth Institute» della Columbia University, intervenendo all’Asia Society di Manhattan, con la sede a Park Avenue proprio davanti alla giacchetta di Mao: «Il ruolo di Pechino nel grande gioco dei cambiamenti climatici».

Sommando ritmi di produttività record e il fatto che l’80 per cento della propria elettricità dipende dal carbone, la Cina è la nazione che più inquina al mondo e dunque è indispensabile all’accordo sulla difesa del clima che la Casa Bianca punta a raggiungere alla conferenza dell’Onu in programma a Copenaghen a dicembre. Il G8 dell’Aquila ha dimostrato che l’intesa sulla riduzione entro il 2050 dell’80 per cento delle emissioni nocive – rispetto ai livelli del 1990 – trova i maggiori ostacoli in India e Cina. Il recente viaggio di Hillary Clinton a New Delhi ha confermato che l’India non ha alcuna propensione al compromesso e dunque a Barack Obama non resta che la carta cinese per scompaginare l’opposizione delle economie emergenti dell’Asia e riuscire lì dove Bill Clinton e Al Gore fallirono a Kyoto nel 1997: coinvolgere le nuove potenze industriali nella riduzione dei gas serra nell’atmosfera.

È per questo che Obama, lunedì nel discorso al Reagan Building e ieri pomeriggio nello Studio Ovale, ha consegnato nelle mani dei ministri cinesi ospiti la promessa di una «partnership per le innovazioni tecnologiche nel nuovo secolo» che in concreto significa impegnarsi a sviluppare assieme le nuove forme di energia capaci di emanciparci dalla dipendenza del greggio di Paesi instabili come l’Iran, l’Arabia Saudita e il Venezuela. È per questo che il «memorandum sul clima» siglato dal titolare dell’Energia Steve Chu e dall’inviato cinese Dai Bingguo è il primo mattone della «trasformazione del mondo» di cui parla Obama. Ora sarà proprio Chu, convinto difensore del clima da quando andava a studiare appollaiato sugli alberi della California, a partire alla volta di Pechino puntando a gettare le fondamenta di una cooperazione scientifica avveniristica fra atenei, imprese private e capitali pubblici tesa a generare invenzioni capaci di cambiare la vita di tutti noi.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6223&ID_sezione=&sezione=

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