Solo il tempo lo dirà

imagesLotta alla droga e diritti umani, un connubio che sembra cambiare fini e mezzi della lotta al narcotraffico. Ma credere che sia finalmente una battaglia seria resta difficile

 

Gli scontri tra le mafie della droga in Messico, negli ultimi anni, si sono sparse a macchia d’olio dalla frontiera con gli Stati Uniti fino all’interno del Nordamerica. Dal dicembre 2006, circa 12.300 persone sono state ammazzate. Una carneficina, con cifre da vera e propria guerra. Che continua a crescere d’intensità: nei primi sei mesi di quest’anno, secondo il giornale messicano El Universal, sono caduti in 3.247 per mano del crimine organizzato. Ma se finora il governo messicano ha tentato a testa china di combattere questa piaga, militarizzando il paese e intascando i dollari Usa, adesso alza la cresta e punta il dito almeno sul metodo con cui la Casa Bianca affronta uno dei mercati più redditizi del mondo: la vendita illegale di marijuana.

È di queste ore la notizia che il governo di Ciudad de Mexico ha dichiarato che negli Stati Uniti ci sono risorse e infrastrutture insufficienti per combattere il traffico frammentato tipico della marijuana, una volta che i corrieri riescono a entrare in territorio a stelle e strisce. “Troppo spesso ci siamo scontrati con l’insufficienza di mezzi e risorse del lato Usa. Quello della marijuana è un traffico formica e il confine che condividiamo è immenso”, ha denunciato Eduardo Medina Mora, procuratore generale messicano, durante una conferenza stampa in compagnia dello zar antidroga Usa, Gil Kerlikowske. E se arrivano a dirlo le autorità messicane, sono più di uno ad ascoltare con attenzione. Perché perlomeno sulla carta si tratta di una delle forze dell’ordine da più tempo impegnata a tutto campo contro i potenti cartelli. E si parla di gruppi criminali del tipo del cartel del Golfo, famigerato per la sua brutalità e per la buona abitudine di decapitare il nemico, o La Familia altra banda di spietati assetati di sangue, impegnati in una lotta che sta spargendo sangue nell’intero nordest del paese per accaparrarsi i mercati più proficui. E si fa tanto per citare solo i più attivi delle ultime settimane.

E se poi le critiche toccano il mercato più redditizio per i narcos, ecco che allora c’è da correre ai ripari. Almeno – come sempre – a parole. E infatti, lo Zar anti droga Usa, nella sua visita di quattro giorni in Messico, non ha smentito che “la marijuana è la coltivazione più redditizia per i cartelli, perché è il principale sostentamento economico dei narcotrafficanti”, ma, in tipico stile nordamericano non tradisce il minimo tentennamento all’affondo messicano: “Gli Usa sono convinti che la lotta contro il narcotraffico debba convertirsi in una strategia integrale” ha continuato a ripetere, pubblicizzando il programma anti-droga avviato con il Messico. E va da sé che le dirette critiche agli Usa lanciate dal procuratore generale, non sono state minimamente supportate dall’atteggiamento del presidente messicano, Felipe Calderon, che ha ricevuto il direttore dell’ufficio antri-droga statunitense solo per ribadire il pieno impegno del Paese centroamericano nel programma di lotta congiunta al traffico di armi e droghe. Anzi, il capo di Stato ha sottolineato a più riprese l’importanza di tale collaborazione, non tradendo il minimo disappunto.

Ma la lamentela resta e la dice lunga sulle reali intenzioni, almeno finora, avute dalla Casa Bianca nell’affrontare il problema droga e narcotraffico. Affari multimilionari stanno dietro a tutto, non è una novità, e quando ci sono i multimilioni la verità ha troppe facce.
Perché dopo tanti anni di questa sporca guerra contro la coca, in Colombia le coltivazioni aumentano e la produzione non accenna a calare? Perché nonostante le velenose fumigazioni, a diminuire sono le coltivazioni legali e non quelle illecite? Perché al confine con il Messico, gli Usa non si mostrano capaci di fermare chi introduce uno stupefacente così facile da rintracciare come la marijuana? E potremmo continuare ancora a lungo. Eppure, come gli Usa continuano a finanziare il plan Colombia, militarizzando il paese, come gli Usa tentano di aumentare le basi Usa nel paese andino, garantendosi il controllo dell’area, così rafforzano la loro presenza e il loro coinvolgimento in Messico, rinsaldandosi in un’area strategica. E il biglietto d’invito è sempre il medesimo: la lotta alla droga. Una scusa che ha dalla sua alleati fidatissimi: da una parte i cartelli, che spargono sangue a non finire contribuendo a fomentare il caso, e dall’altra l’esercito dei tossicodipendenti e dei consumatori casuali di droga, che non accenna a scemare vista la quantità a buon mercato che si trova in ogni angolo del mondo.
Eppure la retorica va rinforzandosi: “Quando si mette una maggiore enfasi in prevenzione e trattamenti non solo si aiuta il nostro paese – ha tuonato lo zar Usa della droga – ma aiutiamo a ridurre la violenza in Americalatina. Se diminuiamo l’uso di droghe, possiamo far diminuire la violenza e il crimine”. E quindi via ribadendo l’apprezzamento verso gli sforzi fatti da altri Paesi contro questa piaga. “Negli Stati Uniti, 20 milioni di persone maggiori di dodici anni hanno fatto uso di droga nel mese scorso, e 23 milioni hanno bisogno di trattamenti specifici per riuscire a smettere”.
Un dramma, che purtroppo resta relegato ai discorsi ufficiali. Quello che guida le scelte politico-strategiche dei governi coinvolti è tutt’altro.
L’unica concreta differenza tra prima e adesso, tra gli Usa di W. Bush e quelli di Obama, per ora, è l’attenzione ai diritti umani imposta dalla Casa Bianca al paese centroamericano in questa guerra anti-droga. Anche se stride fortemente che gli Usa si possano ergere a difensori dei diritti umani e in più intromettendosi negli affari interni di uno Stato sovrano.

Stella Spinelli

http://it.peacereporter.net/articolo/16946/Solo+il+tempo+lo+dir%26agrave%3B

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