MAFIA DI STATO E STATO DI MAFIA

imagesECCO COME FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO: I “SUGGERIMENTI” DI UN POLIZIOTTO SUL PRIMO VERBALE “ANOMALO” DI SCARANTINO CHE HA PORTATO ALLE CONDANNE PER LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

COSÌ FU ISTRUITO IL FALSO PENTITO…
Lirio Abbate per “La Stampa”

Sembra la bozza di un racconto di mafia, con note a margine e annotazioni in cui si riportano nomi veri di boss e gregari coinvolti nella strage di via d’Amelio. Invece, è il primo verbale d’interrogatorio – da collaboratore di giustizia – di Vincenzo Scarantino, l’uomo sulle cui dichiarazioni si è basata gran parte dell’inchiesta, e poi le sentenze di condanna, per l’uccisione di Paolo Borsellino e di cinque agenti di polizia. Un pentito che è stato preso in considerazione solo dalla procura di Caltanissetta diretta all’epoca da Giovanni Tinebra.

 

E’ formato da 52 pagine di trascrizione, questo primo interrogatorio da pentito, a cui viene sottoposto l’uomo che si accusò di aver rubato l’auto imbottita di tritolo e poi fatta esplodere in via d’Amelio 17 anni fa. Un fatto ora smentito dall’ex boss Gaspare Spatuzza, che ha fornito ai pm precisi riscontri, distruggendo così, definitivamente, l’attendibilità di Scarantino.

Un verbale anomalo, su carta intestata del «ministero dell’Interno-Dipartimento della pubblica sicurezza», in cui non vengono citati, come è invece solito fare, i nomi delle persone presenti all’atto, che inizia così: «Il giorno 24 del mese di giugno 1994 alle ore 21,00, si procede all’interrogatorio di Scarantino Vincenzo, del presente verbale sarà fatta anche una registrazione sommaria di tutto quello che verrà riferito dall’indagato». E’ il giorno in cui dice di pentirsi il teste-fasullo di via d’Amelio. Attorno al quale ruotano adesso alcune inchieste della Dda di Caltanissetta che vuole fare luce, non solo sulla vera natura della strage, ma su eventuali depistaggi.

 

Le annotazioni scritte a mano non sono di Scarantino, ma di un poliziotto. Il dato è stato accertato dalla procura di Caltanissetta, guidata oggi da Sergio Lari, che ha avviato nuove indagini sugli attentati del 1992, in cui emergerebbero depistaggi condotti da investigatori, che sarebbero indagati. Il documento in cui parla per la prima volta Scarantino è al vaglio del pool di magistrati nisseni (Gozzo, Bertone, Marino e Luciani).

 

Su questo verbale, scarabocchiato, con appunti e annotazioni che fanno cambiare versione, che aggiungono nomi e circostanze, la Corte d’assise di Caltanissetta ha basato la sentenza di condanna nel processo denominato «Borsellino bis».

I giudici, nella sentenza scrivono: «Il ritrovamento di atti processuali con appunti a margine scritti con stile e contenuti sicuramente non riconducibili allo Scarantino rende credibile ciò che già aveva detto la moglie Basile Rosalia, nel corso del primo dibattimento per la strage di via D’Amelio, e cioè che si era apprestata una attività di studio ed il marito veniva istruito in merito alle dichiarazioni da rendere, cosa questa che ha reso superfluo l’esame dei presunti compilatori degli appunti e degli “assistenti” allo studio di Scarantino. Ciò, evidentemente, non consente di imputare l’appianamento di molte contraddizioni ad un migliore ricordo, ma piuttosto alla suddetta attività di studio finalizzata all’aggiustamento di contraddizioni ed incongruenze, per cui non può farsi pieno affidamento sulla attendibilità complessiva delle dichiarazioni dibattimentali di Scarantino».

 

Insomma, i giudici, accogliendo agli atti questo verbale scarabocchiato, si accorgono che alcuni «assistenti» lo hanno istruito per impostare le dichiarazioni, ma nulla accade. Sarà lo stesso Scarantino, nel 1998, dopo questa sentenza, a rivelare ai giudici d’appello che «quelle annotazioni gliele avevano consegnate», in modo da ripassare la versione dei fatti.

Il pentito, prima di ritrattare queste affermazioni, dice alla Corte che «tutto gli era stato confezionato». Un ispettore di polizia, che dal 1994 al 1995 si occupava della tutela di Scarantino a Imperia, conferma che quelle annotazioni le ha scritte lui sul verbale. Dice: «Io trascrivevo quello che lui mi diceva. Facevo lo scrivano». Poi aggiunge: «Ho scritto quegli appunti su richiesta di Scarantino che aveva difficoltà a leggere i verbali. Mi chiese anche delucidazioni su alcuni punti degli interrogatori e io gli risposi che per questo doveva rivolgersi al suo legale».

Nelle annotazioni vengono riportati appunti su «riunioni in cui mancano nomi», ne vengono scritti altri a margine, o ricostruiti incontri con boss che sono diversi da come appaiono nella trascrizione, e per questo motivo, oltre all’annotazione, il paragrafo è evidenziato con grandi punti interrogativi. Vengono «aggiustati» orari e numero di persone che partecipavano ai summit.

Insomma, un verbale dall’apparenza «taroccato» in cui qualcuno potrebbe aver messo le mani – forse per una ragion di Stato – per suggerire al teste-fasullo la lezione da ripetere davanti ai giudici. Un’ipotesi sulla quale adesso indagano i magistrati nisseni.

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/articolo-8222.htm

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