Per Zapatero i fantasmi di Franco

imagesMIMMO CÁNDITO
Francisco Franco morì nel ’75, in una gelida alba di quel novembre ormai lontano; e qualche anno più tardi, in una fredda notte di febbraio dell’81, dopo decine di morti ammazzati e un golpe fallito pateticamente («Todos al suelo, coño»), morì anche il franchismo. Che si voglia prendere come data della nascita della democrazia in Spagna quella lontana alba di novembre, o anche soltanto la lunga notte del 23-F di Tejero, appare davvero paradossale che sia proprio il nazionalismo basco, l’irriducibile, libertario, democratico, socialista, antifranchista, nazionalismo basco a far resuscitare oggi il fantasma polveroso del Caudillo, dopo trent’anni o anche più che la storia lo aveva abbandonato nelle pieghe perdute del tempo.

In questi trent’anni e più, la Spagna è entrata nell’Europa, ha affermato un sistema democratico di caratura inattaccabile, ha dato al Paese Basco lo Statuto dell’Autonomia, ha concesso amnistie «politiche» e avviato trattative di pace con ogni estremismo politico, ha smantellato commandos, gruppi di fuoco, «santuari» irraggiungibili, ha mandato in pensione perfino i monumenti equestri di Franco; ma l’Eta, l’Eta è sempre lì, con i suoi incappucciati, le sue bombe, i suoi proclami di difesa della libertà della patria basca dal «fascismo spagnolo».

Però una differenza c’è, e forte: l’Eta di oggi, questa Eta che mette ancora le bombe, e ancora ammazza, e prende il pizzo del terrore dagli industriali di Guipùzcoa e Bilbao, non c’entra più nulla, o quasi, con quella che a partire dal luglio del ‘59, giusto 50 anni fa, rivendicava la nascita di una terra libera contro la dittatura feroce del franchismo, nelle tre province giù dai Pirenei. Oggi le tre province hanno la libertà e una piena autonomia, nelle scuole si insegna la lingua basca, per le strade si può manifestare dissenso e scontento senza rischiare d’essere ammazzati dalla pallottola impunita di un guardia civìl, c’è una televisione regionale («nazionale» basca), l’albero dell’antico foro si erge solenne davanti al parlamento di Guernica, le librerie del Casco Viejo di san Sebastiàn e Bilbao hanno scaffali pieni di libri in euskera, si vota in tutta serenità, e il vecchio partito nazionalista Pnv si batte alla pari con le forze politiche «spagnoliste», come in ogni angolo del paese, senza limitazioni e senza controlli polizieschi.

Ma l’Eta attacca ancora, nel nome della «nazione basca». E però, se negli anni del franchismo più feroce – quando si garrotavano gli etarra, o li si fucilava in una valle sperduta alla periferia di Madrid – a dar forza, fede, sostegno morale, appoggio politico, agli uomini incappucciati di «Euskadi Ta Askatasuna» c’era quasi intera la società basca, i suoi politici, i suoi intellettuali, i suoi preti, i suoi avvocati, la sua gente qualunque senza nome e senza storia, oggi quel sostegno è quasi totalmente sfumato via. E gli etarra vivono clandestini in un’ombra rinserrata e cupa, che tenta di piegare con la ferocia più cruda, più intransigente, tutti i dubbi e le perplessità di un’azione terroristica fine ormai soltanto a se stessa, senz’altra prospettiva – dopo il fallimento dell’ultima tregua negoziale offerta da Zapatero – che il suicidio rituale di una violenza che vuole, e vive, il silenzio del confronto.

Gli etarra – i pochi che sono sfuggiti finora alla galera – sono ormai un gruppo disperato, che come tutte le formazioni terroristiche può anche immaginare di poter sopravvivere a se stesso, ma non trova più consenso né appoggio. Le sue rivendicazioni sono vissute – fuori dal ciclo delle armi – come un progetto culturale, più che politico, come la difesa di una idea ormai astratta di «nazione» unita da una lingua e da una memoria che è già fuori dal tempo. I risultati politici delle formazioni «nazionaliste» danno i numeri reali della consistenza di questo progetto anacronistico, e l’Eta può contare quasi esclusivamente sul reclutamento di giovanissimi militanti, affascinati da un ideale che è rivoluzionario soltanto nella sua illusorietà.

La bomba di ieri, a celebrare i 50 anni di un sogno di libertà, è soltanto il rito d’affermazione dell’ala militarista, che vede nella radicalizzazione dello scontro le ragioni della propria possibilità di sopravvivenza. È la storia infinita di tutti i gruppi terroristici, quando la purezza narcisistica dell’azione dimostrativa ammazza la ragione e la speranza.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6228&ID_sezione=&sezione=

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