Nel romanzo novecentesco uno specchio della cultura di oggi

imagesdi Cesare De Michelis
Università di Padova

Nel conflitto tra vivere e scrivere che è al fondo di ogni esperienza del moderno, nella competizione tra queste contraddittorie pulsioni, è evidente che la vita riassume ogni possibile positività contro la viziosa impotenza dell’alternativa, destinata a essere simbolo di una qualsiasi consolazione, così è altrettanto vero che senza la coscienza, che si conquista solo con la rivisitazione dell’esperienza attraverso il suo racconto, non saremmo capaci di riconoscere il valore della vita. Dunque è la letteratura che dona sapore e consistenza a quella stessa vita dalla quale poi si alimenta, in un processo di rigenerazione che è doloroso come il supplizio di Tantalo, ma anche generosamente fecondo come ogni ciclo biologico. La separatezza della scrittura dalla vita è condanna – perdita di tutto “in cambio di sogni” – ma anche superiore speranza di intelligenza, estrema ambizione di lucidità, sublime sacrificio alla verità e alla grandezza della letteratura.

Da un lato, dunque, c’è la scrittura e la sua verità, dall’altro la storia e l’impoverimento al quale essa conduce, la “intollerabile congerie di banalità” delle nuove scienze dell’uomo; c’è, insomma, il prossimo sventurato futuro che “si mostra sotto la luce peggiore”.
Se Stendhal ne Il rosso e il nero aveva scritto che “un romanzo è uno specchio che uno porta lungo una strada”, cinquant’anni dopo Zola, proprio alla strada, che a ciascuno dei suoi personaggi toccava di percorrere, affidava la responsabilità di determinare il loro destino, cosicché il luogo o, se si vuole, l’ambiente non era più semplice scenario, ma “agente” della storia medesima.
Il moderno novecentesco, rispetto a quello sette-ottocentesco, radicalizzando lo sforzo quasi ossessivo di cancellare il tempo passato nel vuoto della dimenticanza o della rimozione, all’incontrario valorizza lo spazio, spazializza arte e pensiero, facendo propria la relazione “cronotopica” che interpreta il tempo come la quarta dimensione dello spazio:  in questo senso gli scenari artificiali del mondo urbano, degli interni abitati, degli oggetti seriali, tendono a travolgere quel che resta di quel mondo naturale dove la storia sembrava trascorrere senza scalfirlo.
Insomma, il romanzo, dopo aver raccontato durante tutto il secolo dell’industrializzazione nascente la coesistenza della natura con il cambiamento, il progresso sempre più rapido e profondo, dovette finalmente rassegnarsi a che persino il mondo, lo spazio perenne nel quale gli uomini si ritrovano ad agire, non riesca a resistere eguale a se stesso e quindi si trasformi in “attore”, dal quale dipende il seguito e la conclusione della storia.
Allo spazio rinviano le metafore della nuova lingua, nello spazio si proiettano i nuovi valori delle ideologie della trasformazione e al tempo stesso si combatte la decisiva battaglia delle idee. Quando l’alternativa si propone tra vivere e scrivere, de-scrivere appare come una sbrigativa via di fuga, una scorciatoia per non farsi intrappolare nella scelta.
Di fronte a ogni bivio decisivo tra il vecchio e il nuovo, la memoria e l’oblio, il tempo e lo spazio, nella parola del romanzo si pretende che gli opposti coesistano, anzi persino si integrino.
La “battaglia”, quando si narra, ha una tregua, il combattimento si ferma e l’immaginazione consente di consolarsi e di illudersi. Per l’antico però non c’è speranza, tutt’al più può resistere; la storia comunque va avanti, la rivoluzione addirittura corre a perdifiato.
E ora? Ora che il tempo improvvisamente si è fermato, che il nuovo spaventa, che il limite, il confine è di fronte a noi, nitido e netto, e segnala lo stop? Ora che il Novecento è finito, consumando il passato e il futuro, ora che lo spazio non ha antagonisti e la storia è finita, ora che lo spazio si allarga davvero “globale”, che storie mai riusciremo a narrare che non siano solo testimonianze di un viaggio, diari di un’esistenza, ricostruzioni di quel che, infimi gnomi, siamo riusciti a vedere.
Forse il futuro, e già ora il presente, ci impone il recupero del tempo, la riconquista del passato, il ripristino di un ordine altrimenti spaesante. Il tempo, lo spazio vanno nuovamente prima distinti e poi accoppiati, perché non sono, non debbono essere tra loro confusi.
Il cerchio si è rotto all’inizio del Novecento e la storia corre libera lungo una retta verso il non-luogo, l’utopia:  il passato è sepolto, il presente è orribile, il futuro illuminato dalla luce accecante di un sole che sta per sorgere di nuovo.
C’è voluto un terremoto, il disastro di ogni progettazione ideologica, il tracollo di tutte le scienze umane, la crisi di qualsiasi sistema morale, per fermare la corsa un secolo dopo; c’è voluto il ciglio di un baratro per costringere finalmente il Novecento a fermarsi e la retta a piegarsi in una curva imprevedibile.
È accaduto tra l’inizio degli anni Settanta e la fine del decennio successivo, tra la crisi petrolifera, il terrorismo politico, il disastro ecologico e la caduta del muro di Berlino.
Caddero, dopo ogni scossa sempre più forte, a uno a uno tutti i miti della modernità:  il record, lo sviluppo tecnologico, l’avanguardia, la rivoluzione e il primato della storia e dei suoi “oltreumani” condottieri.
La retta si è piegata, dapprima a fatica, opponendo resistenza, sperando di recuperare subito la direzione di sempre e poi – in anni recenti – con più decisione, finalmente malleabile, pronta ad adattarsi al terreno.
Ogni curva è parte di un cerchio:  così il Novecento dal ciclo, che faticosamente aveva spezzato per disegnare la retta, è arrivato al “riciclo”; ne facciamo quotidianamente esperienza, persino distribuendo i rifiuti;  ne  troviamo  ogni volta conferma,  in  ogni campo ci avventuriamo.
Vale anche per il romanzo, che a partire dall’inizio degli anni Ottanta – da Il nome della rosa di Umberto Eco, per clamoroso esempio – è anch’esso davvero “riciclato”, nel senso cioè che utilizza, senza pregiudizi, schemi, modelli, materiali recuperati tra le macerie della tradizione e poi li rimonta senza scrupoli filologici, senza fedeltà storicistica, anzi con assoluta spregiudicatezza post-moderna,  persino  rischiando indifferente gli effetti più incredibilmente kitsch.
In questi decenni si è passati dal più radicale minimalismo a più ardite costruzioni ideali, sempre e comunque “riciclando”, come se il primato del nuovo non avesse più corso e il vecchio non avesse ancora storia.
Non è un’opera di restaurazione, di paziente recupero del passato, ma, più semplicemente, un’opera di ricostruzione, che utilizza tutto quanto ha sottomano, immediatamente disponibile. Nel caso della prosa narrativa può quindi accadere che si mescolino tradizioni incongrue, linguaggi paradossalmente remoti o immediatamente prossimi, toni alti e solenni o al contrario plebei, con effetti al tempo stesso sconcertanti e sorprendenti; tanto che si fa fatica a orientarsi e ancor di più a mettere un po’ d’ordine. Eppure il secolo nuovo è cominciato proprio quando la retta si è piegata e ha avuto inizio il “riciclo”.

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#13

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