Il metodo Monicelli e il cinema come mestiere

imagesIl cinema visto da un maestro, il cinema dietro le quinte, a telecamera spenta, le manie, i vizi, come si sceglie un attore e perché. La complicità degli sceneggiatori, i temuti giudizi dei produttori. Mario Monicelli, che della cinematografia italiana è il nume tutelare ne ha parlato con Steve Della Casa e Francesco Ranieri Martinotti che ne hanno curato la stesura in un volume dal titolo «Il mestiere del cinema» (Donzelli, pp. 96, 15 euro). La lettura è agile, la scrittura forse carente perché colloquiale al punto da sembrare una pura trascrizione di un dialogo del principe dei registi con i due interlocutori. Ne esce però un quadretto importante in cui Monicelli rievoca i suoi primi passi nel mondo della celluloide, le prime opportunità di assistere alle riprese come ragazzo di bottega che porta le sigarette al regista.

Tuttavia il libro-intervista non è tanto un’autobiografia o un’antologia di aneddoti e particolari di un mondo capace di suscitare come pochi altri la fantasia e il desiderio. Monicelli si racconta nei panni di un artigiano pronto a svelare le tecniche e i segreti di quel mestiere magico che ha svolto per una vita intera. Quasi settant’anni di cinema a contatto dei volti più famosi di casa nostra: dal Vittorio Gassman che nessuno voleva come protagonista dei «Soliti ignoti» perché troppo legato a una recitazione di stampo shakespeariano o al Sordi che per «Un borghese piccolo piccolo» doveva diventare cattivo cattivo e rischiare di deludere il suo pubblico o infine come la Mariangela Melato che nessuno voleva in «Caro Michele» tratto dal romanzo di Natalia Ginzburg.

Ma non è solo la scelta degli attori che, spiega Monicelli, vengono spesso identificati man mano che si snocciola la stesura della sceneggiatura. C’è di più, ci sono le riprese e una macchina da posizionare, impegno che mai lo ha preoccupato perché chi conosce le tecniche del montaggio non ha bisogno di farsi suggestionare dall’incubo di trovare la posizione giusta per le riprese. O ancora il problema dei set e l’avversione del regista per i ciak in studio, quelli finti, con ambienti ricostruiti, artefatti e spesso inventati. E infine il problema del doppiaggio: Monicelli non è mai passato a registrare il suono in presa diretta. Insomma sono tutti momenti cruciali che il maestro racconta meticolosamente, chiarendo le precise ragioni di scelte tecniche e artistiche dietro alle quali non è difficile scorgere una pratica di lavoro che si trasforma in un vero e proprio metodo. E sta qui il piccolo giallo: Monicelli all’inizio del volume sembra sostenere che non esista un metodo preciso cui affidarsi, ma il lettore scoprirà, pagina dopo pagina, che quel metodo esiste e ha una sua precisa fisionomia.

Infatti in questa affascinante carrellata lungo settant’anni di cinema italiano, affiorano la forza e il segreto del genio di Monicelli, che sembra risiedere in un particolare equilibrio tra commedia e amara riflessione sul reale, tra capacità di innovare e radicamento nel cinema delle origini, il tutto amalgamato da un’intelligenza quasi indomabile e da un pizzico di quella cattiveria, ormai divenuta proverbiale.

Stefano Giani

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=370705

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Una Risposta to “Il metodo Monicelli e il cinema come mestiere”

  1. Mostra del cinema di Venezia, uno sguardo al made in Italy | DaringToDo.com Says:

    […] la proiezione la sera prima dell’apertura del Festival del restaurato La Grande Guerra di Monicelli; oppure, “Guerra alla Guerra”  documentario su Pio XII sceneggiato da Diego Fabbri e Cesare […]

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